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Giustizia e scandali · Francia

Il consiglio del 23 dicembre

A Blois, il 23 dicembre 1588, Enrico III fa assassinare Enrico di Guisa all’interno del castello, al di fuori di ogni procedura giudiziaria. L’indomani, anche il cardinale di Guisa viene soppresso nella torre di Moulins. La narrazione di Chateaubriand ricostruisce gli avvertimenti, i preparativi regi e l’agguato teso dalle guardie.

Il 22 dicembre 1588, Enrico di Guisa trovò sotto il proprio tovagliolo un biglietto che lo avvertiva del pericolo imminente. Vi annotò sotto che il re non avrebbe mai osato attaccarlo. La mattina seguente, il duca varcò la soglia del castello di Blois per presenziare a un consiglio dove, stando al resoconto di Chateaubriand, uomini in armi attendevano già dietro una porta.

Dall’apertura degli Stati generali a Blois, Enrico III ed Enrico di Guisa si contendevano il governo del regno. Guisa era a capo della Lega cattolica e aveva accumulato un potere che il sovrano riteneva intollerabile. Chateaubriand gli attribuisce diverse mire: rimettere la carica di luogotenente generale, farsi conferire dagli Stati la spada di conestabile e impadronirsi infine delle forze della corona; più avanti nel capitolo, il cardinale di Guisa giunge a vagheggiare la deposizione e la reclusione del re, mentre suo fratello cingerebbe la corona. L’autore riconosce d’altronde che i piani mutavano di continuo: non descrive un programma prestabilito da tutte le parti in causa, bensì un groviglio di ambizioni rivali attorno al trono.

Il sovrano, dal canto suo, orchestrava la soppressione del duca. Durante un consiglio ristretto, Enrico III avrebbe affermato l’impossibilità di ottenere una giustizia ordinaria contro un uomo tanto potente da poter istruire egli stesso il processo ai propri giudici. Chateaubriand, citando Pasquier, riferisce che uno o due consiglieri suggerirono l’arresto e un regolare procedimento. Gli altri ritennero che, dinanzi al delitto di lesa maestà, il castigo dovesse precedere la sentenza. Il re fece propria quest’ultima risoluzione: l’eliminazione di Guisa non sarebbe passata per alcuna aula di giustizia.

Chateaubriand delinea una preparazione condotta per gradi. Enrico III fingeva di volersi ritirare dal consorzio umano, facendo allestire delle celle per cappuccini sopra i propri appartamenti. Aveva inoltre indotto il cardinale di Guisa a recarsi abitualmente al castello per discutere della conferma del maresciallo di Matignon nella sua carica in Guascogna. Agli occhi del re, tali segnali di debolezza avevano sopito la diffidenza del duca. Nel contempo, il monarca riceveva continue informative sui disegni ascritti al capo della Lega: il duca d’Épernon gli trasmetteva missive, mentre il duca di Mayenne e il duca d’Aumale gli facevano pervenire notizie tramite emissari. La cronaca rammenta altresì come Enrico III avrebbe invocato tali pareri in una dichiarazione pubblica nel febbraio del 1589.

La regina madre, Caterina de’ Medici, avrebbe esortato ella stessa il figlio a guardarsi le spalle. Il 10 novembre lo fece convocare per parlargli di quanto concerneva la sua vita, il suo onore e lo Stato. Due testimoni presenti nella stanza si tennero a distanza; al momento del commiato, udirono Caterina raccomandargli di non indugiare oltre e di non lasciarsi sorprendere come era accaduto durante la giornata delle barricate a Parigi. La cronaca descrive poi Guisa sulla terrazza del castello, rimasto in agitazione per oltre due ore dopo aver appreso di quel colloquio.

Il 23 dicembre non fu la prima data prescelta per l’agguato. I consiglieri del re ne avevano più volte differito l’esecuzione, mentre Guisa, ripetutamente allertato, esitava ad abbandonare Blois. Tre giorni prima aveva domandato ai suoi fedeli se convenisse ripiegare su Orléans. I pareri divergevano: alcuni lo incitavano a restare per trarre vantaggio dagli Stati generali, altri paventavano le reazioni del re. Chateaubriand narra che Mendreville lo spinse a sollevarsi in forze, attribuendo al duca la celebre replica: non sarebbe fuggito, quand’anche la morte fosse entrata dalla finestra. La vigilia dell’assassinio, il duca d’Elbeuf lo mise nuovamente in guardia; Guisa liquidò l’avviso alludendo alle innumerevoli minacce già ricevute.

Nelle stesse ore, il re aveva messo a punto il dispositivo. La sera del 22 fece convocare nobili, membri del consiglio e quarantacinque gentiluomini ordinari. Al capitano delle guardie, Larchant, fu ordinato di appostarsi sul tragitto del duca col pretesto di consegnargli una supplica riguardante le paghe dei soldati. Egli avrebbe dovuto poi sbarrare le uscite, con uomini disposti lungo lo scalone e nei pressi della galleria dei Cervi. Gli altri convocati avrebbero preso posizione nella camera, nel vecchio gabinetto e nei corridoi, conformemente agli ordini che il sovrano avrebbe impartito all’alba.

Alle quattro del mattino del 23 dicembre, Enrico III si alzò e rinchiuse Duhalde, e via via le guardie che si presentavano, nelle celle destinate ai cappuccini. I consiglieri giunsero attraverso un passaggio angusto e obliquo, ricavato attraverso la camera del re; l’antica porta d’accesso era stata murata. Il sovrano liberò quindi i suoi uomini facendoli avanzare in silenzio, nel timore di destare la regina madre, inferma al piano inferiore. Parlò loro della minaccia che ravvisava in Guisa e domandò la loro fedeltà. Essi risposero di essere pronti a uccidere il duca.

Il maresciallo d’Aumont aveva dapprima esitato, poiché poche settimane addietro Enrico III aveva giurato riconciliazione al duca. Fu convinto che Guisa avesse infranto per primo quell’impegno. Il re designò allora otto gentiluomini armati di pugnale, affiancando loro Loignac, munito unicamente di spada. Altri uomini, collocati nel vecchio gabinetto, avrebbero dovuto colpire il duca qualora fosse sfuggito ai primi assalitori. L’ordine era di vibrare i colpi nel momento in cui il duca fosse passato dal consiglio al vecchio gabinetto. Il re attese in un appartamento affacciato sui giardini; Chateaubriand lo ritrae nondimeno incapace di darsi pace, roso dall’ansia per l’esito dell’agguato.

Guisa dormiva ancora quando i suoi valletti lo destarono verso le otto. Gli fu annunciato che il re stava per partire. Sulla terrazza, Lasalle lo scongiurò di non andare oltre. D’Aubencourt lo mise a sua volta in guardia. Il duca tirò dritto. Larchant gli consegnò la supplica pattuita, fingendo di sollecitare il soldo per le guardie che stavano per levarsi contro di lui. Giunto in consiglio, il duca sedette accanto al camino. Chateaubriand, riprendendo Pasquier, riferisce che disse di aver freddo e di patire un dolore al cuore; alcune gocce di sangue gli colarono dal naso. I presenti non scorsero in ciò alcun presagio inequivocabile.

Il re fece convocare Guisa nel vecchio gabinetto. Nambu, usciere di camera preposto alla guardia del passaggio, rifiutò dapprima l’accesso al messaggero, finché il re non gli ordinò di aprire. Il duca si alzò, prese mantello e guanti, salutò i membri del consiglio e attraversò la camera dove le guardie si erano alzate in piedi per scortarlo. Nello stretto corridoio si voltò. Montléry il maggiore gli si avventò allora addosso colpendolo con un pugnale. Gli altri gentiluomini infierirono a loro volta con le armi. Il resoconto di Chateaubriand tramanda che il duca chiamava gli assalitori suoi amici, implorando misericordia; parole tratte dalle antiche testimonianze con cui l’autore intesse la scena. Nonostante le ferite, il duca avrebbe trascinato gli aggressori da un capo all’altro della stanza prima di stramazzare sul letto del re.

Il cardinale di Guisa, trattenuto nella sala del consiglio, udì le grida del fratello e tentò di alzarsi. Il maresciallo d’Aumont gli ingiunse di non muoversi: il re aveva bisogno di lui. Il cardinale e l’arcivescovo di Lione furono tratti in arresto e rinchiusi nelle celle dei cappuccini, per poi essere trasferiti nella torre di Moulins. Enrico III entrò a contemplare il duca, già esanime secondo la cronaca, e gli sferrò un calcio sul viso. Chateaubriand trascrive anche le parole che il monarca avrebbe pronunciato dinanzi al cadavere.

L’indomani, 24 dicembre, il cardinale di Guisa fu soppresso nella torre di Moulins da quattro sgherri che la cronaca indica come assoldati per denaro. Non si trattò di un’esecuzione sentenziata da un tribunale, bensì del secondo atto di un delitto di Stato perpetrato in nome della corona. Compiuti i due omicidi, Enrico III ordinò l’arresto di diversi familiari e sodali del duca, tra cui la duchessa di Nemours, suo figlio, il principe di Joinville e l’arcivescovo di Lione. Altri signori della Lega ripararono lontano da Blois; le botteghe abbassarono le saracinesche. Chateaubriand aggiunge che i corpi furono in seguito distrutti e le ceneri disperse nel fiume.

A Blois, il potere regio aveva stabilito che Enrico di Guisa non avrebbe conosciuto né processo né prigione; la sorte di suo fratello, assassinato il giorno seguente, suggellò quella medesima condanna senza appello.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Lettura integrale di Champagnac, tomo I, capitolo XLV, narrazione desunta da Chateaubriand (4.721 parole al conteggio locale), SHA-256 della fonte: ddd03f99679f5e534afccb2b350d76a50acfbf97787cc94cee5fa4d9b58ca8a9. Il testo fissa al 23 dicembre 1588 l’assassinio di Enrico duca di Guisa; il cardinale di Guisa viene soppresso l’indomani nella torre di Moulins. L’autore presenta congiure, avvertimenti, preparativi e discorsi quali elementi della narrazione storiografica di Chateaubriand, il quale cita a sua volta Pasquier, L’Estoile e altre cronache; tali scene e parole compaiono con esplicita attribuzione testimoniale. Le morti sono qualificate come assassinii e non come esecuzioni di giustizia. Nessun dettaglio macabro è stato enfatizzato. Riscontro univocità: le occorrenze pubbliche aff-28291 e i draft aff-ab-john-dykes-1721 citano Francesco di Guisa, padre di Enrico, ucciso da Poltrot nel 1563; non si tratta di Enrico di Guisa né della vicenda di Blois del 1588. Il riscontro aff-31865 è un impiego generico del termine «guise» in un titolo, privo di nesso con il caso. Nessuna cronaca pubblica o bozza censita è dedicata agli omicidi di Enrico e del cardinale di Guisa del 1588. Revisione filologica integrale della fonte, del testo e dei tre progetti: emendati i colloqui con il cardinale, la dislocazione mattutina delle guardie e il ruolo di usciere attribuito a Nambu.

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