Il sacco galleggiava nello stagno da abbastanza tempo perché le donne venute a lavare i panni esitassero ad accostarsi. Finirono per trascinarlo a riva con una pertica. All’interno v’erano membra umane. Indietreggiarono, chiamarono le autorità, e il villaggio di Sainte-Marie-la-Blanche apprese che un corpo era stato fatto a pezzi prima di essere gettato nell’acqua.
A quei resti mancava un nome. Per diversi giorni, l’indagine non ebbe tra le mani se non frammenti da misurare e uno stagno da scandagliare. La pelle non recava tracce certe di violenza. Quattro giorni più tardi riaffiorarono altre parti: il braccio destro, la gamba destra e la sommità del tronco. Mancavano allora il basso ventre, il cuore e i polmoni. Tali spoglie non consentivano di identificare la defunta né di stabilire la causa della morte. Più tardi, il medico ne stimò l’età attorno ai trent’anni.
Il giorno stesso del ritrovamento, il curato del villaggio, Jean-Baptiste Delacollonge, aveva abbandonato la parrocchia senza avvertire la domestica. Le sue assenze non erano insolite; gli accadeva di allontanarsi per settimane. Questa volta, tuttavia, non tornava. La fantesca, Françoise Bourgeois, si impensierì di quella partenza senza spiegazioni. A Sainte-Marie, il posto del sacerdote rimase vacante per quasi un mese.
Alcuni abitanti rammentarono allora una donna scorta in canonica. Giungeva da Lione e Delacollonge la presentava come una cugina. Si chiamava Fanny Besson e si guadagnava da vivere come modista. Gli inquirenti accostarono la sua scomparsa ai resti affiorati nello stagno. Lo svanire nel nulla di quella donna, unito all’assenza prolungata del curato e al viavai segnalato presso lo specchio d’acqua, orientò l’istruttoria. Erano indizi che additavano un’identità probabile; non bastavano ancora a dire come Fanny fosse morta.
Il 30 settembre 1835, Delacollonge fu arrestato a Lione, sulla banchina del Rodano, nell’istante in cui si disponeva a partire per Ginevra. Le sue confessioni e gli elementi raccolti dall’istruttoria stabilirono che il cadavere apparteneva a Fanny, che ella era perita per mano sua e che egli ne aveva sezionato i resti prima di gettarli nello stagno. La fuga e le ammissioni facevano luce sulle indagini; non appianavano ancora tutti i nodi del processo.
Un legame clandestino
Il racconto di Fouquier risale al 1820, allorché Delacollonge era vicario a Saint-Pierre di Lione. Fanny lavorava in una bottega di mode ed era stata sua penitente. Egli le aveva anticipato duemila franchi per avviare il commercio. La loro relazione era sopravvissuta ai trasferimenti d’ufficio. Dopo le dimissioni dal vicariato di Saint-Pierre, il sacerdote ottenne il perdono dei superiori e fu destinato a Briennon, sede che rifiutò. Insegnò poi al collegio di Thoissey, prima di essere nominato a Neuville.
Quando ricevette la cura di Sainte-Marie-la-Blanche, Delacollonge ritrovò Fanny. La donna soggiornò in canonica con la qualifica di cugina, talvolta alloggiata presso un’altra popolana onde fugare i sospetti. Nel corso del 1834 vi trascorse circa tre mesi. Era incinta. Fouquier riferisce che diede alla luce un bambino a Digione il 12 febbraio 1835; la creatura morì nascendo. Delacollonge aveva preso in affitto per lei un appartamento sotto falso nome, assumendosi oneri che oltrepassavano le sue sostanze.
A Sainte-Marie i parrocchiani versavano al curato un supplemento annuo di cento franchi e una fornitura di vino; la frazione di Combertot aggiungeva duecento franchi, e le rendite della parrocchia erano valutate in milleottocento franchi. Nondimeno, le spese imposte da Fanny gravarono sulle sue risorse. I fabbricieri gli prestarono in seguito «del denaro», senza che Fouquier ne precisi l’ammontare. Più tardi vennero a mancare duecentottantacinque franchi dal cassetto della sacrestia. Delacollonge ammise di aver sottratto la somma, ma la qualificazione giuridica del fatto e la circostanza dello scasso furono a lungo dibattute in aula. Per l’accusa, quel debito e il mantenimento della donna rivelavano la morsa finanziaria che lo stringeva. Il furto costituiva tuttavia un capo d’imputazione distinto dall’omicidio.
Nell’estate del 1835, Delacollonge fece venire Fanny in gran segreto alla pieve. La domestica ne informò il sindaco. Il 24 agosto, al termine di una funzione, questi ammonì il prete: avrebbe dovuto allontanare la presunta cugina qualora ella si trovasse in canonica. Delacollonge ne negò la presenza, ma il primo cittadino insistette sul cattivo effetto che la notizia avrebbe suscitato in paese. L’accusa scorse in quel momento il punto di rottura: Fanny non poteva più restare lì, e le finanze del curato non permettevano di mantenerla altrove.
Quanto si conosce della sera del 24 agosto deriva in parte dalla versione resa da Delacollonge ai magistrati. Narrò che, dopo l’ammonimento del sindaco, lui e Fanny avevano stabilito che ella sarebbe partita alle dieci alla volta di Beaune, e poi di Chalon. Cenarono e attesero nella stanza sul retro. Il giaciglio poggiava su una porta adagiata sopra quattro sedie; un movimento brusco ne provocò il crollo. La domestica dormiva, ignara di quella partenza imminente.
Delacollonge riferì che parlarono dei loro affanni, e che poi le domandò se le avrebbe fatto male stringendole il collo. Asserì di aver premuto più forte di quanto intendesse; Fanny levò le mani, manifestò il proprio strazio e stramazzò al suolo non appena egli allentò la presa. La adagiò su una sedia. Vedendola respirare a stento, le impartì l’assoluzione, poi ne accertò il decesso. Sostenne di non aver voluto ucciderla. L’accusa, all’opposto, interpretò le circostanze, il momento prescelto e l’occultamento quali indizi inequivocabili di un delitto premeditato.
L’indomani, stando alle sue confessioni, Delacollonge depezzò il corpo in canonica. Dichiarò di aver agito per evitare lo scandalo di una donna morta sotto il suo tetto e per preservare l’onore di Fanny. Avvolse i resti in un sacco e li gettò nello stagno, prima di dileguarsi dal villaggio. Durante un successivo sopralluogo in parrocchia, il dottor Molin rinvenne nella latrina diverse parti intestinali, il cuore, il polmone e l’aorta. Le parti dell’addome, il fegato, l’utero e gli organi genitali mancavano all’appello. La putrefazione precludeva una perizia sicura. Il cranio non fu aperto: Molin invocò le esalazioni e i rischi legati allo stato di decomposizione; più tardi, i dottori Salle e Rateleau ritennero che un esame dell’encefalo avrebbe potuto fornire indicazioni preziose. Nessun reperto autoptico dimostrava, da solo, lo strangolamento o l’asfissia.
I dibattimenti
Il processo si aprì alla corte d’assise della Côte-d’Or, a Digione, il 1° marzo 1836. Fouquier ne narra le udienze in un resoconto in cui i dati materiali più crudi convivono con la controversia su quanto realmente accaduto al momento del trapasso. Rimarca la folla che stipava il palazzo di giustizia e il contrasto tra i parrocchiani ostili e i testimoni giunti da Lione a discarico dell’imputato.
I due medici chiamati a deporre su Fanny non concordavano appieno. Le tracce disponibili non attestavano in modo univoco una strangolazione. Alcuni pareri prospettavano una sincope o una crisi legata al precario stato di salute della donna; altri concludevano che la pressione esercitata sul collo avesse provocato o accelerato la morte. La difesa fece leva sull’assenza di ecchimosi e sui malori di cui Fanny avrebbe sofferto in passato. Il pubblico ministero rammentò che Delacollonge stesso aveva confessato di averle stretto la gola e che il cadavere era stato celato anziché chiamare soccorso.
L’atto d’accusa è una costruzione accusatoria, non una relazione imparziale. Attribuiva al sacerdote un disegno criminoso maturato subito dopo il richiamo del sindaco e insisteva sui preparativi. Al dibattimento, il difensore perorò la tesi della disgrazia, seguita da un disperato occultamento dettato dal terrore del disonore. Fouquier riporta le arringhe nel linguaggio enfatico dell’epoca; le loro argomentazioni devono rimanere ascritte a coloro che le formularono.
L’udienza attirò una tale moltitudine che lo spazio riservato al pubblico faticava a contenerla. Testimoni riferirono della relazione tra Delacollonge e Fanny, della presenza di lei in canonica, della fuga del curato, degli abiti rinvenuti e del cassetto della fabbriceria. Il fabbro ferraio confermò il meccanismo con cui il mobile era stato forzato. Delacollonge contestò lo scasso, pur non negando l’appropriazione dei duecentottantacinque franchi.
Nel suo riassunto, il presidente Simerey affermò che un’assoluzione al termine di così solenni dibattimenti sarebbe equivalsa a «impunità»; Fouquier non riferisce alcuna istruzione ai giurati circa il beneficio del dubbio. Il verdetto rispose affermativamente alla colpevolezza per omicidio volontario, ma escluse la premeditazione. Riconobbe altresì il furto con scasso, accordando le circostanze attenuanti per questo solo capo. La corte condannò Delacollonge ai lavori forzati a vita e all’esposizione alla gogna, senza che Fouquier ne precisi la durata. La sentenza sancisce la colpevolezza stabilita dai giurati; non tramuta in certezza clinica ogni singolo dettaglio dell’agonia di Fanny.
Il fascicolo a stampa si era aperto con un sacco in uno stagno e un’identità ignota. Si chiuse dinanzi a una corte, con una pronuncia che teneva distinto l’omicidio dalla questione dello scasso. Nel mezzo, Fanny Besson era stata via via chiamata cugina, penitente, amante e vittima. Il rito giudiziario le restituì il nome, ma la sola voce che giunge fino a noi resta quella dei magistrati, dei testimoni e dei cronisti. Fouquier, scrivendo nel 1859, incastona il processo in un monito morale che non va confuso con il giudizio della legge. Fanny non parla negli atti. Le poche parole a lei attribuite, specie riguardo a una fuga o a una morte comune, sono riportate da Delacollonge nella sua versione dei fatti; non costituiscono una testimonianza autonoma di Fanny.
