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Giustizia e scandali · Inghilterra

Quarantotto giorni sul ponte

A bordo del Burnet, il giovanissimo mozzo Richard Pye subisce le percosse del capitano John Jayne. Alcuni marinai protestano, altri abbandonano la nave. Un nuovo secondo accetta di restare: al processo rievocherà le notti del ragazzo, i suoi tentativi di fuga e la disperata richiesta d’aiuto rimasta impressa nella memoria.

A bordo del Burnet, gli altri marinai affermano di aver protestato prima che Richard Pye morisse. John Jayne, il capitano, lo percuoteva con tale ferocia che il secondo e un altro uomo finirono per sbarcare in Carolina. La loro partenza non pose fine alle violenze. Al processo, l’accusa ricostruisce le ultime settimane del giovane mozzo attraverso le parole di quanti avevano diviso la coperta con lui: una richiesta di luce eseguita troppo lentamente, un pezzo di budino, una notte al gelo e, da ultimo, un corpo incapace di proferire parola.

L’atto d’accusa colloca le percosse mortali al 15 marzo 1725, a bordo del Burnet, in alto mare, a meno di trenta leghe dalla Carolina del Sud. Pye si sarebbe trascinato nell’agonia fino al 21 marzo. John Jayne, marittimo di Londra, viene tradotto dinanzi a una sessione dell’Ammiragliato il 26 maggio 1725. Dichiara sotto giuramento che due testimoni di rilievo, il capitano Samuel Jennings e un certo Morpeth, hanno preso il mare da circa quindici giorni. La corte dispone allora il rinvio del dibattimento.

Il processo riprende il 25 aprile 1726. Gli uomini del Burnet sono chiamati alla sbarra. Richard Faring dichiara di aver prestato servizio sul bastimento del capitano durante la traversata da Bristol alla Carolina del Sud. La sorte toccata a Pye, il mozzo di bordo, gli apparve abbastanza allarmante da indurre lui e altri marinai a mettere in guardia Jayne: se non avesse smesso, avrebbero lasciato la nave al primo approdo. Secondo Faring, il secondo Ireland e un altro marinaio fecero esattamente questo.

La diserzione di Ireland conobbe uno strascico a terra. Dopo aver denunciato il trattamento inflitto a Pye, l’uomo fu querelato da Jayne per diffamazione e calunnia, sostiene Faring, ritrovandosi invischiato in gravi spese e travagli in Carolina. Ireland era sceso a terra per sottrarsi a quello scempio; la lite con il suo vecchio capitano lo teneva ormai inchiodato dinanzi alle autorità della colonia.

Anthony Harper salì a bordo del Burnet in Carolina, il 29 dicembre 1724, avendo accettato di fare da secondo a Jayne per la traversata di ritorno. Il bastimento, stivato di pece e riso, doveva far rotta verso Bristol. Harper era già al corrente delle lamentele contro il comandante. Quando interrogò Pye, il ragazzo gli confidò di aver trascorso qualche giorno senza percosse, ma di attendersi che il supplizio ricominciasse non appena preso il largo. Aveva tentato a più riprese di fuggire, raggiungendo la riva o trasbordando su un altro vascello; gliene era sempre stato impedito.

La nave lasciò presto Charles Town per l’ancoraggio di Rebellion Road. Harper riferisce che le violenze ripresero subito. Jayne trascinava il ragazzo sottovento, lontano dagli altri legni alla fonda, affinché le sue grida non giungessero agli equipaggi vicini. Una notte, il Burnet urtò il cavo d’ancora del capitano Jollop. Jayne ordinò a Pye di portargli un lume; non essendosi il ragazzo mosso con la dovuta prontezza, gli vibrò, secondo Harper, parecchi colpi di lama vicino al capo. Il capitano sostenne più tardi di essersi servito soltanto di una chiavetta. Harper designa l’arma come un temperino.

In mare aperto, persino il cibo e il riposo divennero pretesti di castigo. Per aver sottratto del budino dalla cambusa, Pye sarebbe stato zavorrato con un sacco di sabbia e pesi di ferro legati al collo. Le braccia gli vennero distese e serrate dietro la schiena con un manico di scopa; Jayne lo spingeva e lo percuoteva sul ponte. Harper racconta che il comandante rideva mentre il mozzo si dibatteva. In seguito, il ragazzo fu lasciato all’aperto, in balìa del rigore del gelo, e il vitto gli fu somministrato crudo. Tale tormento durò circa una settimana, riferisce Harper.

Nel cuore della sua guardia notturna, Harper trovò Pye inginocchiato, intento a supplicare di poter scendere sottocoperta per scaldarsi e toccare cibo. Gli accordò il permesso mentre Jayne dormiva in cabina. Un’altra volta, per un boccone di pasticcio di mare e un sorso di rum spillato da un orcio, il fanciullo sarebbe stato spogliato, legato nella medesima postura, frustato e abbandonato così fino alle quattro del mattino. Harper chiese a più riprese di essere esentato da simili spettacoli. Le parole rivolte a Jayne — se proprio voleva ammazzare il ragazzo, non lo facesse sotto i suoi occhi — mostrano come l’equipaggio misurasse il pericolo senza tuttavia riuscire a scongiurarlo.

Harper riferisce poi che Pye fu legato all’albero giorno e notte. Jayne gli sferrava calci al ventre e gli rovesciava addosso secchiate d’acqua. Una notte, dopo averlo fustigato per lo smarrimento di una scure, il capitano ordinò a William Phipps di soffiare in un megafono mentre il ragazzo urlava, per coprirne i lamenti. Quando Pye fu troppo stordito per reggersi in piedi, Jayne lo rispedì sottocoperta. Harper racconta che gli sbatté la testa contro la scaletta, scagliandogli poi contro una marmitta di ferro colma d’acqua. Il metallo gli aprì una ferita al capo; stando alla deposizione, Jayne gli cacciò quindi degli stracci bagnati dentro la camicia per esasperarne il patimento.

La testimonianza descrive un corpo che andava coprendosi di lividi e mutando colore. Pye avrebbe perso l’uso della parola per circa due giorni; persino allora rimase avvinto all’albero. Harper calcola in quarantotto giorni il tempo in cui il ragazzo sopportò i supplizi, prima di spirare verso la fine di marzo, allorché la nave incrociava al largo delle Isole Occidentali. Questi quarantotto giorni delineano un lungo calvario di maltrattamenti, mentre l’atto d’accusa isola le sole lesioni mortali di marzo. Nemmeno i riferimenti geografici rimandano al medesimo istante: l’atto fissa le percosse fatali nei pressi della Carolina del Sud, mentre Harper colloca il decesso a ridosso delle Isole Occidentali. Anthony Willis confermò gran parte del racconto di Harper, specialmente il mutismo degli ultimi giorni e il supplizio del ragazzo inchiodato all’albero.

Il 25 aprile 1726 Jayne comparve nuovamente alla sbarra e si dichiarò non colpevole. Le fonti registrano i dibattimenti, poi il verdetto della giuria: colpevole, condanna alla pena capitale. Richard Pye non aveva potuto raccontare di persona ciò che aveva patito dinanzi a quei magistrati. Harper ne aveva riferito la supplica di un rifugio; Faring, le rimostranze della ciurma; Willis, i due giorni in cui il ragazzo non parlava più.

Venerdì 13 maggio 1726, verso le dieci del mattino, Jayne uscì da Newgate visibilmente disfatto. Fu adagiato su una carretta e condotto a passo lento verso Execution Dock. La calca temeva spirasse prima dell’arrivo; quando sembrò riprendere un filo di vigore, la folla se ne rallegrò. Sul patibolo consegnò uno scritto nelle mani del conestabile capo, coprendosi poi il volto con il cappello. Rimase in quell’atteggiamento durante la preghiera del ministro di culto, ripetendone tuttavia ogni singola sillaba. Quando questi si congedò, Jayne si scosse con grande agitazione, invocò il soccorso divino e implorò pietà per l’anima sua. Si procedette all’impiccagione. Sopraggiunta la morte, un fabbro serrò i ferri attorno al cadavere, che fu trasportato per via d’acqua e appeso in catene presso la polveriera reale di Greenwich. Sul Burnet, Jayne aveva soffocato le urla del mozzo con lo strepito di un megafono. Davanti alla corte, gli uomini che avevano udito quelle grida avevano finito per restituire loro una voce.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Capitolo integrale di Borrow esaminato. La duplice datazione 1724–25 dell'atto d'accusa viene resa come marzo 1725. I quarantotto giorni di violenze descritti da Harper e il lasso di sei giorni intercorso tra le ferite mortali e il decesso nel capo d'imputazione individuano due archi temporali di diversa portata. L'atto colloca le lesioni fatali in prossimità della Carolina del Sud; Harper situa la morte vicino alle Western Islands. Tali indicazioni afferiscono a momenti distinti della navigazione e non autorizzano, di per sé, a ravvisare una contraddizione topografica. Testimonianze e verdetto chiaramente distinti; non si rivendica l'uso di giornali di bordo né di facsimili degli atti originali.

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