A Castlebar, venerdì 9 giugno 1786, George Robert Fitzgerald fu introdotto nell’aula d’udienza alle otto e mezza del mattino. Quell’ora insolita lasciava già presagire la gravità del dibattimento: l’imputazione non riguardava un gesto isolato, bensì la morte di Patrick Randal M’Donnell al termine di una lunga catena di ostilità, di un arresto contestato e di un presunto tentativo di liberazione armata. Fitzgerald si era dichiarato non colpevole in aprile. Ricusò quindici giurati; il procuratore generale scartò quanti risultavano imparentati con l’estinto. In questa cura procedurale, Borrow ravvisa una rara preoccupazione di imparzialità. La cronaca si apre poi con la voce di Gallagher: testimone, superstite, e uomo consapevole che sarà interrogato proprio su ciò che non ha potuto vedere.
M’Donnell e Fitzgerald vivevano a breve distanza nella contea di Mayo. Gallagher riferisce che i litigi tra loro erano frequenti. Circa diciotto mesi prima, un colpo d’arma da fuoco esploso da una finestra della dimora di Fitzgerald aveva ferito M’Donnell a una gamba. Un individuo era stato processato per quell’agguato e poi assolto; Gallagher riteneva che Fitzgerald avesse allora esteso il proprio rancore a M’Donnell, a Charles Hipson e a se stesso, rei di aver collaborato alle ricerche del tiratore. È questa la sua interpretazione, resa sotto giuramento, e non una deduzione autonoma del cronista; eppure essa fornisce al dramma del 20 febbraio quel retroscena che l’accusa giudica indispensabile.
Quel mattino, M’Donnell e Hipson chiesero a Gallagher di accompagnarli a Chancery Hall, la residenza di campagna del primo. M’Donnell, si disse, non intendeva più vivere a ridosso di Fitzgerald e aveva preso alloggio a Castlebar. Si recarono tuttavia alla tenuta per dare disposizioni alla servitù. Informato della loro presenza, Fitzgerald inviò una comitiva munita di un mandato emesso, secondo Gallagher, per una presunta aggressione. L’origine del mandato era dubbia: il testimone lo descrive come ottenuto clandestinamente da un magistrato poi destituito dalla carica. I prigionieri sostennero che il reato contestato consentisse la libertà su cauzione e chiesero di comparire davanti a un giudice, ma la richiesta cadde nel vuoto.
Accortisi di essere braccati, i tre uomini cercarono riparo in un’abitazione lungo la strada. Gallagher convinse M’Donnell a nascondersi sotto un cumulo di malto. Gli uomini di Fitzgerald sopraggiunsero, spararono a più riprese contro l’edificio e fecero irruzione. Perquisirono la casa e i fabbricati rurali, scovarono M’Donnell e lo trascinarono via. I tre prigionieri furono condotti, legati, a Rockfield, la dimora di Fitzgerald. Riferisce Gallagher che a M’Donnell fu concesso di restare a cavallo a causa della gamba ferita, mentre lui e Hipson vennero legati insieme. Fu loro ribadito che era ormai troppo tardi per essere tradotti dinanzi a un magistrato. Trascorsero la notte nella casa, sotto stretta sorveglianza e trattati con oltraggio. In questa versione, la detenzione aveva già perso qualunque parvenza di esecuzione legittima del mandato.
L’indomani mattina, un drappello armato attendeva all’esterno. Gallagher afferma di aver udito Fitzgerald ordinare ad Andrew Craig di piantonare i prigionieri e di sparare loro al primo accenno di fuga o di soccorso. Li scortarono per poche centinaia di metri; a quel punto Craig gridò: «Al soccorso!» Dalle retrovie partì un colpo che uccise una guardia e ne ferì diverse altre. Il fuoco divenne generale. M’Donnell fu colpito a un braccio; Hipson e Gallagher, feriti, caddero a terra. Il cavallo di M’Donnell lo trascinò poco più avanti, finché un uomo appostato a un varco lo fermò. Craig fece fuoco direttamente contro il corpo di M’Donnell; Gallagher aggiunge che il moribondo fu forse finito a colpi di calcio di fucile. Gli stessi individui spararono poi su Hipson. Gallagher, che si era trascinato tra le felci, scampò alla fucilazione quando qualcuno rammentò che l’ordine non ne prevedeva la morte. Fu quindi ricondotto a Rockfield e infine soccorso dai propri congiunti.
Gallagher non pretende di aver visto Fitzgerald premere il grilletto. Interrogato senza mezzi termini, rispose di non aver visto l’imputato sparare contro M’Donnell, né percuoterlo. Lo aveva visto a Rockfield al momento della partenza della scorta, con un trombone sotto il braccio, e lo aveva sentito impartire le istruzioni a Craig. Il dettaglio non è secondario: la pubblica accusa non doveva limitarsi a provare che Fitzgerald avesse preso parte allo scontro a fuoco, ma doveva dimostrare il suo ruolo determinante nella risoluzione che lo aveva reso possibile.
Craig, già al servizio di Fitzgerald, costituì il perno dell’accusa. Il 20 febbraio, dichiarò, Fitzgerald gli aveva ordinato di arrestare M’Donnell, Hipson e Gallagher in forza del mandato e di condurli a Rockfield. Il giorno seguente, Fitzgerald, Timothy Brecknock, John Fulton e lo stesso Craig avrebbero architettato un secondo piano: simulare un tentativo di liberazione armata onde fabbricare il pretesto per eliminare M’Donnell. Craig doveva lanciare il segnale convenuto; alcuni complici avrebbero fatto fuoco da tergo, e un altro uomo avrebbe mirato alle stesse guardie di Fitzgerald affinché la finzione risultasse credibile ai testimoni ignari. Lungo i varchi erano stati disposti uomini per impedire la fuga a M’Donnell. Craig ammise di avergli sparato dopo che il cavallo lo aveva disarcionato poco distante. Egli giurò che il presunto assalto di soccorso era un inganno premeditato, concepito unicamente per mascherare l’omicidio.
Una simile deposizione possedeva un peso schiacciante, eppure proveniva da un reo confesso. Il processo non trasforma questa contraddizione in un’evidenza limpida. Craig riconosceva la propria colpevolezza e indicava in Fitzgerald la mente direttiva. L’interrogatorio lo costrinse a separare quanti erano al corrente del complotto da coloro che credevano di eseguire una mera scorta di prigionieri. Il superstite Gallagher confermava l’ordine udito, senza però poter testimoniare sul colpo mortale. Diversi dettagli combaciavano; altri poggiavano sulla credibilità di complici che avevano ogni interesse a descrivere la gerarchia della cospirazione secondo una specifica convenienza. È questa trama a rendere l’aula carica di tensione: i giurati devono stabilire se un comando pronunciato prima della partenza sia sufficiente a legare al delitto un uomo che non fu visto sparare.
Il difensore di Fitzgerald incalzò i testi sulla presenza fisica del proprio assistito. Gallagher ribadì di averlo scorto soltanto a Rockfield, dopo la cattura. Riguardo al momento dell’eccidio, tuttavia, la difesa domandò se Fitzgerald avesse sparato contro le vittime. Craig rispose di non crederlo: l’accordo preliminare stabiliva che sarebbe stato lui stesso a uccidere M’Donnell, o ad assicurarsi che un altro lo facesse. Una simile risposta non scagionava affatto Fitzgerald; si limitava a scindere l’atto materiale dal disegno delittuoso. L’accusa fece leva con rigore proprio su tale scissione, sostenendo che il mandante è pienamente responsabile pur senza aver premuto il grilletto.
Conclusa l’audizione dei testimoni della Corona, Fitzgerald fu invitato a svolgere la propria difesa. Egli rimise la causa ai suoi legali. Questi ultimi chiamarono a deporre diversi testi per provare la sua assenza dal luogo della strage. La difesa riconduceva dunque i giurati a una lontananza materiale; l’accusa li rimandava agli ordini che avevano preceduto quella lontananza. I testimoni potevano attestare dove si trovasse Fitzgerald, ma ciò non bastava, agli atti del processo, a smontare la premeditazione descritta da Craig.
Nelle sue conclusioni alla giuria, il giudice affermò di non voler condizionarne il giudizio. Eppure aveva appena dichiarato di non essersi mai trovato di fronte a una colpevolezza così grave. Elogiò l’imparzialità dei giurati, li esortò a ignorare le dicerie e la stampa, e li ammonì sul fatto che una clemenza eccessiva può tradursi nel tradimento della giustizia. Simili raccomandazioni non riconsegnavano alla giuria una causa aperta: indicavano con fermezza il punto di vista del magistrato. Dopo sedici ore di dibattimento, i giurati si ritirarono; quattordici minuti più tardi rientrarono in aula con un verdetto di colpevolezza. Sedici ore per istruire la causa, quattordici minuti per deciderla.
In questa vicenda, i termini «arresto», «scorta» e «soccorso» si trasformarono negli ingranaggi di una medesima trappola. Il mandato offriva la copertura legale per catturare dei presunti fuggiaschi; la scorta consentiva di isolarli dai loro congiunti; il finto grido d’allarme costituiva il segnale per aprire il fuoco. Gli atti non dimostrano che Fitzgerald abbia ucciso di propria mano; descrivono piuttosto un potere esercitato per vie traverse: scegliere il bersaglio, assegnare le parti, conferire a un’esecuzione sommaria la parvenza di una disgrazia. La morte di M’Donnell resta il fatto centrale, ma il nodo giuridico è più vasto: quale sia la responsabilità del mandante quando altri eseguono l’atto che egli ha, secondo l’accusa, ordinato.
