La vedova Robert possedeva terre e figli che le consigliavano, qualora le avesse vendute, di trattenere per sé il ricavato. François-Émile Chard caldeggiava un’altra combinazione: che spartisse ogni cosa da viva, limitandosi a percepire una rendita. Una simile divergenza avrebbe potuto comporsi dinanzi a un notaio; finì invece davanti alla Corte d’assise della Mosa, dove ormai non si dibatteva più soltanto di proprietà, bensì della fine violenta di chi ne deteneva i titoli.
Il 6 aprile 1886, Chard compariva alla sbarra con l’accusa di omicidio premeditato. Aveva ventisei anni, faceva il boscaiolo e risiedeva a Naives-en-Blois. La vittima era la nonna di sua moglie. Il pubblico ministero aveva citato trenta testimoni, cui si erano uniti diversi compaesani. La Gazette descrive questa morbosa curiosità collettiva raccolta attorno a una donna stimata, a un delitto consumato tra le mura domestiche e a un imputato sul cui conto ciascuno, oramai, pretendeva di aver qualcosa da riferire.
Prima ancora di approdare alle assise, la vicenda era questione di famiglia. Julia Vauthier era stata accolta e cresciuta dalla nonna. Sul finire del 1884 aveva sposato Chard, trasferendosi con lui a Gibeaumeix, paese natale dell’uomo. In quel primo focolare il matrimonio ebbe breve durata: stando all’atto d’accusa, le violenze del marito costrinsero Julia a rifugiarsi nuovamente presso la vedova Robert, giungendo a promuovere istanza di separazione personale. Poi recedette dall’azione legale. I coniugi si riconciliarono e, nell’ottobre del 1885, presero dimora a Naives-en-Blois, in un’abitazione distinta da quella dell’anziana.
Quel riavvicinamento non appianò la disputa patrimoniale. Chard pretendeva che la vedova si spogliasse dei propri averi a vantaggio dei figli; in subordine, reclamava una divisione dei beni contro il pagamento di una rendita vitalizia. Altri congiunti suggerivano esattamente il contrario: alienare le proprietà, ma serbare il capitale. La vedova si trovava così stretta tra contrastanti disegni orditi sulle sue sostanze. Il resoconto processuale non le attribuisce arringhe memorabili; evidenzia piuttosto come le pretese di Chard andassero costantemente a vuoto, e come tali dinieghi ricadessero su Julia: l’accusa riconduce infatti a un infruttuoso colloquio dell’aprile 1885 nuovi maltrattamenti consumati ai danni della moglie.
Sul finire di dicembre giungeva a scadenza un pagamento che Chard, stando al medesimo atto, non era in grado di onorare. Il 2 gennaio venne a conoscenza del contenuto d’una lettera indirizzata alla vedova da uno dei figli, relativa alla vendita degli immobili. Tornò alla carica: non voleva dunque, una buona volta, cedere i propri beni ai discendenti? La donna rispose con evasività. L’accusa colloca in quell’istante la maturazione del proposito omicida: una certezza che appartiene alla requisitoria letta contro di lui, non già alla testimonianza di alcuno spettatore che abbia colto il formarsi di una decisione nella sua mente.
Verso le quattro del pomeriggio, Chard lasciò la propria abitazione e si diresse verso quella della vedova. La ricostruzione accusatoria lo vede penetrare da un uscio posteriore, dopo aver spiato i luoghi. L’anziana si trovava in cantina, intenta a raccogliere legumi. Lì l’assalì, dapprima con uno zoccolo, quindi con un maglio. L’efferatezza dei colpi avrebbe tenuto occupati i periti settori; ma non occorreva indugiarvi per comprendere ciò che si era consumato. Una donna che, al mattino, aveva respinto le rimostranze del nipote acquisito giaceva esanime nella propria casa. L’accusa annota pure le mandate alle porte e la fuga di Chard attraverso la stalla.
L’uomo vi fece ritorno verso le sei. A quale scopo? Il resoconto propone due ipotesi: sincerarsi della morte o sottrarre alle indagini gli strumenti del misfatto. Il testo non dirime il dubbio; quel ritorno, nondimeno, restò un caposaldo del castello probatorio. Il giorno appresso, Julia pregò il marito di accompagnarla a cercare la nonna; Chard acconsentì. La Gazette riferisce che lo si era udito ridere e cantare, e che davanti al cadavere aveva serbato un contegno imperturbabile. Sono questi i rilievi addotti contro di lui, cui la narrazione giudiziaria conferisce valore indiziario; da essi non è dato penetrare l’intimo delle sue impressioni.
I sospetti collegarono i passi mossi il giorno innanzi, le frasi attribuite a Chard e le antiche contese sull’eredità. Il giudice istruttore ne ordinò l’arresto. L’uomo dapprima negò, tentando di accreditare la tesi di una disgrazia; infine ammise le violenze mortali. La confessione, tuttavia, non convalidava per intero la tesi dei magistrati. Chard sosteneva di non essere entrato con l’animo di uccidere: parlava di un alterco, di ingiurie ricevute, d’un primo colpo vibrato in cucina nell’impeto della collera. Soltanto in un secondo tempo, in preda al panico, avrebbe trascinato la vittima in cantina per finirla con il maglio.
La discrepanza era capitale. La procura descriveva un agguato premeditato nei sotterranei; Chard opponeva una violenza scaturita da un diverbio in cucina. La medesima morte non cancellava la distanza tra i due racconti. Restava da vedere se lo stato dei luoghi, i riscontri autoptici e le deposizioni potessero confortare la versione del reo. L’atto d’accusa opponeva alle sue giustificazioni l’assenza di macchie ematiche sull’impalcato della cucina e sui gradini lungo i quali egli asseriva di aver trascinato il corpo. Gli ambienti chiamati in causa da Chard non recavano le tracce che gli inquirenti pretendevano di rinvenirvi.
I medici avevano riscontrato lesioni compatibili, a loro giudizio, con percosse inferte mediante uno zoccolo, oltre alle gravissime fratture rilevate all’esame necroscopico. Il testo della requisitoria vi aggiungeva le contraddizioni dell’imputato e le dichiarazioni dei testimoni. Descriveva inoltre la vedova come donna d’indole mite, troppo timorosa di Chard per provocarne la furia con oltraggi verbali: un argomento d’ordine morale che corroborava la tesi del pubblico ministero senza costituire riscontro diretto del presunto diverbio. Si potevano pur descrivere i temperamenti; ma le parole effettivamente pronunciate in quella casa restavano proprio l’oggetto del contendere.
Neppure il ritratto del boscaiolo appariva del tutto univoco. L’esordio della Gazette lo definiva incensurato, lavoratore eccellente e sobrio, ancorché violento nei rapporti interpersonali. L’atto d’accusa, trascritto a seguire, gli imputava invece una certa inclinazione al bere. Apprezzamenti divergenti che convivono nel medesimo resoconto. Ricondurli a un carattere linearmente decifrato significherebbe restituire alla vicenda una linearità che non le appartiene. Il fascicolo constava di un fatto materiale, di ammissioni contestate nella loro portata e dell’imputazione di premeditazione: nessun aggettivo avrebbe potuto surrogare il lavoro del tribunale.
La Gazette compendia con sobrietà l’epilogo del dibattimento. Il procuratore della Repubblica, George, sostenne l’accusa; l’avvocato Pelletier perorò la difesa. Il giornale non si sofferma sui loro interventi né riporta i singoli quesiti risolti dai giurati: annuncia la condanna a morte di Chard. Nel resoconto non v’è alcun seguito che consenta di narrare di un’esecuzione, di una grazia sovrana o della sorte serbata a Julia. La sentenza è l’ultimo dato consegnato agli atti.
La vedova Robert aveva allevato la fanciulla divenuta poi sposa di Chard. Possedeva altresì sostanze che taluno bramava veder trasmesse anzitempo. Fu attorno a tale rifiuto che l’accusa edificò il proprio costrutto, e sulla premeditazione che la confessione dell’imputato lasciò aperta la contesa. Al termine dell’udienza, l’eredità non era più un accomodamento da strappare: una condanna capitale prendeva il posto del denaro che Chard aveva preteso di trovare.
