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Giustizia e scandali · Francia

Il pane che non fu perdonato

Ottobre 1789: il linciaggio del fornaio François e la legge marziale votata nella sua ombra

Il fornaio era stato condotto dinanzi alle autorità; non vi trovò riparo alcuno. Furono raccolte testimonianze a suo favore, si disposero cautele, si parlò di sottoporlo a regolare giudizio secondo le leggi. Poi la folla travolse la guardia e lo trascinò via. Denis François morì così il 21 ottobre 1789, a Parigi, sospeso tra la promessa di una giustizia e l’impossibilità di farla rispettare.

Il pane aveva predisposto la vicenda assai prima che le fosse imposto un nome. Le difficoltà dell’annona rendevano sospetta ogni attesa, inquietante ogni scorta. In una città in cui era lecito temere di veder mancare il necessario, la soglia di una bottega da fornaio non delimitava un semplice commercio: divideva coloro che chiedevano di che nutrirsi da colui che si riteneva padrone del rifiuto o della concessione. La municipalità faceva piantonare i negozi. Tale presenza testimoniava la minaccia; non bastava a contenerla.

François esercitava il proprio mestiere nel quartiere di Notre-Dame. Il mattino del 21 ottobre, una donna lo accusò di celare del pane. Altre persone fecero coro. Si scoprì una riserva, che le cronache dell’epoca attestano come destinata al servizio dell’Assemblea nazionale. Quel che avrebbe potuto esigere una verifica si mutò, agli occhi degli accusatori, in una prova flagrante. Dunque il pane c’era: per quale ragione chi ne reclamava doveva restare ad attendere? La questione materiale si convertì d’un tratto in accusa di tradimento.

Occorre qui rallentare quel moto che gli assalitori accelerarono. Una provvista non costituiva accaparramento; una denuncia non equivaleva a una condanna. I rappresentanti della Comune, nel resoconto trasmesso il giorno stesso all’Assemblea, sostennero l’innocenza del fornaio e citarono le favorevoli attestazioni rese da alcuni borghesi del distretto. Questa parola ufficiale non ci restituisce ogni singolo dettaglio del contrasto iniziale; stabilisce nondimeno che le autorità non avevano affatto abbandonato un uomo dopo averne riconosciuto la colpevolezza.

Lo condussero all’Hôtel de Ville verso le otto e mezza. Uomini e donne lo seguivano, e sulla piazza di Grève il numero degli astanti continuava a crescere. Gli amministratori tentarono di placare l’adunata. Secondo la ricostruzione accolta da Edmond Seligman, annunciarono che François sarebbe stato tradotto allo Châtelet. La procedura doveva riprendere possesso dell’accusato. Ma, per una parte di coloro che già lo reputavano colpevole, quel trasferimento rischiava di sottrarre l’uomo al castigo che pretendevano di infliggergli seduta stante.

Si avanzò l’idea di scegliere alcuni giudici tra gli individui radunati sulla piazza. L’espediente mantenne per un istante la parvenza di un giudizio, quasi che designare a caso qualche spettatore potesse surrogare l’istruttoria e le garanzie che ci si rifiutava di attendere. Mancò il tempo perfino per quella simulazione. François fu strappato a coloro che tentavano di proteggerlo, impiccato a una lanterna, e il suo corpo fu poi sottoposto a ulteriori scelleratezze. L’assassinio aveva precorso la sentenza di cui pretendeva usurpare il luogo.

Sua moglie era incinta. Le relazioni dell’epoca ne descrivono il terrore; le stampe illustrarono in seguito il suo strazio e i soccorsi che le furono accordati. I vicini potevano tornare alle proprie occupazioni e gli amministratori alle loro deliberazioni; la donna faceva ritorno in una casa la cui porta il padrone non avrebbe varcato mai più. Il figlio che portava in grembo sarebbe nato all’indomani di un tumulto durato poche ore, le cui conseguenze, per la madre, non avrebbero più avuto fine.

I rappresentanti della Comune comparvero davanti all’Assemblea nazionale. Annunciarono la morte del fornaio, i loro vani sforzi e un pericolo incombente: altri due fornai detenuti allo Châtelet rischiavano, riferivano, di essere rapiti e impiccati. Il delitto non appariva dunque come un fatto compiuto e isolato; recava in sé la minaccia della reiterazione. Gli eletti chiedevano al contempo i mezzi per garantire le sussistenze e una legge contro gli assembramenti che non riuscivano più a dominare.

L’Assemblea rispose il giorno medesimo promulgando la legge marziale. Essa conferiva agli ufficiali municipali la facoltà, e nelle circostanze prescritte il dovere, di fare ricorso alla forza armata. Una bandiera rossa avrebbe segnalato tale determinazione dalla casa comune e nelle vie. Le persone radunate avrebbero potuto delegare dei rappresentanti per esporre le proprie rimostranze, ma avrebbero dovuto disperdersi. Intimazioni formali avrebbero preceduto l’impiego delle armi qualora l’assembramento fosse persistito.

In tal modo, dalla morte di Denis François scaturì una norma i cui effetti travalicavano di gran lunga la sua bottega. Le autorità intendevano impedire che la folla si impadronisse nuovamente di un imputato; si dotavano a tale scopo di uno strumento atto a colpire adunate che non avrebbero commesso alcun delitto. Il nodo delle garanzie mutava di segno senza tuttavia risolversi. Dopo un uomo trucidato in nome di una volontà popolare immediata, la forza pubblica riceveva la facoltà di disperdere quanti proprio a quella medesima volontà intendevano richiamarsi.

Mentre i deputati legiferavano, si procedette agli arresti. François Blin, facchino al porto del grano, fu perseguito quale autore materiale dell’impiccagione. Michel Adrien, giornaliero, fu arrestato con l’accusa di aver distribuito cartelli volti a provocare la sommossa. I loro casi vengono sovente confusi in un’unica formula: gli assassini del fornaio. È doveroso invece distinguere gli atti ascritti. I documenti qui esaminati associano Blin all’uccisione materiale di François; indicano invece Adrien come l’uomo reo di aver fomentato l’agitazione.

Entrambi furono condannati e impiccati l’indomani stesso. Tale rapidità doveva conferire alla repressione quella risolutezza che era mancata nella tutela del fornaio. Nondimeno, una simile contiguità di date suscita un turbamento che l’ordine ristabilito non vale a cancellare. Il 21 non si era stati capaci di serbare in vita l’uomo cui si prometteva un processo. Il 22, la giustizia disponeva già di tutti i mezzi per condurre a morte due uomini catturati nel tumulto del giorno innanzi.

Le conseguenze non si esaurirono nell’alveo penale. La vedova ricevette dei sussidi, e una stampa consegnò ai posteri la memoria della sua presentazione al re e alla regina nel mese di novembre. La pietà si fece cerimonia, e poi figura. Essa rendeva visibile la vittima di un disordine dal quale i poteri costituiti intendevano dissociarsi. Nulla autorizza a liquidare quegli aiuti come una mera messinscena; nulla impone, d’altra parte, di dimenticare l’uso pubblico che poteva farsi di un dolore reale.

Al termine di questo concatenarsi di eventi, il pane resta. Era lui che si cercava all’alba, lui la cui presenza era parsa una confessione di colpa, lui la cui penuria aveva prestato alla paura il proprio linguaggio. L’omicidio non aveva sfamato nessuno. Le esecuzioni dell’indomani non avevano colmato le madie. Tra la fame, il sospetto e la tutela dell’ordine pubblico, la vicenda di Denis François dimostra con quanta rapidità un’esistenza possa essere ghermita da questioni che la sovrastano, per poi quasi svanire dietro le risposte che gli uomini pretendono di darvi.

Denis François era stato ucciso; François Blin pagava con la vita la partecipazione al linciaggio ascrittagli dal tribunale; Michel Adrien moriva per aver istigato all’eccidio. Nel volgere di due giornate, la piazza aveva visto passare tre uomini sotto tre diversi capi d’accusa. La celerità delle condanne offriva alle autorità una risposta immediata. Lasciava tuttavia alle famiglie tre lutti, la cui durata nessun editto avrebbe mai potuto abbreviare.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Il testo si fonda sugli atti degli Archives parlementaires del 21 ottobre 1789 e sulle pagine 242-243 del volume La Justice en France pendant la Révolution di Edmond Seligman, consultate sul facsimile dell’opera. La narrazione distingue rigorosamente Denis François, vittima del linciaggio, François Blin, condannato quale esecutore, e Michel Adrien, condannato per istigazione all’eccidio. La folla non viene descritta come un’entità indistinta e anonima; i tentativi compiuti dalle autorità per sottrarre il fornaio alla violenza rimangono puntualmente documentati.

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