Nella primavera del 1430, Giovanna d’Arco uscì a cavallo nei pressi di Compiègne alla testa di una schiera francese. La sua disfatta sortì un effetto opposto a quello delle sue vittorie: sino ad allora, il suo nome aveva sorretto un esercito indebolito e gettato l’inquietudine tra gli inglesi; ormai, i suoi avversari potevano esibirla prigioniera. George Borrow apre la propria narrazione sul contrasto tra l’esultanza dei nemici e la costernazione dei francesi. Catturata dai borgognoni il 23 maggio, fu trattenuta per mesi, poi venduta agli inglesi, che la condussero a Rouen. La sua cattura militare si tramutò così in una posta politica e religiosa.
Il processo doveva accertare se avesse mentito affermando di essere guidata da voci celesti, se avesse praticato la magia, indossato abiti virili e disobbedito alla Chiesa. L’accusa si presentava come un’indagine sulla fede, ma l’esito poteva servire la causa inglese: se i giudici ne avessero fatto un’impostura o un’eretica, si sarebbe potuta delegittimare la consacrazione di Carlo VII, alla quale ella aveva contribuito. Borrow insiste sul legame tra il valore simbolico di Giovanna e l’ostilità di cui fu bersaglio.
La prigionia ebbe inizio prima della solenne apertura delle udienze. Giovanna era detenuta sotto sorveglianza inglese in una fortezza, anziché in un carcere ecclesiastico. Chiese di essere affidata alla custodia della Chiesa. Tale istanza rimase inascoltata. I suoi carcerieri potevano ravvisarvi una precauzione di sicurezza; per lei si trattava di una questione di giustizia, poiché la corte ecclesiastica chiamata a giudicarla non disponeva delle condizioni nelle quali ella attendeva il processo. Il racconto di Borrow torna a più riprese su questa asimmetria: il tribunale si proclamava competente a scrutare la sua anima, mentre i suoi nemici sul campo ne regolavano i contatti, il sonno e gli spostamenti.
La prima fase fu una lunga sequela di interrogatori preliminari. Gli assessori le domandavano se avesse udito le voci di san Michele, di santa Caterina e di santa Margherita, quando le fossero apparse e quale comando le avessero impartito. Giovanna rispondeva di averle riconosciute e che esse le recavano consiglio. I quesiti si ripresentavano sotto molteplici forme: le aveva viste con gli occhi carnali, aveva ricevuto un segno, aveva obbedito a una voce o alla propria volontà? Ella non pretendeva di svelare tutto ciò che le era stato confidato. Allorché le si intimava di rivelare un segno segreto, talora rifiutava, oppure dichiarava che la cosa non riguardava i giudici.
I giudici le chiesero se intendesse sottomettersi alla Chiesa militante, vale a dire all’autorità ecclesiastica terrena. Giovanna rispose di essere pronta a rimettersi a Dio e alla Chiesa trionfante, ma che non avrebbe ritrattato quella che considerava una missione divina. La formula poteva apparire come una dichiarazione di fedeltà; gli inquisitori vi cercavano la disobbedienza. Il contrasto non verteva dunque soltanto sulla veridicità delle sue visioni, bensì sulla gerarchia delle fedeltà: la corte esigeva che la giovane prigioniera anteponesse l’autorità dei magistrati alla propria interpretazione del comando ricevuto.
Gli interrogatori si svolsero in un’atmosfera estenuante. Parecchi chierici incalzavano con le domande, mentre i notai registravano le risposte. Il testo narra come le si chiedesse di giurare di rispondere a tutto, laddove ella intendeva circoscrivere il proprio impegno alle sole domande cui le fosse lecito replicare. Gli inquisitori tornavano con insistenza anche sulle vesti maschili. Giovanna chiariva che esse avevano accompagnato il suo servizio militare e che in quell’abito si sentiva più al sicuro in mezzo a guardie di sesso maschile. Borrow rammenta i ripetuti tentativi di indurla a dismetterlo e i rischi cui andò esposta nella sua cella. Tali sono le circostanze riferite nella raccolta di Borrow.
Vennero ascoltati testimoni nel paese natio di Giovanna e sui luoghi della sua giovinezza. Parlarono dell’infanzia, della condotta e della reputazione della giovane. Le autorità cercavano di ascrivere le voci a un’origine umana e di dimostrare che i suoi comportamenti eccedevano la pietà consentita. Quelle deposizioni non chiarivano come interpretare le visioni; fornivano piuttosto frammenti di ricordi a partire dai quali i giudici potevano costruire un ritratto favorevole o ostile. A mano a mano che gli articoli d’accusa si moltiplicavano, le risposte della prigioniera venivano ridotte a formule isolate, sovente private del loro contesto.
Una visita mutò tuttavia i termini del contendere. Isambart de la Pierre le parlò di un concilio in cui ella avrebbe potuto trovare anche uomini della sua fazione. Giovanna domandò cosa fosse un concilio generale; il religioso le spiegò che esso rappresentava la Chiesa universale. Nella scena tramandata da Borrow, ella accetta allora di sottomettervisi. Il vescovo di Beauvais interruppe Isambart e intimò al notaio di non registrare tale risposta. Giovanna protestò: si verbalizzava ciò che la incriminava, ma si rifiutava di mettere agli atti ciò che poteva difenderla. Il religioso ricevette minacce. La via del ricorso non era più un’astratta questione d’autorità: dipendeva ormai da una frase che un uomo poteva ancora decidere di escludere dalla pagina.
Il 24 maggio 1431 Giovanna fu condotta nel cimitero di Saint-Ouen, dove le si doveva sottoporre un’abiura. Le si prometteva una pena più mite qualora avesse ritrattato i punti che i giudici ritenevano eretici. La giovane si trovò dinnanzi a una scelta i cui termini non le erano del tutto accessibili. Appose la propria firma o un segno su una formula di abiura, quindi riprese gli abiti femminili. Il tribunale interpretò tale atto come una sottomissione; Giovanna, secondo la ricostruzione di Borrow, lo intese come un mezzo per sfuggire al rogo senza rinnegare la missione affidatale dalle voci. Questo scarto tra il testo scritto e il significato che ella gli attribuiva si sarebbe rivelato fatale.
Fu ricondotta in prigione. La questione delle vesti maschili tornò allora al centro di tutto. La narrazione spiega come ella abbia ripreso quell’abito in circostanze che, a suo dire, lo rendevano necessario. Agli occhi dei giudici, quel gesto significava che aveva infranto l’abiura ed era ricaduta nell’errore: la si poteva ormai qualificare come relapsa, eretica recidiva. L’accusa non doveva più dimostrare la colpevolezza iniziale; le bastava constatare che l’impegno assunto era stato disatteso. Giovanna sostenne che le sue voci non l’avevano ingannata e non ritrattò ciò che riteneva vero.
La condanna fu pronunciata senza un nuovo giudizio in contraddittorio paragonabile ai precedenti interrogatori. Il 30 maggio Giovanna fu condotta sulla piazza del Mercato Vecchio a Rouen. Le fu posto sul capo un berretto con le scritte che la proclamavano eretica e idolatra. I sacerdoti e i magistrati diedero pubblica lettura della sentenza. Ella domandò di vedere un crocifisso e di ascoltare esortazioni religiose. Nella versione di Borrow, il domenicano Martin Ladvenu le rimase accanto. Allorché le fiamme si approssimarono, la giovane lo avvertì di allontanarsi per non essere arso, pregandolo poi di tenere la croce sollevata sotto il suo sguardo.
Borrow riferisce che ella invocò Gesù e i santi, protestò ancora la propria innocenza e rammentò al vescovo di Beauvais ch’egli era la causa della sua morte. Il testo descrive il suo supplizio e l’ordine di ridurre i resti in cenere per disperderli nella Senna. Davanti al tribunale, Giovanna aveva chiesto che si conservasse una risposta a lei favorevole nei verbali; sul rogo, domandò che un uomo tenesse una croce abbastanza in alto perché potesse vederla. Gli interrogatori, l’abiura e la sentenza avevano fissato ciò che i magistrati volevano fare delle sue parole. Ella morì ribadendo che essi non dicevano la verità sulla sua missione.
