Nel forte di Le Hâ, il sostituto procuratore domandò al detenuto se rispondesse realmente al nome di Liard. L’uomo disse di sì. Quando gli si chiese se per caso non si chiamasse piuttosto Auguste Courtois, scoppiò a ridere, trovando la supposizione «oltremodo bizzarra». Joseph Reinach rievoca la scena nella propria relazione, poi ripresa da Courtois: un nome viene assunto, poi fatto proprio dall’amministrazione, e tocca alla giustizia stabilire a partire da quale istante un simile prestito trapassi nel falso criminale.
Nel capitolo intitolato «Speranza di ritorno in Francia» (1903), Courtois racconta di aver ricevuto in Guyana, nel luglio del 1899, un opuscolo a firma di Joseph Reinach, il quale riservava una trattazione al suo caso tra quelli di cinque condannati delle Isole della Salvezza. Ne trascrisse le pagine «a titolo documentario». La narrazione si regge dunque su due voci strettamente connesse: quella del condannato e quella del suo difensore, convinto dell’iniqua gravità della pena. Reinach afferma di aver lavorato sull’atto di accusa, sulla requisitoria, sugli articoli de «La Petite Gironde», su un resoconto stenografico e sulla minuta delle sentenze; documenti che qui non possediamo in forma autonoma.
Stando a tali carte, la vicenda non ebbe origine da un’usurpazione smascherata all’improvviso. Il 20 dicembre 1893, il commissario centrale di Bordeaux indirizzò alla procura un rapporto intorno a un recluso del forte di Le Hâ, incriminato nel quadro di uno sciopero dei pittori edili. L’uomo, vi si leggeva, sarebbe dovuto uscire l’indomani mattina, avendo scontato quattro mesi per intralcio alla libertà di lavoro. Si spacciava per Liard; il commissario asseriva trattarsi in realtà di un certo Courtois, nato a Poitiers o nei suoi dintorni.
Il rapporto conteneva inoltre un altro addebito: l’individuo avrebbe disertato le file dell’esercito e sarebbe stato ricercato da un tribunale militare. Reinach garantisce che questa circostanza fosse del tutto infondata. Il Courtois rinchiuso a Le Hâ aveva scontato un mese per aver preso parte a una riunione elettorale in divisa militare; il disertore inseguito dalla giustizia marziale era un omonimo. Questo equivoco non dimostra, da solo, la volontà della polizia di fabbricare un’identità fittizia. Rivela tuttavia l’insidia d’un fascicolo in cui più persone con lo stesso casato potevano venire assimilate sotto una connotazione sommaria, mentre uno pseudonimo finiva per fare le veci dello stato civile.
Lo stesso giorno in cui il commissario trasmetteva il proprio appunto, un sostituto procuratore interrogò il detenuto, domandandogli se fosse davvero Louis Liard. Courtois confermò. Alla domanda diretta — non era forse Auguste Courtois? — rispose con una risata. Reinach riporta le parole dell’atto di accusa: «fu tutto ciò che si poté cavargli di bocca». Scontati i quattro mesi, l’uomo fu rimesso in libertà. Non si deve confondere questa scarcerazione del dicembre 1893 con l’epilogo del giudizio a venire: la procura non abbandonò le indagini e il 27 gennaio 1894 Courtois fu nuovamente arrestato, questa volta dopo che gli inquirenti ebbero accertato la sua reale identità e l’indebito impiego del nome Liard.
L’intoppo nasceva dal fatto che quel nome non era un parto di pura fantasia, o perlomeno non soltanto questo. Louis Liard, anarchico di Le Havre, era morto il 21 giugno 1891, stando a Reinach; era già spirato quando si svolsero i fatti contestati a Courtois. Quest’ultimo era d’altronde già comparso sotto quelle medesime spoglie in procedimenti anteriori. La difesa sostenne che tanto a Bordeaux quanto a Marsiglia i magistrati lo avevano perseguito e condannato con le generalità di Liard, giungendo a replicargli che non era chi sosteneva d’essere allorché aveva dichiarato di chiamarsi Courtois. Reinach riporta questo argomento, ma l’assenza del fascicolo marsigliese impedisce di verificarlo in maniera indipendente.
Al dibattimento del novembre 1894, Courtois ribadì tale versione. Il presidente Riffaud gli diede atto d’aver finalmente accettato di riprendere il proprio vero nome. L’imputato rispose di non aver inventato alcun Liard: erano state le autorità che, procedendo contro di lui sotto quel nome, gli avevano «fabbricato di sana pianta uno stato civile» ch’egli aveva creduto opportuno conservare. L’accusa, tuttavia, gli oppose dei biglietti da visita stampati a Marsiglia a nome di Louis Liard, con la qualifica di fornitore della Marina. Courtois ammise di averli commissionati. Spiegò che quel nome gli era garbato, che lo aveva scelto a caso e che aveva il pieno diritto di farsi chiamare come preferiva. Il suo argomentare giocava sul valore nominale dei termini: un luigi d’oro, diceva, valeva venti franchi; un liard, neppure un soldo.
La pubblica accusa sosteneva all’opposto che non si trattasse di un patronimico d’invenzione adottato senza conseguenze. Courtois si era appropriato di quello di un cittadino di Le Havre, arrecando — sosteneva l’accusa — grave pregiudizio a costui e alla sua famiglia. L’imputato replicò che Liard era deceduto prima dei fatti, che era stato a sua volta anarchico e che non lasciava eredi diretti. Il procuratore generale Labroquère obiettò che sopravvivevano alcuni zii materni e che Courtois ne aveva infangato la memoria domestica. La contesa, in sostanza, si spostava dalla carta bollata alla persona: si può recare danno a un morto usurpando la sua identità, e chi ha titolo per parlare in suo nome?
Le contestazioni dell’accusa non si limitavano ai biglietti da visita. A Courtois si rimproverava di aver apposto la firma di Liard in calce a svariati atti di causa, segnatamente un ultimo verbale d’interrogatorio al forte di Le Hâ. Su questo punto specifico, il sostituto Massot dichiarò di non ricordare di aver fatto firmare quel verbale all’imputato. Una simile testimonianza non bastava a cancellare gli altri usi del falso nome emersi al processo; impediva nondimeno di considerare ogni singola firma ascritta come pacificamente accertata da chi l’aveva raccolta. Courtois non negava di essersene servito, ma insisteva nell’affermare di averlo fatto solo dopo che i magistrati glielo avevano attribuito. Riconobbe d’altronde di non esservisi opposto: «È vero — rispose — e questo è il mio solo torto».
Il processo doveva dunque chiarire se l’uso dell’identità di Liard — pacificamente ammesso da Courtois — integrasse il reato di falso in atto pubblico, con quale intenzione fosse stato commesso e quale pena meritasse. Reinach precisa che l’accusa si fondò unicamente sul delitto di falso, senza invocare alcuna delle leggi speciali contro la propaganda anarchica. Eppure, nel resoconto da lui citato, gran parte della requisitoria si sarebbe soffermata sull’attivismo sovversivo svolto da Courtois in svariati dipartimenti. Questo divario tra la qualificazione giuridica formale e il ritratto politico dell’imputato resta una censura mossa da Reinach, non una motivazione d’ordine giudiziario che la minuta della sentenza ci consenta oggi di verificare.
Il 16 novembre 1894, la giuria rispose affermativamente ai quesiti e negò le circostanze attenuanti. La corte condannò Courtois, per falso, a cinque anni di lavori forzati e a cento franchi di ammenda, senza divieto di soggiorno. Il verdetto non fu affatto di proscioglimento, e nulla nelle fonti consultate permette di smentire tale condanna. Reinach rileva tuttavia che la corte avrebbe potuto infliggere una pena ben più severa in virtù del rigetto delle attenuanti; scelse invece il minimo edittale. Egli cita inoltre «La Petite Gironde», che dà conto di un prolungato mormorio all’annuncio del dispositivo e della sorpresa del pubblico di fronte alla negazione delle attenuanti.
Reinach istituisce quindi un raffronto con il procedimento celebrato subito dopo quello di Courtois: un anonimo imprenditore, imputato per svariate migliaia di franchi di falso in scritture commerciali, venne assolto. Reinach vi scorge una palese disparità di trattamento ai danni dell’anarchico, determinata a suo dire dalle idee politiche del prevenuto. Il parallelo appartiene all’autore della memoria; i particolari del secondo processo non figurano nelle carte da noi esaminate. Occorre perciò registrare l’argomentazione senza assumerla a prova decisiva di parzialità dei giudici.
Nel 1899, mentre Courtois si trovava ancora in Guyana, la relazione di Reinach ne domandò la grazia. La Lega francese per la difesa dei diritti dell’uomo e del cittadino approvò il testo all’unanimità nella seduta del 23 maggio. Reinach non negava la materialità dei fatti: riconosceva l’avvenuta usurpazione del nome, ma dubitava che essa avesse cagionato un danno reale al defunto o ai suoi congiunti e contestava l’eccessiva severità della condanna. Ai suoi occhi, il nome d’un defunto, già impiegato dai tribunali per designare l’imputato, aveva generato un equivoco che il condannato aveva in seguito accettato e sfruttato a proprio vantaggio. La relazione non cancella la sentenza; mostra come una campagna d’opinione abbia trasformato la vicenda in un dibattito sulla misura della pena e sulle garanzie processuali dovute persino al più malvisto dei militanti.
Courtois scrive che i suoi sostenitori si mossero prima ancora della sua liberazione dal penitenziario. Scontata quasi interamente la reclusione, egli rimaneva vincolato al soggiorno obbligato nella colonia. Il 2 gennaio 1900 le autorità disposero la revoca dell’esilio; egli afferma di averne ricevuto notifica soltanto a marzo, circa quattordici mesi dopo l’uscita dal bagno penale. Questo sviluppo fa parte della sua personale testimonianza. Il richiamo dall’esilio non coincide con la domanda di grazia avanzata da Reinach: i passi consultati non dimostrano né che la grazia sia stata effettivamente concessa, né che la condanna del 1894 sia mai stata cassata.
Il nome di Liard visse così più vite: quella d’un defunto, quella che Courtois scelse secondo le proprie giustificazioni, quella che i tribunali registrarono negli atti e infine quella sotto la quale la procura lo mandò a giudizio per falso. I giurati statuirono sulla colpevolezza e negarono le attenuanti; Reinach contestò l’equità di quella risposta senza pretendere di negare il fatto materiale dell’appropriazione. Rimane un confine invalicabile: leggiamo qui il condannato e il suo avvocato, non l’intero incarto processuale. Tra queste pagine, un’identità muta di mano ogni volta che passa da un modulo all’altro. Resta da capire se la giustizia abbia inteso punire una firma mendace, o piuttosto l’uomo che i documenti avevano già imparato a chiamare con un altro nome.
