Vi sono processi in cui si cerca un colpevole; ve ne sono altri in cui sembra piuttosto che il vero colpevole cerchi a ogni costo un processo. Ad Artemare, un’antica controversia fondiaria fornì il primo movente, la morte d’un fattore offrì il pretesto, e la procedura penale, anziché arginare la vendetta, le prestò le proprie forme. Il signor Gonod, avvocato al parlamento, nei primi giorni non ebbe a propria difesa che il ricordo d’una sentenza che aveva restituito alla sua famiglia una porzione del patrimonio avito.
Da vent’anni il signor Cy...... godeva d’una quota del feudo d’Artemare. Una sentenza del parlamento di Digione, resa il 17 agosto 1750, reintegrò Gonod in quel bene paterno. La proprietà non si limitò a cambiare di mano: mutò per sempre i rapporti tra i due uomini. Champagnac riferisce come un odio duraturo fosse divampato contro chi aveva ottenuto giustizia, e come quel rancore covasse nell’attesa d’un’occasione per ammantarsi di dovere pubblico.
Tale occasione si presentò nella notte del 7 ottobre 1768. Verso le nove di sera, Cy...... si recava presso Garin, la cui casa sorgeva a un quarto di lega dal castello. Joseph Gojoz-Vellaz, suo fattore, lo precedeva reggendo una lanterna. Nel mezzo del viale echeggiò un colpo di fucile, che ferì gravemente il servitore a un braccio. I due uomini riuscirono a raggiungere la casa di Garin. Nel loro primo resoconto nessuno dei due fece il nome di Gonod; ammisero persino di non aver potuto scorgere chi avesse aperto il fuoco. Gojoz-Vellaz fece ritorno alla propria dimora ad Artemare. Le sue condizioni peggiorarono; condotto il 10 ottobre all’ospedale di Belley, vi spirò il 23.
L’indomani dell’agguato, Cy...... aveva intrapreso ricerche senza approdare ad alcun indizio sull’autore. Gli occorreva, stando alla cronaca dei fatti, non tanto una traccia quanto un nome. E si impose quello di Gonod, l’avversario del processo sul feudo. Cy...... sporse due denunce: nella propria qualificava l’avvocato come un semplice possidente di Artemare; in quella intestata al suo fattore non esitò a bollarlo come assassino. I primi ricorsi furono deferiti al giudice di Valromey. Il procuratore fiscale rassegnò le sue conclusioni, mentre la voce pubblica, ben lungi dallo sposare l’accusa, appariva incline a smentirla.
Fu allora che intervenne il signor Bon......, assessore della maréchaussée di Belley. Un suo parente, perseguito da Cy...... per furto, era sospettato di essere l’autore dell’omicidio. Champagnac attribuisce al magistrato un accordo di inaudita gravità: indirizzare l’intera procedura contro Gonod e lasciare indenne il proprio congiunto, a patto che Cy...... vi acconsentisse. Quest’ultimo accettò. La giustizia non aveva ancora accertato l’identità dell’attentatore, eppure il sospetto plausibile veniva già scartato a beneficio del nemico designato dall’astio.
La maréchaussée non era competente per un simile delitto. Inoltre, Gojoz-Vellaz era già spirato prima che si promuovessero i nuovi atti. Il 28 ottobre Cy...... si recò a Vouglans dal procuratore Ro......, del baliaggio di Belley. Secondo la cronaca, stese e firmò la propria querela, dopodiché Ro...... ne redasse un’altra a nome del defunto, che pure non aveva mai conosciuto, e in totale assenza di procura. Alle perplessità del complice, Cy...... avrebbe ribattuto di essere padrone della data. Quei due documenti consentirono a Bon...... di emettere un’ordinanza retrodatata al 10 ottobre; le istanze furono depositate in cancelleria soltanto il 13 novembre.
L’indomani Bon...... ricevette la commissione per citare sette testimoni. Gli atti lo mostrano nella duplice e ambigua veste di chi dirige l’istruttoria e al tempo stesso ne alimenta l’accusa. La maggior parte dei testi era composta da domestici o dipendenti di Cy......; costui aveva persino rimesso al proprio valletto Guillaume Sevoz uno scudo da sei lire perché quegli uomini potessero bere prima di deporre. Ciononostante, il procuratore del re non ritenne gli elementi sufficienti per spiccare mandato contro Gonod: sollecitò un supplemento d’indagine corredato da un monitorio ecclesiastico. Bon...... non attese né quel provvedimento né nuove prove. Su un foglio volante, strappato dal fascicolo processuale, vergò di suo pugno, in data 4 dicembre, un decreto di cattura contro un uomo notorio e con stabile domicilio.
Cy......, dal canto suo, andava dicendo che Gonod era stato riconosciuto al bagliore della fiammata del fucile. La cronaca oppone a tale pretesa l’istante fuggevole d’uno sparo notturno: come avrebbe potuto un lampo svelare i lineamenti d’un tiratore? Il 18 dicembre, armato d’uno schioppo e scortato da cavalleggeri, Cy...... comparve dinanzi alla chiesa di Yon mentre Gonod assisteva alla messa. Non tentò di arrestarlo: lo cercò con ostentazione in mezzo ai fedeli. Secondo Champagnac, mirava a terrorizzare l’avversario per indurlo alla fuga e istruire così il processo in contumacia. Gonod non fuggì.
Il 22 e il 24 dicembre l’avvocato fece notificare un atto formale al procuratore del re, a Cy...... e agli eredi di Gojoz-Vellaz. Vi denunciava l’oltraggio recato al proprio onore, eccepiva l’incompetenza della maréchaussée e dichiarava di appellarsi contro il decreto. L’atto giunse nelle mani di Bon......; il procuratore del re non ne fu mai informato. Le indagini parvero arrestarsi, ma quella tregua era solo un inganno. Il 5 febbraio successivo, cinque cavalleggeri della maréchaussée vennero a prelevare Gonod nella sua dimora, sotto gli occhi dei familiari, conducendolo a piedi alle carceri di Belley.
Il prigioniero domandò copia del decreto per conoscere i motivi della carcerazione. Gli fu negata. Contestò l’illegalità della procedura ed esortò a produrre prove; le sue doglianze non giunsero a chi avrebbe potuto accoglierle. Una nuova intimazione rivolta al procuratore del re, in cui eccepiva l’incompetenza dei magistrati ed esigeva che il monitorio fosse affisso nelle parrocchie omesse, fu ancora una volta intercettata da Bon...... Il giudice scese fin dentro la cella per minacciare Gonod qualora avesse perseverato a difendersi; alla moglie del carceriere fu intimato di non lasciar passare uscieri, parenti o amici.
Quelle porte sbarrate produssero conseguenze che nessun rescritto avrebbe potuto sanare. Il padre di Gonod, un vecchio schiacciato dal terrore di vedere il figlio condannato al patibolo, morì di crepacuore, secondo il cronista. Gonod, già provato dalla prigionia e distrutto dal lutto, cadde malato. Le visite gli erano interdette. Champagnac narra che i suoi persecutori gioivano nel vederlo deperire e che uno di essi scommise sulla sua morte imminente. La famiglia supplicò che venisse trasferito all’ospedale, piantonato e a proprie spese; Bon...... oppose un netto rifiuto, rinfacciandogli di aver sporto reclamo contro di lui al capo della magistratura.
Un congiunto indirizzò allora una memoria ai vertici della giustizia reale. Un ordine perentorio impose la trasmissione del fascicolo a Parigi, consentendo finalmente di dirimere il conflitto di competenza. L’11 maggio 1769 il tribunale di Bourg rimise gli atti alla giurisdizione di Valromey, territorio in cui il delitto era stato perpetrato. I testimoni chiave vennero a loro volta interrogati. Guillaume Sevoz e Claude Gojoz-Vellaz furono riconosciuti colpevoli di falsa testimonianza e gettati in carcere. Il 19 agosto la giustizia di Valromey mandò Gonod assolto da ogni accusa; i due testimoni subirono pene distinte: il marchio a fuoco e le galere per Sevoz, il bando per Gojoz-Vellaz, oltre ad ammende e risarcimenti.
L’appello a minima promosso dal pubblico ministero portò infine la causa dinanzi al parlamento di Digione. Il 6 maggio 1770 Gonod fu definitivamente prosciolto e rimesso in libertà, con facoltà di agire contro i calunniatori. L’inchiesta aperta su sua istanza fece emergere la condotta criminosa ascritta a Cy......, Bon...... e Ro......; contro di essi furono spiccati decreti di cattura. Il 19 luglio 1771 il pubblico ministero chiese la pena capitale per i falsi testimoni, pene corporali afflittive per i tre maggiorenti e un cospicuo risarcimento a favore di Gonod. Il parlamento non volle concedere un trionfo così pieno: prosciolse i tre imputati con formula di non doversi procedere e mitigò le condanne dei primi complici.
L’avvocato riacquistò dunque la libertà e l’attestazione solenne della propria innocenza, ma l’ultima sentenza non poté restituirgli quanto il primo arresto gli aveva strappato. Il padre era sceso nella tomba; mesi di prigione e la malattia avevano lasciato solchi incancellabili; e il verdetto del 1771 lasciò i veri mandanti impuniti, a dispetto delle requisitorie della pubblica accusa. Il perno di quell’intera macchinazione era stato una data falsificata, seguita da un’accusa cui si era voluta conferire d’autorità l’efficacia d’un giudicato. Ad Artemare, la giustizia dovette prima riordinare la cronologia violata per poter restituire all’uomo il suo nome.
