A Tolosa, il fallimento di un agente di cambio non si misura soltanto sulle colonne di un bilancio. Si legge nelle proteste di coloro che chiedevano la restituzione di un titolo affidato per la vendita, di una rendita depositata in garanzia o di pochi risparmi consegnati all’uomo cui la professione imponeva di custodirli. Quando Pierre-Zéphirin Gauja comparve dinanzi alla corte d’assise dell’Alta Garonna, il 14 e 15 novembre 1872, la Gazette des Tribunaux presentò il dibattimento come quello a carico di un pubblico ufficiale che aveva asservito alle proprie speculazioni somme destinate ad altri scopi.
Il giornale attribuisce all’imputato due età differenti: quarant’anni nell’introduzione, quarantuno nel testo dell’atto d’accusa che riproduce. Lo descrive come un uomo bruno, vestito con semplicità, le cui risposte, rese a bassa voce, apparivano impacciate. Prima di esercitare come agente di cambio a Tolosa, era stato educato in seminario, aveva ricevuto gli ordini minori, insegnato, e poi lavorato presso uno studio notarile. L’aula, stando al corrispondente, era gremita; tra i testimoni seduti davanti alla corte sedevano molti sacerdoti, poiché i risparmi intaccati appartenevano, in misura cospicua, a persone di modesta condizione e a membri del clero. Il cronista segnala tale presenza, ma non riporta le deposizioni a una a una.
L’atto d’accusa colloca l’entrata in carica di Gauja nel luglio del 1862, quando egli disponeva di scarse risorse. Fissa a 38.000 franchi il prestito destinato a finanziare l’acquisto, la quota dei fondi comuni e la cauzione; il medesimo passaggio enumera 25.000 franchi per la carica, 4.765 franchi di fondi comuni e 12.000 franchi di cauzione, vale a dire 41.765 franchi. Le cifre a stampa non concordano: queste tre voci superano di 3.765 franchi l’importo dell’emprunt. Più avanti, il giornale data al 5 marzo 1866 l’associazione con François Sage, finanziatore; essa interviene successivamente all’assunzione dell’ufficio del 1862.
Sage avrebbe conferito 42.151 franchi e 43 centesimi a una società il cui capitale era fissato a 84.302 franchi e 86 centesimi. Il rifiuto opposto da Gauja, prosegue l’accusa, di mostrare i registri e consentire la verifica della cassa destò i sospetti del socio. Questi chiese lo scioglimento della società alla fine del 1866. Al primo giorno del 1867, il signor Hénault figlio ne avrebbe preso il posto, rimborsando alla cassa i fondi ritirati da Sage. La narrazione giudiziaria delinea così una ditta il cui capitale proveniva da soci esterni, mentre la fiducia veniva meno non appena i libri contabili restavano serrati.
Una prima imprudenza era già ascritta a Gauja: avrebbe garantito, per 30.000 franchi, gli effetti cambiari di tre persone dichiarate ben presto fallite. L’atto d’accusa distingue questo errore professionale da quanto seguì. A partire dal gennaio 1867, l’agente si sarebbe dedicato per proprio conto a operazioni di Borsa vietate dal suo ufficio. Per celare tali manovre ai propri impiegati, le avrebbe intestate a nomi fittizi: Carbonne, suo suocero, Pagnon, suo cognato, e un abate designato da una lettera.
Per oltre tre anni, fino alla liquidazione del 30 giugno 1870, le perdite così ascritte ai tre clienti immaginari avrebbero raggiunto i 189.278 franchi e 65 centesimi. Il congegno è esposto senza reticenze nell’atto: Gauja avrebbe pagato le differenze dovute alle liquidazioni mediante il contante e i titoli affidatigli dai clienti per altri fini. Le somme versate per acquistare valori, quelle lasciate in deposito o in pegno, le rendite, le azioni e le obbligazioni destinate a essere vendute o convertite, entravano tutte nel fascicolo come altrettanti beni di cui occorreva rendere conto.
L’estate del 1870 avrebbe momentaneamente invertito la rotta delle perdite. La Gazette riporta che lo scarto di quotazione tra vendite e riacquisti permise a Gauja di realizzare 157.587 franchi di utile tra luglio e agosto; i fallimenti di due corrispondenti, Saunier e Legendre, ridussero tale guadagno a 112.289 franchi. Secondo l’accusa, questa tregua gli avrebbe consentito di tacitare i creditori più insistenti, conservare la fiducia di una parte della clientela e proseguire l’attività. Il ristagno successivo sospese le speculazioni sino alla ripresa delle contrattazioni sulle grandi piazze finanziarie; Gauja avrebbe allora ricominciato sotto i medesimi nomi fittizi.
Questa seconda serie, protrattasi fino al 15 gennaio 1872, si sarebbe chiusa con 92.182 franchi e 62 centesimi di perdite. Nondimeno, i dettagli contabili — 189.278 franchi e 65 centesimi di perdite, diminuiti dell’utile netto di 112.289 franchi, poi accresciuti dei 92.182 franchi e 62 centesimi della seconda serie — danno 169.172 franchi e 27 centesimi, mentre l’atto stampa un totale di 169.772 franchi: permane dunque uno scarto di 599 franchi e 73 centesimi tra i numeri pubblicati. Il perito contabile aveva redatto il bilancio con la partecipazione e l’adesione di Gauja: 335.667 franchi e 50 centesimi di passivo, contro 136.547 franchi di attivo. Il resoconto precisa che il dividendo da ripartire «raggiungerà a stento il 40 per cento»: prevede cioè un tasso prossimo al quaranta per cento, e non un tetto massimo irraggiungibile. Sono i dati dell’accusa così come riferiti dal giornale; l’articolo non riproduce né i registri né il dettaglio delle verifiche peritali.
L’effettiva cessazione dei pagamenti risaliva, stando sempre a questo testo, al gennaio 1872. Alcuni clienti esigevano il denaro destinato all’acquisto di valori, le somme depositate o costituite in pegno, nonché la restituzione di titoli. Il 17 gennaio, Gauja avrebbe convocato i propri creditori per esporre la situazione e proporre un accordo amichevole. Seguirono le querele. Chiamato a discolparsi dall’accusa di appropriazione indebita, ammise, secondo l’atto, di essersi servito per le proprie operazioni di Borsa dei titoli e del numerario consegnatigli con l’obbligo di restituirli o di destinarli a un uso stabilito.
Cinquantacinque clienti avrebbero subito un danno stimato in quasi 200.000 franchi. L’accusa insisteva sul fatto che la maggior parte dei valori dissipati gli era stata rimessa nel 1871, quando egli non poteva più, a suo dire, farsi illusioni sullo stato dei propri affari. Evocava altresì scritture che, a decorrere dal gennaio 1870, non recavano più traccia di determinate consegne di contante o entrate di titoli. Il resoconto annuncia quindi un’elencazione delle somme affidate e dissipate, ma non ne stampa il dettaglio. Segnala l’audizione di testimoni comparsi a confermare i capi d’imputazione, senza però conservarne le deposizioni. Il lettore riceve dunque l’impalcatura dell’accusa, non il verbale del dibattimento.
Il signor Legeard de la Dyriais, avvocato generale, sostenne l’accusa. L’avvocato Piou assunse la difesa. Il corrispondente non riassume la sua arringa; passa alle brevi repliche, alla sintesi del dibattimento, quindi alla giuria, chiamata a rispondere a centodieci quesiti. Questo riserbo della cronaca vieta di attribuire a Gauja, al suo difensore o ai testimoni argomenti e parole che il testo non ha tramandato. In queste righe, le operazioni, le cifre e la confessione riferita appartengono all’atto d’accusa; la scena giudiziaria si chiude sull’esito fornito dalla Gazette.
Il verdetto fu affermativo per tutte le imputazioni di appropriazione indebita e negativo per il reato di bancarotta. La corte condannò Gauja a tre anni di carcere e a cento franchi di ammenda. L’articolo si conclude sull’imputato, pallidissimo, quasi esanime. I numeri avevano descritto la rovina di una ditta di cambio; il verdetto separò, dal canto suo, i fatti accertati dalla giuria dall’imputazione di bancarotta, che venne rigettata. Tra le due cose restavano i cinquantacinque clienti e i valori che attendevano di recuperare, mentre il giornale, dopo aver annotato la pena, non ci dice quale sia stata la sorte finale dei loro crediti.
