Il 26 febbraio 1803, un plico di buoni del Tesoro per un valore di duecentomila sterline avrebbe dovuto passare dalle mani del cassiere a quelle dei direttori della Banca d’Inghilterra. I registri recavano le debite firme; le carte, invece, ricomparvero sul mercato. Robert Aslett, impiegato dell’istituto da venticinque anni e cassiere dal 1799, fu accusato di essersene appropriato. La prima azione giudiziaria era tuttavia destinata a infrangersi su un punto ben più angusto della sottrazione materiale: quei fogli erano, agli effetti di legge, autentici buoni del Tesoro?
Gli acquisti venivano negoziati per il tramite dell’agente di cambio Templeman presso la ditta Goldsmid. Aslett riscontrava i titoli con la distinta, li iscriveva nel registro delle compravendite e liquidava il mediatore. Finché le partite restavano nell’ufficio di cassa, egli le custodiva in una cassaforte. Quando erano pronte per il deposito definitivo, le riuniva in pacchi; il direttore di turno le verificava a fronte delle annotazioni e del libro maestro originario, dopodiché due direttori sottoscrivevano la ricevuta. I buoni dovevano poi essere trasferiti in un forziere munito di tre serrature, le cui chiavi erano spartite fra altrettanti membri della direzione. Davanti ai giurati, il procuratore dell’accusa, Garrow, avrebbe ripercorso scrupolosamente ognuno di questi passaggi.
Quel giorno, stando all’atto d’accusa, furono allestiti tre lotti per un valore rispettivamente di centomila, duecentomila e quattrocentomila sterline. Due direttori vidimarono il carico complessivo di settecentomila sterline. Il plico intermedio, quello da duecentomila, non raggiunse mai la cassaforte, sostenne l’accusa. Le restanti mazzette risultavano regolarmente pervenute. Non bastava però accertare un ammanco contabile: occorreva dimostrare che le carte riapparse sul mercato fossero proprio i titoli testé acquistati dalla Banca e che Aslett li avesse sottratti prima che i direttori ne assumessero l’effettiva custodia.
Il 16 marzo, Aslett incaricò il signor Bish di acquistare per suo conto cinquantamila sterline di rendita pubblica nei Consols. A garanzia dell’operazione consegnò tre buoni già transitati per la Banca. Bish riconobbe i titoli e, il 9 aprile, denunciò la circostanza ai direttori. Alla presenza di Abraham Newland, il capo cassiere, fu anzitutto chiesto se dei buoni affidati alla Banca potessero rientrare in circolazione. Entrambi risposero negativamente. Quando gli furono mostrati i titoli incriminati, Aslett ammise di averli impegnati, ma sostenne che non appartenevano all’istituto e non figuravano nel registro delle acquisizioni. La scoperta muoveva dunque da tre fogli consegnati a un intermediario, non da un inventario che avesse repentinamente svelato un vuoto.
Alla prima udienza, Garrow illustrò le procedure di controllo del deposito e l’ingente esborso sopportato dalla Banca per riscattare i titoli rimessi sul mercato: oltre centomila sterline, secondo la sua requisitoria. Il difensore, Erskine, spostò il confronto sulla validità formale dell’emissione. La legge prescriveva che i buoni recassero la firma dell’uditore dello Scacchiere o quella di un suo delegato legalmente autorizzato, previa approvazione scritta dei commissari del Tesoro. Ebbene, Jennings, che aveva siglato quelli in esame, non disponeva della necessaria delega per quelle specifiche serie; l’autorizzazione concessagli nel 1799 non si estendeva alle emissioni più recenti. L’omissione non rendeva certo inesistenti i documenti agli occhi della Banca, ma mutava radicalmente la fattispecie che l’accusa poteva legalmente contestare.
Il presidente del collegio paragonò la vicenda a quella di un uomo imputato del furto di una moneta a corso legale rivelatasi poi di metallo vile. Il giudice Rooke condivise l’eccezione: il capo d’accusa qualificava gli oggetti come buoni del Tesoro, laddove quei documenti, viziati all’origine, non costituivano in punto di diritto i titoli così denominati. La giuria ricevette l’ordine di assolvere Aslett e lo assolse seduta stante. Garrow domandò che l’imputato rimanesse in vinculis; il tribunale ne dispose il trattenimento, poiché la Banca intendeva agire per il recupero delle somme. Kirby, incaricato di ricondurre il prigioniero in cella, esitò: aveva appena udito la sentenza assolutoria. Un ordine perentorio della corte troncò ogni indugio. Aslett, vestito di un abito marrone chiaro e con i capelli incipriati, aveva fino a quel momento tenuto il capo chino. All’istanza di rinnovata carcerazione sollevò lo sguardo verso i magistrati. Pelham ne descrive lo smarrimento: per quella volta, la parola assoluzione non spalancava alcuna porta.
La pubblica accusa tornò all’attacco con nuovi capi d’imputazione. I documenti erano i medesimi, ma mutavano le formule impiegate per definirli: furono qualificati come carte che «pretendevano di essere» titoli di credito, ovvero come beni di pertinenza della Banca. La cronaca di Camden Pelham consente di seguire questo secondo giudizio, che il resoconto di Borrow lascia in ombra. Il primo atto riguardava tre buoni da mille sterline ciascuno; la cifra di duecentomila sterline descriveva l’intero pacco scomparso, non l’ammontare di quei singoli tre pezzi. Il 17 settembre 1803 furono letti tre nuovi capi d’imputazione relativi ai certificati contrassegnati dai numeri 835, 2694 e 6061, per un controvalore di duemilacinquecento sterline, alternando le formule di titoli di garanzia e di beni appartenenti alla Banca. Erskine eccepì che la seconda udienza puniva la medesima condotta sotto una diversa dicitura; sostenne inoltre che la legge di sanatoria rendeva validi i buoni soltanto sul piano civile ed escludeva espressamente ogni effetto retroattivo su una fattispecie penale anteriore. Non si trattava di una mera replica del primo processo: bisognava stabilire se l’atto d’accusa potesse avere per oggetto carte che non erano veri e propri buoni al momento della loro sottrazione. I magistrati si riservarono la decisione mentre i testimoni confermavano le circostanze esposte da Garrow. La giuria dichiarò Aslett colpevole. Un mormorio percorse l’aula. Pelham ritrae l’imputato attento, privo di manifestazioni di terrore come di leggerezza: attese due minuti, salutò la corte e si allontanò assieme agli amici che lo avevano assistito.
Restava ai magistrati stabilire se quelle carte rientrassero tra le categorie tutelate dalla legge sui privilegi della Banca. La relazione di Pelham rammenta che undici giudici giudicarono meritevoli di accoglimento alcune tesi difensive, ma che, dopo ripetute consultazioni collegiali, la maggioranza riconobbe ai fogli il valore giuridico di effetti e garanzie ai sensi dello statuto. Nel febbraio 1804 la corte pronunciò la condanna a morte, commutata in seguito nella deportazione a vita. Il cavillo formale che gli era valso la prima assoluzione non era bastato a salvarlo: le carte avevano mutato veste nell’atto d’accusa, e il cassiere il proprio stato nella prigione. Borrow lo ritrova più tardi a Newgate, dove rimase rinchiuso per vari anni prima della partenza. Le tre chiavi della cassaforte non avevano impedito ai titoli di prendere il largo; i due verdetti non valsero a restituirgli la libertà.
