Un fazzoletto cade da una finestra alta. Sarah afferma di averlo gettato verso la strada, intriso di lacrime. Una giovane donna lo raccoglie senza scorgere dapprima da dove provenga. Sarah la chiama due volte; la giovane accenna un gesto per rimandarlo nel cortile. Sarah dice che voleva indicarle la strada per raggiungere suo padre.
La scena viene rievocata tre mesi più tardi, a Kingston, durante il processo a Frederick Calvert, barone di Baltimore, a Elizabeth Griffinburg e ad Ann Harvey. È Sarah stessa a narrarla sotto giuramento. Il resoconto dato alle stampe da Joseph Gurney restituisce le domande dell’accusa, i lunghi controinterrogatori di Calvert, i testi della difesa e le istruzioni impartite dal giudice. Questo opuscolo giudiziario dell'epoca schiude l'accesso all'aula, ma non sostituisce un verbale autenticato né una registrazione neutra: i suoi caratteri digitalizzati appaiono talvolta deformati, e le voci giungono a noi soltanto attraverso il filtro dello stenografo e di un’edizione pubblicata con il benestare del magistrato. La giuria, dal canto suo, manda assolti i tre imputati. Nulla nel racconto che segue autorizza a dare per accertato ciò che la corte non ritenne provato.
Un’ordinazione di nastri
Sarah lavora come modista nella bottega paterna, nei pressi di Tower Hill, a Londra. Conosce le stoffe, le guarnizioni, le commissioni che danno sostentamento al negozio. Un uomo entra, acquista un colletto di pelliccia, torna qualche giorno dopo per un nastro, poi fa menzione di una dama cui potrebbe raccomandarla. Dice di abitare lì vicino e lascia intendere che procurerà nuove clienti. Lei ignora ancora che si tratti di Lord Baltimore. Quando l’uomo ritorna, sostiene di essere stato travolto da una carrozza; di lui, la giovane rammenta soprattutto l'insistenza nel parlarle.
In seguito si presenta alla bottega una donna di nome Ann Harvey. Ordina dei polsini e propone a Sarah di recarsi l’indomani da una cliente disposta a offrirle molto lavoro. La giovane modista acconsente. Il 16 dicembre 1767, dopo le quattro del pomeriggio, si mette in cammino portando con sé i campionari. Nell'abitazione della Harvey si trovano un'altra donna e un uomo tarchiato che non ha mai visto. È quest'ultimo ad annunciare infine che occorre prendere una carrozza per andare a teatro. La vettura è buia; i mantici sono chiusi. Sarah dichiara di non riconoscere il tragitto. Dopo circa mezz’ora, giunge in una grande magione, dove la fanno passare attraverso diverse stanze.
La dimora appartiene, affermerà la donna al banco dei testimoni, all’uomo che aveva visto nella bottega. Costui viene a salutarla; le donne discorrono di dame che non sono ancora arrivate. Le servono del tè, poi le mostrano dei ninnoli e un gioco. Lei vuole tornare a casa. Le rispondono che partirà presto, che deve attendere, che le mostreranno la casa. L’attesa si prolunga. È scesa la notte. Chiede ancora di uscire; stando alla sua testimonianza, le comunicano che prima dovrà trattenersi a cena. Descrive una prima aggressione consumata dietro una tenda, poi ore trascorse a piangere e a implorare. Le due donne la invitano a salire per coricarsi. Rifiuta di dormire in quella casa, ma la paura e lo sfinimento finiscono per indurla a stendersi vestita, sotto la sorveglianza di Ann Harvey.
Sarah spiega di aver tentato di persuadere la Harvey a lasciarla tornare e a intercedere per lei. Le rammenta di essere fidanzata e di non poter accettare le lusinghe di Calvert. Dice di aver respinto costui e di essersi dibattuta quando egli ha cercato di costringerla. Il resoconto conserva queste parole come l’accusa e la deposizione da lei sostenute al processo; conserva parimenti la smentita di Calvert. Non spetta alla narrazione trasformare l’una o l’altra in un verdetto anticipato.
Le lettere sotto sorveglianza
Nei giorni seguenti, Sarah afferma di essere stata condotta da una stanza all’altra mentre le veniva promesso un incontro con il padre. Una lettera viene redatta sotto la dettatura di Calvert. Vi si afferma che tutto va bene e si esorta la famiglia a non fare clamore. Al processo, la donna spiega di aver scelto parole atte a rassicurare l’uomo quel tanto che bastava per far partire lo scritto, e a placare il padre abbastanza da farlo accorrere. Giura che il testo contraddiceva ciò che provava nell'animo. Il foglio reca tuttavia la sua grafia. La forma di una prova scritta e la volontà di chi l’ha tracciata non necessariamente coincidono: qui, la loro divergenza diviene il nodo centrale del dibattimento.
Il padre e le sorelle cercano la giovane. Si mettono sulle tracce della Harvey e apprendono che costei ha lasciato la propria abitazione con una cliente. L’assenza si misura dalle visite mancate, dagli amici interrogati, dalle ore passate ad attendere. Nella casa, Sarah sostiene che le viene impedito di accostarsi alla finestra e che quella della sua camera viene inchiodata. Ricorda di aver scorto una donna per strada e di averle lanciato il fazzoletto. Un testimone che si trovava all’esterno, il suo amico Richard Davis, descrive un’altra finestra: scorge Sarah dietro un vetro, poi torna verso di lei con un libro in mano per farle segno di scrivere. Lei gli risponde di non poter andare. L'uomo le assicura che il padre e i parenti stanno bene. Lei chiede notizie del padre e fa presente di non sapere dove si trovi la Harvey. La conversazione si interrompe; la donna scompare dalla finestra.
Quel colloquio non risolve alcunché. Davis e gli altri amici ignorano ancora cosa stia accadendo di preciso all’interno. Calvert sostiene che Sarah si trovi lì di propria spontanea volontà; i congiunti sospettano che non possa tornare. Un legale, William Watts, finisce per ottenere un habeas corpus, atto volto a far comparire una persona che si presume trattenuta. Calvert accetta di presentarsi dinanzi a Lord Mansfield, allora presidente del tribunale del Banco del Re.
Due risposte dinanzi a Lord Mansfield
Nel corso dell’interrogatorio privato, Sarah risponde dapprima di trovarsi lì di propria volontà. Gli atti conservano questo particolare imbarazzante per l'accusa da lei mossa. Le versioni divergono poi sul modo in cui la domanda fu posta, su quanto ella comprese dell'autorità del giudice e sul momento esatto in cui i suoi familiari fecero ingresso nella stanza. Nella sua deposizione, afferma di non aver mai udito il nome di Lord Mansfield e di non aver compreso che egli avesse il potere di liberarla. Una volta presenti il padre e le sorelle, racconta, chiede di andarsene con loro. Dinanzi ai testimoni ribadisce la propria scelta; Lord Mansfield dichiara che è libera di andare dove desidera.
Il resoconto offre una narrazione contraria. William Watts, che aveva notificato l’atto, ricorda un primo «sì» e riferisce che Lord Mansfield volle che gli amici ascoltassero le risposte. Il padre e le sorelle dichiarano di aver dovuto spiegarle il suo diritto ad allontanarsi. Un altro testimone, Robert Rose, racconta di averla sentita dire, durante il primo colloquio, che era felice e che Calvert l’aveva trattata con ogni riguardo; più tardi, avrebbe scelto di ricongiungersi alla famiglia. Nell’aula del tribunale, questi dettagli non si compongono in una certezza lineare. Rivelano piuttosto quanto le parole di una persona possano essere intese in modo diverso a seconda di chi le riferisce e di quanto già si presume di sapere.
Dopo la liberazione, Sarah si reca dal magistrato Sir John Fielding. Dichiara che Calvert le ha imposto congiungimenti carnali contro la sua volontà. Il medico John Ford riferisce di averla visitata il primo gennaio. Testimonia di aver riscontrato segni di recente attività sessuale e una marcata sensibilità delle parti esaminate; interrogato dalla Corte, non è tuttavia in grado di determinare clinicamente se l’atto sia stato consenziente. Il suo esame può corroborare una lesione fisica, ma non dirimere da solo la questione giuridica che divide l'assemblea.
Il viaggio in campagna
La difesa convoca coloro che hanno visto Sarah nella casa londinese di Calvert e nella sua residenza di Woodcote. La servitù racconta che la giovane mangiava, prendeva il tè, passeggiava o rideva in compagnia degli altri. Un cocchiere e un domestico descrivono il tragitto verso la tenuta e un incidente a un cancello; ricordano una carrozza dalla quale non giunse alcuna invocazione di soccorso. Alcuni visitatori affermano che ella appariva di buon umore durante uno spettacolo di lanterna magica, dove dei testimoni riferiscono di averla vista cucire insieme diverse tovaglie. Uno di loro dice di averla vista seduta accanto a Calvert e di aver notato che l'uomo la baciava; secondo tale testimonianza, la donna avrebbe ricambiato il bacio.
Questi uomini e queste donne parlano di ciò che affermano di aver osservato, non di tutte le ore in cui Sarah si trovava sola o in balia delle persone di cui si duole. Gli spazi aperti, i conviti e gli svaghi che descrivono non cancellano il fazzoletto alla finestra; né il fazzoletto basta a confutare ogni deposizione contraria. Il difensore di Calvert fa leva su tale scarto. Domanda a Sarah se non abbia viaggiato senza opporre resistenza, se non abbia sorriso, mangiato, lavorato, giocato o vergato lettere. Ritorna sulle esitazioni che ella ha ammesso riguardo alle date, alla propria età e ai dettagli del soggiorno. Le risposte della donna non sono sempre sicure; riconosce di non ricordare ogni cosa. Ma sul punto che considera fondamentale, non arretra: afferma di non aver mai acconsentito agli atti carnali che denuncia.
Calvert prende la parola per negare ogni violenza. Sostiene che Sarah si fosse affezionata a lui, che avesse accettato di seguirlo e che la loro relazione fosse consenziente. Anche Elizabeth Griffinburg e Ann Harvey negano di aver fatto uso della forza o di aver concorso ad alcuna costrizione. Dichiarazioni, queste, che costituiscono una difesa interessata, così come le testimonianze di Sarah appartengono a un’accusa che poggia in larga misura sulla sua sola parola. La procedura non dispone della registrazione di ogni istante; confronta ricordi, interessi e interpretazioni.
Il verdetto
Il processo si celebra a Kingston il 26 marzo 1768, dinanzi al barone Smythe. Nel suo discorso alla giuria, il giudice distingue due profili che il clamore popolare rischia di confondere. Il modo in cui Sarah è stata condotta nella dimora può gettare luce sull’occasione e sulla credibilità della sua querela; non basta tuttavia a sostanziare il reato di violenza se l’atto sessuale in sé è stato consenziente. Invita i giurati a vagliare la deposizione e le circostanze, senza farsi condizionare dai libelli già diffusi. Rammenta altresì che, qualora la Corona non dimostri il delitto principale, le due donne non possono essere giudicate complici dello stesso.
La giuria si ritira. Circa un’ora e venti minuti più tardi, fa ritorno. Calvert viene dichiarato non colpevole; Elizabeth Griffinburg, non colpevole; Ann Harvey, non colpevole. Il cancelliere ripete l'esito che la corte mette a verbale. Non vi è condanna da riferire, alcuna pena da scontare, nessuna conclusione giudiziaria che autorizzi a dire se la testimonianza di Sarah sia stata confermata o smentita da una sentenza di colpevolezza.
Il fazzoletto gettato rimane nella narrazione perché Sarah ne riferisce il gesto; il successivo incontro con Davis a un’altra finestra costituisce un episodio distinto, descritto anch'esso sotto giuramento. Nessuno di questi momenti assurge a prova inconfutabile. Il resoconto registra parimenti le scene di conviti, passeggiate e risa addotte dalla difesa; riproduce la scelta di Sarah di tornare con i propri cari; mostra il medico che si astiene dal pronunciarsi sul consenso. La giustizia del 1768 ha composto la lite con un'assoluzione. Le pagine di Gurney lasciano risuonare l’interrogativo che precedette quel verdetto: dinanzi a due verità inconciliabili, quali fatti potevano i testimoni realmente garantire?
