Al civico 2 di Cannon Street, Sarah Milson custodiva un magazzino e le sue chiavi. La sera dell’11 aprile 1866 scese ad aprire al campanello e non fece più ritorno. La cuoca la trovò esanime ai piedi della scala, con il cranio fracassato. Poche settimane più tardi, un uomo comparve dinanzi alla Corte penale centrale con l’accusa di aver ucciso colei che gli aveva affidato del denaro. Il dibattimento si trovò a misurare quanto valga un riconoscimento quando il testimone ha già visto passare l’indiziato, e quale peso conservi un alibi nel momento in cui le circostanze sembrano convergere.
Arthur Griffiths, che più tardi avrebbe steso una cronaca del caso, definì le prove contro William Smith di eccezionale gravità; Montagu Williams, difensore nel collegio, ne ha lasciato una rievocazione nelle sue Leaves of a Life, apparse nel 1890. Williams era stato presente al processo; Griffiths ne scrisse a distanza di molti anni. La loro concordanza restituisce la sostanza del fascicolo senza tramutare il sospetto in certezza.
Sarah Milson era vedova e da diversi anni prestava servizio come custode presso la ditta Bevington and Sons. Un uomo di nome Kit provvedeva alla chiusura dei locali: serrava gli accessi dopo l’uscita degli impiegati, poi rimetteva le chiavi a Sarah, trattenendo per sé quella della cassaforte. Nel suo resoconto, Williams precisa che l’unica entrata praticabile di notte si affacciava su Cannon Street. Quella sera, compiuto il giro, Kit chiamò Sarah per mezzo del tubo acustico; la donna scese, prese le chiavi e lo riaccompagnò all’uscita. L’uomo notò ancora un lume acceso nel vestibolo. La cuoca e Sarah erano, secondo la sua testimonianza, le uniche presenze rimaste nell’edificio.
Il campanello suonò verso le nove e dieci. La cuoca, che si trovava nella propria stanza, stava per scendere quando udì Sarah gridarle che la chiamata era per lei. Fu l’ultima volta che ne avvertì la voce. Recatasi più tardi a cercare una candela, ne scorse il corpo al fondo della rampa: il capo era in parte disfatto e il sangue bagnava i gradini. Un agente rinvenne accanto al cadavere una sbarra di ferro, priva di macchie ematiche visibili, che la narrazione di Williams assume nondimeno come l’arma del delitto. Williams riassume le deposizioni senza riportare perizie medico-legali.
Prima della morte, Sarah aveva talvolta ricevuto le visite di un uomo. La cuoca non lo aveva mai scorto in volto, ma rammentava che Sarah le aveva chiesto in prestito due sovrane poco prima di uno di quegli incontri, restituendole poco appresso. Una lettera rinvenuta in una scatola dell’uccisa aprì un’altra pista. Firmata «George Terry», rimproverava a Sarah di aver preso a prestito somme con un pretesto menzognero — l’assistenza a un marito malato — e minacciava di denunciare la circostanza al suo principale o alla sorella se non avesse accettato le condizioni proposte. Una ricevuta conservata accanto allo scritto recava la firma di «W. Denton, per George Terry», all’indirizzo del 20 di Old Change.
L’investigatore John Moss raggiunse Eton con quelle carte. Vi rintracciò William Smith e la madre, al numero 6 di Eton Square. Smith riconobbe la grafia della ricevuta e dichiarò di aver redatto una nota per conto di un terzo. Ammise pure di aver fatto talvolta uso del nome Denton. Secondo Williams, raccontò di aver incontrato Sarah tre volte e di averle rilasciato quietanza dopo aver riscosso il pagamento. Sul denaro, le versioni non coincidevano appieno: George Terry sostenne che Smith avesse ottenuto dodici scellini nel corso di una visita, laddove Smith parlò di somme più cospicue. La carta sembrava legare i due uomini a Sarah; non bastava, di per sé, a chiarire chi avesse battuto alla porta quella notte.
L’accusa poteva contare su una vicina. La signora Robbins, custode di un magazzino adiacente, dichiarò di essere uscita poco prima delle otto e di aver fatto ritorno intorno alle dieci meno dieci. Mentre suonava alla propria porta, l’uscio dei Bevington sbatté con violenza. Vide un uomo allontanarsi dai gradini, sfiorarla e volgere il viso verso la luce del vestibolo. Descrisse un incrocio di sguardi — «il suo occhio sinistro e il mio occhio destro si incontrarono nel medesimo istante», secondo l’espressione che Williams attribuisce alla sua testimonianza — e disse di aver riconosciuto Smith. L’identificazione parve tanto più singolare in quanto la donna affermava di averlo osservato in una contingenza ordinaria, di sfuggita, ignorando ancora quale rilievo l’indagine vi avrebbe scorto.
Ma la genesi di tale riconoscimento divenne essa stessa materia di dibattimento. L’ispettore Foulger riferì di aver fatto camminare Smith, in abiti civili e affiancato da due agenti non in divisa, da Bow Lane a Mansion House, lungo Cannon Street. La signora Robbins era stata invitata a osservare dalla propria soglia; più tardi le fu fatto attraversare un locale in cui diversi uomini sostavano insieme all’indagato. Williams rammenta che al secondo passaggio ella additò il terzo uomo della fila. La difesa eccepì in controinterrogatorio che una simile messinscena avrebbe potuto fissare la sua attenzione su Smith prima del confronto formale. La prossimità del sospetto ai luoghi poteva giovare al riconoscimento; poteva però averlo altrettanto precostituito.
Ulteriori deposizioni parvero infittire il quadro. Un operaio del deposito affermò di aver visto Smith chiedere di Sarah qualche mese prima; una donna intima della vittima dichiarò di averlo scorto anch’ella nello stabile. Catherine Collins, già domestica presso la signora Robbins, asserì di averlo visto chiamare a più riprese dai vicini. George Terry, all’epoca ricoverato nella workhouse di St Olave, narrò di aver incaricato Smith di esigere il denaro dovuto da Sarah. Descrisse la lettera vergata in una bettola, le visite al magazzino e il ritorno di Smith con una somma poi spartita. Veniva così a comporsi, attorno a un debito e a una visita, una catena che la pubblica accusa poteva esibire come la linea retta verso il delitto.
Giunse poi l’ora dell’alibi, e con essa un altro tragitto, di ben più ardua ricostruzione. Henry Giles, costruttore di barche a Eton, dichiarò, secondo Williams, di aver incontrato Smith in una birreria verso le sette, l’11 o il 12 aprile. Griffiths riconduce quell’incontro alla sera dell’11, data del delitto. Nel resoconto di Williams, Smith avrebbe affermato di dover coprire quaranta miglia nella notte, accennando a un viaggio di andata e ritorno per Londra. Un altro teste lo scorse poi incamminarsi verso Slough, la sera dell’11. Il convoglio delle 7.43 poteva, stando al ferroviere citato da Williams, giungere a Paddington alle 8.40; le coincidenze della ferrovia metropolitana consentivano poi di raggiungere Farringdon Street o Moorgate. Un treno ripartiva da Paddington alle 10.45 per Windsor, dove approdava alle 11.43. L’accusa poteva dunque imbastire un’ipotesi inquietante: Smith avrebbe traversato Londra, guadagnato Cannon Street, ucciso Sarah e fatto ritorno a Eton.
La difesa chiamò a deporre testimoni che collocavano l’imputato nel Berkshire nell’ora decisiva. Sfilarono un calzolaio per cui aveva lavorato quel giorno, il figlio dell’artigiano, un fotografo che asseriva di averlo visto a Windsor tra le otto e le otto e mezza, tre compagni con cui avrebbe giocato a carte, la moglie del taverniere che gli avrebbe servito una birra dopo le undici, e le due sorelle. Williams scrive che tali deposizioni, millimetriche negli orari, seminarono una confusione insanabile nella tesi dell’accusa. Egli conosceva a fondo quei luoghi, dove aveva vissuto e sui quali poggiava l’alibi.
Il processo si celebrò dinanzi alla Corte penale centrale il 13 e 14 giugno 1866, sotto la presidenza del barone Bramwell. Terminato il riassunto del giudice e chiusa la camera di consiglio, William Smith fu dichiarato non colpevole e rimesso in libertà. Il verdetto rispondeva al quesito della sua colpevolezza nei termini in cui era stato deferito al collegio; non rivelava l’autore dell’omicidio. Williams dichiara di non aver mai avuto notizia di alcuna scoperta sopravvenuta in seguito. Griffiths avrebbe ripreso l’esito come esempio di scampata condanna ingiusta; e tuttavia l’imputato non fu proclamato estraneo a un delitto di cui si fosse poi conosciuto il vero autore: fu semplicemente assolto, e la causa rimase priva di un colpevole accertato.
Griffiths aggiunge una singolare postilla, che non deve confondersi con una prova nuova a carico di Smith. Mentre reggeva la direzione delle carceri di Gibilterra, nel dicembre 1869, due detenuti si sarebbero successivamente autoaccusati dell’assassinio di Cannon Street. Il primo avrebbe fornito una narrazione minuziosa; il secondo avrebbe ripreso i medesimi dettagli. Griffiths riferisce che un’indagine del Ministero dell’Interno concluse per l’impostura, trovandosi entrambi già ristretti a Gibilterra all’epoca del fatto. Una simile memoria non rischiara nulla: dimostra soltanto quanto il nome di un delitto rimasto insoluto possa attrarre coloro che cercano, per un’ora o per calcolo, di appropriarsene.
La giustizia aveva scagionato William Smith; non aveva restituito Sarah Milson alla verità. A Cannon Street un campanello aveva trillato, una porta si era aperta, e il visitatore non poté essere designato con certezza. Tra la lettera di Terry, lo sguardo della signora Robbins, gli orari delle locomotive e gli uomini di Eton, ogni indizio parve dapprima tirare il filo in un senso, per poi disfarlo nell’altro. Restarono una sentenza netta e un enigma intatto: il verdetto restituì la libertà a Smith senza nominare l’assassino, mentre la morta restava priva dell’unica risposta che l’inchiesta non aveva saputo strappare ai fatti.
