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Giustizia e scandali · Francia

I fagotti sotto il fieno

Montfaucon, 1780. Alcuni abiti dimenticati in un fienile scatenano la caccia al corpo di una donna scomparsa. Il notaio che li custodisce finisce in ceppi; eppure, un incontro a Parigi racconta tutt’altra storia.

Per dodici giorni la casa del notaio fu messa a soqquadro. Quattro uomini scavarono, rimossero macerie, cercarono in ogni direzione quel corpo che le dicerie del paese avevano già sepolto più volte. A sentire gli uni, Barbe Didiot era stata avvelenata; a sentire gli altri, sgozzata. A quelle narrazioni faceva difetto una sola cosa: il cadavere. Sotto il fieno, a dire il vero, erano saltati fuori i suoi indumenti. Ma Nicolas Sillet andava ripetendo da anni che si trovavano lì, e nessuno era ancora riuscito a spiegare per quale ragione una donna andatasene di sua spontanea volontà avrebbe dovuto tornare a riprenderli.

Sillet esercitava le funzioni di notaio reale a Montfaucon, in Champagne. Possedeva terre che Jean Didiot coltivava insieme alla moglie Catherine Melinet. La famiglia versava nell'indigenza e riceveva da lui continui anticipi. Nel 1771 Didiot acquistò un cavallo per duecentocinquanta lire; la moglie e la figlia maggiorenne si impegnarono con lui al pagamento. Sillet saldò poi il venditore, divenendo loro creditore per quella somma, che andava a sommarsi ai debiti pregressi. I due casati erano legati dal lavoro, dai prestiti e dalle reciproche necessità, ben prima che i loro nomi venissero accomunati in un’imputazione criminale.

Barbe badava alle bestie e aiutava nei campi. Nel 1766 aveva denunciato una gravidanza, indicando come padre Jean Sillet, fratello del notaio. Ne era nata una bambina. I rimproveri dei genitori e lo scherno che incontrava a ogni passo rendevano la sua vita in paese intollerabile. Parlava spesso di Parigi, dove desiderava cercare un impiego e una diversa condizione. Nel luglio del 1774, all’età di trentadue anni, decise di partire. Quella scelta non cancellava i suoi obblighi né le fatiche del viaggio; le permetteva se non altro di sottrarsi a coloro che riconducevano senza sosta la sua esistenza alla medesima colpa.

Chiese ad alcuni conoscenti di custodire le masserizie che non poteva portare con sé. Nessuno volle farsene carico. Conosceva tuttavia una dipendenza di Sillet, formata da un fienile e da una stalla, dove si recava ogni giorno ad accudire gli animali. La chiave era nascosta in un buco del muro. Durante la notte tra il 21 e il 22 luglio, vi depositò dei fagotti, celandoli in vari punti del mucchio di fieno. Le sue cose restavano a ridosso della vecchia vita; lei poteva muovere più leggera verso la nuova.

L’indomani ne avvertì il notaio, chiedendogli il segreto. L'uomo tentò di persuaderla a restare accanto ai genitori, poi le consigliò di lasciare almeno da loro i propri effetti. La donna replicò che le appartenevano, avendoli acquistati col proprio denaro, e che nel fienile sarebbero stati più al sicuro. Avrebbero inoltre potuto garantire ciò che lei e i suoi dovevano al notaio. Sillet non la trattenne. I fagotti rimasero al loro posto, scorti di tanto in tanto da quanti venivano a prendere o a riporre il fieno. Egli raccomandava soltanto di rimetterli a posto senza spostarli inutilmente.

Lungo la strada per Parigi, a Lizy presso Vouziers, una donna ben vestita proveniente da Montfaucon fu interrogata sulla sua destinazione. Dichiarò di cercare lavoro e di allontanarsi da parenti dei quali non era soddisfatta. L’informazione confermava l’ipotesi di una partenza volontaria. Ma in paese, l’assenza si andava popolando di trame ben più fosche. Il silenzio di Barbe lasciava a ciascuno la facoltà di congetturare dove ella si trovasse. Ben presto, il non sapere divenne il pretesto per spiegare, e la spiegazione più inquietante prese il sopravvento sulle semplici notizie di viaggio.

Nel 1775 Sillet pose mano ai restauri della dipendenza, che minacciava rovina, nonché di una porzione dell'edificio contiguo. Al termine dei lavori, offrì da bere agli operai. Si mormorò allora che li avesse ubriacati per comprare il loro silenzio su un cadavere rinvenuto nella cantina. Le sue stesse risposte a quanti chiedevano di Barbe gli furono ritorte contro. Ignorava dove vivesse, si augurava che stesse bene, scherzava sull'elegante ritorno che la donna aveva vagheggiato. La riservatezza di un uomo a cui era stata chiesta discrezione si trasformava, per il vicinato, nel linguaggio cifrato di una colpa inconfessabile.

Una prima denuncia fu depositata il 28 novembre 1775. Furono ascoltate trentasei persone. L’anno seguente, Sillet dovette rispondere di accuse vertenti sulla partenza di Barbe, su una presunta gravidanza al momento della fuga e sulla conservazione dei suoi indumenti. Altre due persone furono indagate perché una cuffia della scomparsa era stata indossata dalla moglie di una di esse. Gli oggetti circolavano ormai come corpi di reato. Quanto Barbe aveva abbandonato per non intralciare il proprio cammino serviva ad addensare i sospetti su coloro che erano rimasti.

Nell’ottobre del 1780, nuovi lavori riportarono i fagotti alla ribalta. Alcuni manovali li scoprirono sotto il fieno e proposero a Sillet di tacere in cambio di un compenso. Egli intimò loro di pensare al proprio mestiere. Quelli resero immediatamente pubblica la scoperta. Fu redatto un inventario, poi il magistrato dispose la perquisizione della casa alla ricerca di un cadavere. Sillet acconsentì agli scavi. Al termine di dodici giornate, i periti verbalizzarono di non aver trovato nulla. La dimora era stata sventrata da cima a fondo; l’accusa, invece, non accennava a richiudersi.

Sillet era stato incarcerato a Montfaucon durante questa nuova fase della procedura, per poi essere trasferito a Reims. Gli venivano ormai ascritti la ricettazione, la seduzione, l’assassinio, l’avvelenamento e la subornazione di testimoni. Versioni del tutto inconciliabili parevano sommarsi senza escludersi a vicenda. Il suo difensore ricondusse la disputa alla questione pregiudiziale: dov’era l’omicidio di cui si pretendeva di indicare l'autore? La sparizione era un fatto, gli abiti erano reali, ma nessuna di queste due circostanze provava la morte di Barbe. La difesa disponeva inoltre di una notizia ben più solida delle illazioni sorte attorno a una caraffa di vino offerta agli operai.

Jeanne Le Fèvre, moglie di un calzolaio di nome Honosse, aveva incontrato Barbe a Parigi nell’agosto del 1775. Le aveva domandato cosa facesse laggiù. Barbe le aveva risposto di essersi stabilita nella capitale e di non voler fare più ritorno al paese. Non aveva fornito ulteriori spiegazioni. Il colloquio era avvenuto oltre un anno dopo la partenza da Montfaucon. La donna che taluni pretendevano sepolta nella cantina era dunque comparsa dinanzi a una conoscente lungo una via parigina, determinata a serbare per sé le ragioni della sua nuova esistenza.

Il 18 ottobre 1783, il parlamento di Parigi ordinò che l’istruttoria proseguisse a Reims entro il termine di tre mesi, ma dispose la scarcerazione provvisoria di Sillet, che doveva rimanere a disposizione dei giudici. Poco dopo, la corte lo mandò assolto. I genitori di Barbe erano comparsi soltanto in veste di testimoni e non avevano promosso alcuna azione contro di lui. Il debito, le vesti, le opere murarie e il silenzio non erano riusciti a fabbricare il delitto che si voleva far loro raccontare. Il notaio usciva indenne dall’accusa; la donna il cui nome lo aveva perseguitato rimaneva lontana dal paese.

Non la si vide comparire all’udienza per dirimere di persona ogni interrogativo. La sua esistenza si attestava nella testimonianza di Jeanne, nella risoluzione di non lasciare Parigi e in quei fagotti affidati sei anni prima delle ultime perquisizioni. La cronaca antica le attribuì in seguito un destino disgraziato e un nome fittizio, senza tuttavia recarne conferma. Ciò che Barbe aveva realmente dato a intendere era cosa assai più piana: non intendeva tornare. Sillet ne aveva custodito le robe nell'attesa che le reclamasse; il paese aveva scambiato quell'attesa per l'occultamento di una morte, incapace di concepire che potesse essere soltanto il riflesso di una vita scelta altrove.

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romanzo

La città dove restare

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trilogia

Quelle che sono partite

Tre romanzi storici seguirebbero tre donne che abbandonano il medesimo villaggio in epoche diverse. La prima cambierà mestiere e nome; la seconda cercherà una madre creduta morta; la terza erediterà una casa colma di masserizie mai reclamate. Ciascun volume offrirebbe un'indagine e una conclusione autonome. Vi interesserebbe questa trilogia in cui le partenze lasciano dietro di sé narrazioni arbitrarie, e dove le protagoniste scoprono che è talvolta più arduo far riconoscere una vita nuova che dissipare le ombre della vecchia?

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Dalla fonte integrale IV31, priva di riproduzioni del processo originale. Barbe, 32 anni, parte il 22 luglio 1774; figlia nata nel 1766 con dichiarazione di paternità attribuita a Jean Sillet, fratello del notaio Nicolas (da non confondere). A Parigi si registra unicamente la testimonianza di Jeanne nell'agosto 1775; Barbe non fu mai rintracciata fisicamente dai magistrati né comparve mai in aula. Scarcerazione provvisoria il 18 ottobre 1783 e successiva assoluzione a Reims in data non precisata; il 1783 resta l'anno cardine della procedura. Ricovero all'Hôtel-Dieu, secondo parto, pseudonimo o prostituzione rimangono congetture della fonte mai accertate. Dodici giorni di scavi nel 1780 senza rinvenimento di cadaveri. La presunta gravidanza alla partenza fu una mera diceria. I debiti per il cavallo (250 lire) e le altre somme rimasero distinti. I genitori figurarono come meri testimoni e non come parti civili, circostanza usata dalla difesa e non prova psicologica. Nessun giudizio morale sulla partenza o sulla maternità; destino successivo ignoto. La carcerazione avvenne durante le perquisizioni e non al loro esito; la fonte attesta che il notaio era detenuto da quasi un mese al 18 novembre.

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