Il 9 febbraio 1638, Sir John Bankes accusò John Lilburne di essersi rifiutato di rispondere, di non aver registrato la propria comparizione e di respingere il giuramento prescritto dalla Camera Stellata. Una deposizione di Chillington, data subito dopo alle stampe, indicava Lilburne e John Wharton quali stampatori a Rotterdam di trattati diretti contro i vescovi. Lilburne domandò di difendersi. Riferì che Chillington, arrestato mentre smerciava quei volumi, aveva comprato la propria impunità denunciando altri uomini; negò di aver mai orchestrato la spedizione delle opere ed esizialmente pretese che il suo accusatore comparisse al suo cospetto. Wharton tentò a sua volta di levare la voce contro i giuramenti imposti dai prelati. I lord gli ingiunsero di attenersi alla questione; egli proseguì nella propria requisitoria. La corte rise, poi gli impose il silenzio. Entrambi rifiutarono il giuramento generale.
Nel 1636, Lilburne aveva lasciato Londra per recare in Olanda un testo del medico John Bastwick, fiero avversario dell’episcopato. Bastwick giaceva allora recluso alla Gatehouse proprio a cagione dei suoi scritti. Lilburne fece ritorno con quel libello, la «Merry Liturgy», e con altri opuscoli consimili, che diffuse clandestinamente. Non disconosceva affatto la missione; contestava nondimeno la qualificazione giuridica e i singoli addebiti mossi a suo carico. La vicenda legava ormai il suo nome a quello di John Wharton, un tipografo più anziano la cui bottega e le cui aderenze tra i librai si trovavano invischiate nella medesima inquisizione.
L’11 o il 12 dicembre 1637, Lilburne camminava lungo Soper Lane insieme a John Chilburne, garzone di Wharton, allorché un bargello e quattro sgherri gli misero le mani addosso. Verso mezzogiorno dell’indomani fu tradotto alla Gatehouse; meno di tre giorni dopo, per ordine del Consiglio, venne trasferito alla Fleet. Le autorità gli intimarono che la detenzione era dovuta all’invio di libri dall’Olanda. Dal fondo del carcere, egli inoltrò una supplica per ottenere la libertà. Gli fu replicato che avrebbe dovuto prima sottoporsi all’esame di Sir John Bankes, l’attorney general.
L’interrogatorio, di cui lo stesso Lilburne ci ha tramandato memoria, principiatosi con domande sui torchi, sui denari e sulle persone da lui frequentate tra Amsterdam e Rotterdam, lo vide ammettere di aver incontrato un tale Hargust e di conoscere Edmund Chillington. Negò tuttavia la spedizione dei volumi e protestò con fermezza: quelle domande su terzi lo trascinavano ben oltre il motivo formale della cattura. Quando gli chiesero se conoscesse John Wharton, esitò sul casato, poi riconobbe la figura del legatore e stampatore. Gli fu opposto l’affidavit di Chillington, che lo accusava di aver finanziato o dato alle stampe migliaia di copie. Lilburne replicò senza esitare che quella dichiarazione era menzognera.
Il momento più aspro dell’esame fu il foglio di cui si pretese la sottoscrizione. Il cancelliere aveva riassunto le risposte e gli porgeva quello che doveva valere come verbale dell’interrogatorio. Lilburne sostenne che lo scritto tradiva le sue effettive parole. Chiese la penna per redigere di proprio pugno la sua versione; Bankes gliela strappò dopo poche righe, giudicando la risposta fin troppo esaustiva. Lilburne rimase in cella. Più tardi, presso la cancelleria della Camera Stellata, protestò perché gli si imponeva di comparire e di sborsare un diritto d’iscrizione a ruolo senza che gli fosse stata notificata alcuna citazione né mostrato alcun bill. Un commesso gli rispose asciutto che l’esame veniva prima, e che l’accusa formale sarebbe stata redatta soltanto in seguito.
Il contrasto scivolò così dal merito dei libelli alla sostanza della procedura. I magistrati pretendevano che Lilburne giurasse di rispondere a qualsivoglia quesito gli venisse sottoposto. Egli pretese di conoscere preventivamente l’oggetto del giuramento. Ai suoi occhi, un impegno a rispondere alla cieca a qualsiasi domanda del tribunale mirava a estorcergli confessioni non solo sulla propria condotta, ma pure su quella altrui. La cronaca serba intatto il suo rifiuto, seguito da quello di Wharton, il quale ricordò che i vescovi lo avevano già gettato in cinque prigioni diverse nell’arco di due anni per essersi negato al medesimo giuramento. Furono confinati entrambi senza diritto di visita, in attesa di essere ricondotti davanti ai giudici.
Il 13 febbraio, una nuova deposizione di Chillington passò in rassegna le opere incriminate: Lilburne avrebbe fatto comporre diversi scritti di Bastwick, tra cui la «Answer to Sir John Banks’s Information» e la «Litany»; Wharton avrebbe saldato le spese per la stampa di una «Breviate» contro i vescovi e delle «Sixteen New Queries». Lilburne contestò nuovamente tali imputazioni. La cronaca riferisce la deposizione e la relativa replica, ma non registra alcun confronto diretto con il teste Chillington.
L’affidavit restava sul tavolo dei giudici; chi lo aveva firmato non si presentò mai a sostenere le obiezioni degli imputati. Stando al resoconto di Lilburne, la corte invocò taluni precedenti relativi a individui rei di aver dato ricetto a preti papisti e che avevano parimenti rifiutato di rispondere sotto giuramento. Lilburne insorse: la sua causa e quella di costoro non avevano nulla da spartire; sostenne inoltre che i fatti contestati non erano stati legalmente provati. La corte tirò diritto, fondando il verdetto sull’affidavit e sull’ostinato rifiuto del giuramento. Lilburne e Wharton furono condannati a un’ammenda di cinquecento sterline ciascuno. A Lilburne fu comminata la fustigazione e l’esposizione alla gogna; Wharton, che stando alla narrazione contava ottantacinque anni, fu risparmiato dalla sferza ma destinato anch’egli alla berlina. Wharton protestò ancora una volta contro i vescovi, interrompendo a più riprese le intimazioni dei magistrati. Pronunciata la sentenza, fu loro concessa per qualche tempo una relativa libertà entro il recinto del carcere. Ma le invettive di Wharton contro i prelati giunsero alle orecchie del Consiglio; i due uomini furono rinchiusi nuovamente insieme, stavolta in regime di stretto isolamento. Circa tre settimane dopo, ormai allo stremo, Wharton ottenne tramite supplica una scarcerazione provvisoria fino alla successiva sessione giudiziaria. Lilburne rimase nel fondo della cella.
Il 18 aprile 1638, Lilburne fu condotto a Westminster. Borrow narra che fu flagellato lungo le strade per tutto il tragitto sino alla gogna. Con la schiena a brandelli e il collo serrato in un collare ligneo troppo basso, rimase esposto per quasi due ore sotto il sole cocente. Parlò alla folla contro la tirannide dei vescovi e contro un giudizio pronunciato senza che l’accusatore avesse osato guardarlo in faccia. Il custode della Fleet ordinò di farlo tacere, poi di imbavagliarlo con violenza. Privato della voce, Lilburne continuò a battere i piedi contro l’impalcato di legno. Una volta sciolto dai ceppi, le guardie lo ricondussero in prigione, dove un chirurgo intervenne a medicare le piaghe. Il suo memoriale si chiude con una firma che egli dichiarò vergata con il proprio stesso sangue.
La memoria di Borrow segue infine il resto dell’esistenza di Lilburne: nel 1640 il Parlamento gli accordò una libertà vigilata, per poi dichiarare la sua prima condanna tirannica e illegale. Tale riabilitazione non pose fine ai conflitti. Lilburne militò nell’esercito parlamentare, venne a contesa con i propri superiori e prese a denunciare quelle stesse istituzioni che aveva contribuito a difendere. Conobbe l’esilio, rientrò senza licenza e fu infine assolto all’Old Bailey. Borrow ce lo mostra convertito alla fede quacchera poco prima di morire, in quello stesso anno.
