La narrazione colloca Karhu-suo in una modesta cascina sperduta tra i boschi, distante un’intera lega tedesca dai vicini più prossimi. Il 17 dicembre 1852, Elias Nygren faceva ritorno a casa insieme a Thomas Jäppinen. Non rientravano ancora da Wiborg: avrebbero dovuto condurvi alcune pecore l’indomani, per venderle prima di Natale. Il resoconto del Nuovo Pitaval, dato alle stampe dieci anni più tardi, lo descrive agitato e verosimilmente in preda all’alcol. La moglie era riuscita a riportare una sola pecora; l’altra era rimasta presso un creditore che esigeva l’estinzione di un vecchio debito. Nygren mutò repentinamente proposito sul viaggio e ordinò di abbattere la bestia. Ne nacque un alterco. La sgozzò con un coltello, per poi gettarsi sul letto continuando a borbottare parole d’ira.
La cena fu approntata con l’aiuto dei due coloni presenti. Nygren portò a tavola una brocca d’acquavite; i suoi compagni rifiutarono di berne, mentre egli continuò ad attingervi. La moglie tentò quindi di portare all’esterno il vello per appenderlo al riparo dal calore della stanza. Nygren credette che ella volesse cederlo per pagare il debito. Glielo strappò di mano, lo scagliò nel fuoco, lo ritirò quasi subito e cominciò a farlo a brandelli a colpi d’ascia. Poi corse nella stalla, minacciò le vacche e percosse il cavallo. Rientrò infine nella casa.
Nel cortile e tra i boschi
Quattro fanciulli vivevano a Karhu-suo. Nygren massacrò le due più piccole, due bambine di quattro anni e di diciotto mesi, poi ferì gravemente Katharine, la figlia dodicenne. I due coloni trascinarono fuori il maschio di sette anni; la fanciulla ferita si accodò a loro. La madre, che era appena accorsa alla stalla per proteggere il bestiame, li raggiunse nell’aia. Nascose i due figli scampati all’eccidio sotto una tettoia, coprendoli con indumenti afferrati in fretta.
Nygren ricomparve, chiedendo dove fossero il figlio e la figlia. La moglie mantenne il silenzio finché l’uomo non le ebbe promesso che non avrebbe fatto loro alcun male. Ma Katharine era fuggita verso la foresta; egli trovò soltanto il bambino. Lo attirò con parole mansuete nella stanza dove giacevano le due sorelle esanimi. La madre e Jäppinen li seguirono. Piepponen, l’altro colono, si allontanò dichiarando di voler avvertire le autorità. Nygren afferrò il bambino alla gola. La donna gridò disperatamente a Jäppinen di soccorrerla; costui montò sulla slitta e fuggì. Nygren scagliò allora il piccolo a terra e lo strangolò.
Si allontanò a cavallo. La madre cercò Katharine attorno alla cascina, poi si addentrò lungo i sentieri della macchia. Udito il ritorno di Nygren, si nascose tra i cespugli e proseguì fino alla tenuta signorile. Vi crollò sfinita dopo aver narrato l’accaduto. Il possidente inviò alcuni uomini ad arrestare Nygren e altri a cercare la bambina. Trovarono tre fanciulli morti nella casa. Katharine fu rinvenuta dopo parecchie ore, ferita a morte; trasportata alla tenuta, spirò pochi giorni più tardi. Prima del ritorno degli uomini incaricati della cattura, Nygren si presentò spontaneamente, ammise il quadruplice omicidio e si lasciò condurre in ceppi.
Il testo nomina i due testimoni e ne precisa le condotte senza bollarli come complici: Piepponen partì per dare l’allarme; Jäppinen fuggì quando la madre implorò soccorso. Il compilatore riferisce che entrambi furono condannati a quattordici giorni di arresti per non aver tentato di fermare Nygren. Tale sanzione suggella il racconto dei fatti alla cascina, senza tramutare la loro presenza in complicità materiale nei delitti.
Il certificato e il castigo
Nygren era nato nel distretto di Ithis, nel governatorato di Nyland. All’età di dodici anni aveva lasciato la casa paterna, prestando servizio come bracciante in varie località. Sposatosi nel 1833, si era stabilito a Ruokolaks, dove aveva vissuto sedici anni, attendendo all’agricoltura ed esercitando pure l’ufficio di chirurgo cerusico. Nel 1849, dopo la morte del suocero, era giunto con la moglie e la prole per rilevare la piccola podere di Karhu-suo, nel distretto di Jääskis. Il padrone delle terre dichiarava di essere sempre stato soddisfatto della sua opera e di non aver scorto in lui né irascibilità né brutalità. I vicini riferivano di escandescenze legate all’acquavite, durante le quali Nygren avrebbe talvolta impugnato il coltello. Il cronista dipinge nondimeno un focolare sino ad allora pacifico e un padre affettuoso al di fuori di quegli accessi: le testimonianze illuminano aspetti tra loro divergenti della sua persona.
È a questa esistenza campestre che il Pitaval ricollega un’ordinanza del 1852. L’autore risale a un’antica distinzione: servitù e personale di casa sottostavano a un padrone, mentre i giornalieri potevano, in virtù dell’addolcimento delle consuetudini, vendere le proprie braccia e fissare la propria dimora senza vincolo padronale. La nuova disposizione, stando a quanto esposto nel capitolo, minacciava di trattare alla stregua di un vagabondo chiunque fosse privo di un impiego fisso e non lo reperisse entro il termine stabilito, a meno che il comune natio o quello in cui avesse dimorato per dieci anni non si facesse garante delle sue imposte e del suo mantenimento in caso d'inabilità. Il compilatore inscrive tale norma nella storia istituzionale finlandese: l’ultima Dieta dei quattro Stati si era riunita a Borgå nel 1809, dopo di che il governo aveva operato tramite un Senato nominato dallo zar. Aggiunge che la prassi fu mutata nel 1854; un siffatto mutamento a posteriori non permette tuttavia di stabilire cosa Nygren sapesse all’atto di ricevere l’ingiunzione. Nell’agosto 1852, a Nygren sarebbe stato intimato di produrre un certificato del proprio comune d’origine, abbandonato da fanciullo. Temeva, secondo il narratore, di essere cacciato dalla cascina, arruolato a forza o spedito ai lavori forzati se il documento non fosse giunto. Si rivolse al proprietario, il quale non aveva preso parte all’assemblea parrocchiale e non poteva impegnarsi al posto della comunità per un fittavolo che non figurava tra i suoi dipendenti diretti. La comunità di Jääskis esigeva l’esibizione del certificato del comune natio, pur potendo essa stessa farsi garante del conduttore qualora avesse inteso dispensarlo dalla produzione della carta. Il padrone gli raccomandò di attendere lo scambio epistolare fra le amministrazioni, senza tuttavia poterne assicurare il buon esito; il clero, interpellato a sua volta, non poteva schermarlo dai rigori della legge. Il testo non riproduce il dettato formale dell’ordinanza né la corrispondenza burocratica: registra i passi compiuti e l’angoscia che ne scaturì, senza confortarli con le carte del fascicolo giudiziario.
Il compilatore afferma che tale inquietudine era cresciuta a tal punto da indurlo a premeditare l’eccidio della famiglia e il proprio suicidio, pur ammettendo che il motivo dell’abbandono di questo secondo intento resti insondabile. Associa questo terrore alla collera di quella sera, ai fumi dell’alcol e alla contesa sulla pecora. Questa ricostruzione retrospettiva non consente di soppesare l’effettiva incidenza di ciascun elemento nell’animo di Nygren. Nulla, in simili cause addotte a posteriori, cancella la deliberazione omicida né la vulnerabilità dei fanciulli. La consorte aveva cercato di salvare gli animali e poi di celare i superstiti; i due coloni se ne erano andati senza opporsi alla furia di Nygren.
Il tribunale condannò Nygren alla pena capitale per i quattro omicidi. La narrazione tace la data dell’udienza come pure l’autorità giudicante, né riporta alcun verbale. Lo zar commutò la sentenza: Nygren avrebbe dovuto subire la fustigazione, per poi essere deportato a vita in Siberia, incatenato e destinato ai lavori forzati nelle miniere. A tale annuncio, egli implorò a più riprese il ripristino della condanna a morte, dichiarando di anelare alla fine della vita. L’istanza fu respinta. La cronaca, la cui ultima pagina ricorda altresì i quattordici giorni di carcere inflitti ai due coloni, si arresta su questa deliberazione sovrana senza recare alcun altro documento probatorio.
