Il resoconto del 25 gennaio 1862 si apre con un nome: Sloan. L’imputato, scrive la Gazette, afferma di non averlo assunto per commettere la truffa che gli vale la comparizione in giudizio; a sentir lui, suonava semplicemente più distinto di Solomons, nome che l’albergatrice ha rinvenuto in alcune lettere. Questa battuta appartiene al cronista, non a un quesito verbalizzato alla sbarra. Un’altra promessa, assai meno elegante, attraversa l’udienza: un procedimento per stampare sulla biancheria, camere d’albergo e un conto da 966 franchi.
La signora Lavergne, che gestisce l’Hôtel des Gentilshommes in rue de la Ferme-des-Mathurins, fissa l’arrivo al 7 novembre precedente. La signora Lavergne riferisce che due inglesi presero alloggio da lei: descrive l’imputato in divisa da ufficiale dei riflemen e l’altro uomo come suo segretario-interprete. Il cliente esibisce un biglietto da visita con tanto di stemma a nome Sloan e così si registra. In seguito, secondo la Lavergne, alcune lettere indirizzate al cliente le rivelano il nome di Solomons. Ella non narra come tali missive le siano giunte tra le mani; il giornale non reca alcun altro documento d’identità.
La fiducia iniziale poggia, nella deposizione di lei, sull’insieme di questa presentazione. Vi sono il biglietto, l’uniforme e il registro; vi è pure l’asserzione di appartenere a un casato illustre. Il cliente prende in affitto due stanze a otto franchi al giorno ciascuna. Annuncia che intende stabilirsi a Parigi per tre mesi. Non è una semplice sosta in locanda: l’albergatrice intende che egli voglia attendere ad affari e ordinare la propria esistenza nella capitale. Il segretario-interprete che lo scorta pare dare corpo al disegno. Viene introdotto quale impiegato salariato, non come socio.
Per i primi quindici giorni, afferma la Lavergne, il cliente spende con larghezza. Quando ella esamina il conto, lo trova già cospicuo. Gli presenta la nota; quegli domanda tre o quattro giorni di tempo, spiegando di attendere denaro dalla famiglia. Uno o due giorni appresso, cade ammalato. La Lavergne lo fa curare dal proprio medico; sostiene che per tali cure rimanga dovuta un’ottantina o un centinaio di franchi, che toccherà a lei saldare. Il racconto del debito assume così una fisionomia concreta: l’alloggio prosegue, il conto sale, e l’attesa di un soccorso familiare diviene la ragione addotta per giustificare l’indugio.
A guarigione avvenuta, la padrona dell’albergo reclama nuovamente il denaro. Il cliente replica di non aver ancora ricevuto responso dai suoi, ma che uscirà con l’interprete per procacciarsi i fondi. La Lavergne rifiuta di lasciarli uscire insieme. Egli esce da solo e non fa più ritorno. L’articolo non indica il giorno preciso di questa sortita, né il nome della persona che lo ha rintracciato. Riferisce che, quindici giorni più tardi, l’albergatrice scova il suo nuovo recapito in un vicolo presso la chiesa di Saint-Paul. Vi si reca in carrozza con un’altra persona, lo riconduce all’albergo e gli intima o di pagare o di palesare l’indirizzo della famiglia.
Secondo la deposizione della donna, egli rifiuta di fornirlo, va in collera e suscita scandalo. Ella richiede allora l’intervento di una guardia municipale e lo fa trarre in arresto. Il credito vantato ammonta a 966 franchi. La cronaca non ripartisce tale somma voce per voce. La cifra costituisce nondimeno il punto di contatto tra due versioni: per l’albergatrice, il debito è la conseguenza di un soggiorno e di spese di cui il cliente conosceva le tariffe; per l’imputato, la camera, le spese e le risorse disponibili vanno ricondotte nell’alveo di un’impresa commerciale che egli asserisce di aver perseguito.
Il presidente lo interroga per il tramite di un interprete. Egli nega di aver annunciato che si sarebbe trattenuto tre mesi; dichiara piuttosto che gli era stato prospettato che gli affari lo avrebbero occupato per quel tempo. Quali affari? Lo sfruttamento di un procedimento di stampa a mezzo timbro. Il presidente gli domanda se detenga un brevetto. No, risponde l’uomo, ma è cointeressato nell’impresa. La distinzione è rilevante in aula: il giornale non dà notizia di un brevetto già concesso, bensì di un progetto di cui l’imputato si dice compartecipe. La promessa commerciale sussiste nella sua spiegazione; il suo stato giuridico, invece, non è provato.
Il testimone successivo è colui che all’albergo era stato presentato quale segretario-interprete. Riferisce di aver conosciuto l’imputato a Guernsey, presso la casa paterna, in novembre. Afferma di aver visto una divisa da volontario inglese e udito il racconto di una famiglia facoltosa. L’imputato gli avrebbe proposto di recarsi in Francia come interprete e domestico, con un compenso di quaranta franchi a settimana. Parlava, aggiunge il teste, di un brevetto per un timbro di legno destinato a marcare la biancheria. Il teste dichiara di aver prestato fede a tali spiegazioni e di averlo seguito a Parigi. Tali parole attestano ciò che il garzone dice di aver compreso; non provano punto l’esistenza del brevetto.
L’interrogatorio torna sul timbro. L’imputato descrive un arnese per eseguire ristampe sugli indumenti e asserisce di averne venduto uno al signor Dusautoy per venticinque franchi. Il testimone conferma la vendita. Un particolare impedisce dunque di ridurre l’intera impresa a una vuota chimera: almeno una vendita viene attestata nel corso del dibattimento, laddove il brevetto richiesto dal presidente non esiste. La gazzetta non mostra l’oggetto, non descrive le commesse né l’esito della stampa. Non consente di stabilire fino a che punto il procedimento potesse funzionare, ma solo che l’imputato se ne serve per giustificare il soggiorno e il testimone per spiegare la propria assunzione.
La linea di demarcazione tra impiegato e socio diviene più netta allorché il presidente passa al vaglio le spese. L’imputato afferma di aver portato con sé trecento franchi e di averli impiegati per il ristorante, per i medicamenti e per il pagamento delle due stanze per sé e per l’interprete. Il magistrato mette a confronto tale somma con le due camere a otto franchi al giorno, con la durata del soggiorno e con il conto esibito dall’albergo. Gli domanda in che modo trecento franchi abbiano potuto coprirne novecento nell’arco di tre settimane. L’imputato ribatte che ignorava il prezzo delle cose e che si rimetteva al suo interprete, che aveva associato all’impresa.
L’interprete respinge prontamente tale qualifica. Dichiara di non essere mai stato socio: egli seguiva l’imputato secondo i patti stabiliti, a seguito di un accordo con il gerente dell’albergo, che avrebbe dovuto procurargli clienti. Tale discordanza investe la responsabilità materiale. Se l’uomo era un salariato reclutato tramite l’esercizio, l’imputato non può farne il compagno d’affari cui sarebbe spettata l’amministrazione dei denari. Ma la Gazette non pubblica contratti né registri contabili che permettano di chiarire tutti i termini di quell’intesa. Riferisce una smentita perentoria, non i documenti di una convenzione scritta.
Richiamata alla sbarra, la signora Lavergne afferma che il cliente aveva preso le due camere da otto franchi senza informarsi del prezzo. La tariffa dell’albergo, precisa, era stampata in francese e in inglese; a suo dire, i prezzi non potevano dunque essergli ignoti. Aggiunge che egli le aveva chiesto di procurargli ordinazioni. È qui che le due narrazioni si incrociano senza confondersi: l’iniziativa commerciale è compatibile con l’impresa annunciata, ma l’albergatrice sostiene che essa non estingueva l’obbligo di saldare le camere.
La Lavergne descrive infine un tenore di vita che, a suo giudizio, smentisce la penuria di mezzi addotta: il cliente agiva «da gran signore», beveva vino di Porto a otto franchi la bottiglia ed era perfettamente consapevole delle proprie uscite quotidiane. È il ritratto tracciato da una testimone interessata al ricupero del proprio credito; non basta da solo a dimostrare che ogni spesa mirasse a raggirare l’albergo. Ma spiega perché la linea difensiva regga male al vaglio del suo esame: l’imputato aveva accettato due camere, chiesto dilazioni, e poi lasciato la locanda senza far ritorno, sebbene i prezzi fossero esposti in entrambe le lingue.
Una memoria difensiva redatta in inglese viene tradotta dall’interprete nominato dal tribunale. La Gazette non la riproduce. Il lettore non può dunque confrontare lo scritto con le risposte orali, né sapere quali argomentazioni vi fossero svolte. Il resoconto riprende poi la spiegazione relativa al cognome Sloan: l’imputato afferma di portarlo da parecchi anni e di aver creduto lecita tale usanza. Ribadisce altresì di essere stato un volontario e di aver diritto a vestire l’uniforme. L’articolo non riferisce di alcuna pronuncia specifica su questi due punti. Né precisa se il tribunale abbia ritenuto accertata l’identità di Solomons altrimenti che per via delle lettere menzionate dalla Lavergne.
Al termine dell’udienza, il tribunale condanna l’imputato a sei mesi di reclusione. La Gazette non riporta le motivazioni dettagliate, né un eventuale appello, né l’esito per il brevetto o per il debito. Il resoconto mostra una figura fattasi a poco a poco sospetta: un nome sul registro, un interprete dal ruolo contestato, una famiglia chiamata a finanziare il soggiorno, e poi un’impresa priva di brevetto e una fattura insoluta. Non riproduce né le lettere, né la memoria difensiva, né il computo analitico dei 966 franchi. La pena è nota; il ragionamento complessivo del tribunale, invece, rimane nell’ombra.
