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Giustizia e scandali · Germania

Il ponte sulla Persante

Henriette Thom, detta Hanne, viene trovata annegata presso Schwartow proprio mentre si appresta a testimoniare contro tre compagne in una causa per furto. Le confessioni della Ulrich e della Janke, i dinieghi della Kath e i rilievi medico-legali svelano una straziante agonia nelle acque del fiume. Il giurì riconosce la colpevolezza delle tre donne; la corte pronuncia la pena capitale, eseguita a Neustettin nel 1855. La condotta della Janke fu a lungo dibattuta, e la fonte è una compilazione retrospettiva.

Il 9 maggio 1854, un contadino di passaggio nei pressi del Vorwerk di Schwartow scorse nella Persante il corpo di una donna, il volto rivolto verso il fondo, le mani ripiegate in avanti. Il fiume aveva trascinato Henriette Thom, detta Hanne, fino a un punto situato a circa duecento passi dalla confluenza con il ruscello di Gramenz. Nulla, in quel ritrovamento, lasciava ancora presagire un delitto. Si credette dapprima a una disgrazia. Furono necessarie una delazione, una riesumazione e ben sei sopralluoghi giudiziari per far parlare quel ponte di legno.

Hanne aveva trent’anni. Era al settimo mese di gravidanza, attendeva un secondo figlio illegittimo e conosceva fin troppo bene le tre donne che presto sarebbero state accusate della sua morte: la Kath, la Ulrich e Karoline Janke. Vivevano tutte a Bärwalde, frequentando i medesimi bassifondi dell’accattonaggio e dei piccoli furti. La cronaca dell’epoca descrive Hanne come una creatura meno accorta delle compagne, sovente mandata avanti al loro posto quando il rischio di essere scoperte si faceva concreto. La sua deposizione in un caso di furto al mercato di Tempelburg aveva tuttavia spezzato questo consorzio criminale: accusava direttamente le altre tre donne e le avrebbe condotte davanti al tribunale di Neustettin il 12 maggio.

Allontanata da Bärwalde per ordine di polizia, Hanne vi era nondimeno tornata, trovando rifugio in una stalla. Le antiche complici sapevano che quella testimonianza le avrebbe perdute. L’istruttoria accertò che l’intenzione di sopprimerla era maturata ben prima del giorno fatale. Furono vagliate diverse soluzioni: attirarla in una torbiera, farle bere una mistura tossica, oppure spingerla nella Persante da una sponda dirupata. I disegni mutavano a mano a mano che ne soppesavano i rischi. I pastori potevano scorgere quanto accadeva nella palude; i veleni erano di difficile reperimento; un agguato lungo la riva del fiume poteva fallire.

La trama prescelta fu più lineare e crudele. La vigilia, la Kath confidò a un’altra donna che l’indomani sarebbero andate a «spennare il pollo» rinchiuso nella stalla, alludendo a Hanne con tale sinistra metafora. Fece parola dell’acquavite necessaria a fiaccarne ogni resistenza e del proprio sonno inquieto per l’attesa. Questa confidenza, resa più tardi sotto giuramento, offrì all’accusa un argomento decisivo per smontare le smentite della Kath. Alla giovane Janke era stato inizialmente assegnato il compito di scaraventare Hanne dal ponte; di fronte alle sue esitazioni, la Kath aveva replicato che se ne sarebbe occupata di persona.

Le tre donne acquistarono insieme l’acquavite: ciascuna versò un silbergroschen e la Ulrich andò a procurarsi lo schnaps e lo spirito. Fu convenuto che la Kath sarebbe andata a prelevare Hanne, mentre la Ulrich e la Janke si sarebbero incamminate prima per ricongiungersi nei pressi di Wusterhausen. Ma la mattina del 9 maggio, il figlio della Kath lasciò uscire Hanne dalla stalla con un certo anticipo. La fonte precisa che la circostanza parve verificarsi all’insaputa e contro la volontà della madre. Avvertita della partenza, la Kath la raggiunse a passo svelto e la convinse a unirsi al gruppo.

Hanne portava sul capo una bisaccia da mendicante prestatale da una certa Wietzke. Aveva bevuto fin dal primo mattino; lungo il cammino, le compagne la sollecitarono a bere ancora. Dopo una breve sosta, le quattro donne raggiunsero il ponte che collegava i sentieri di Wusterhausen e Zülfenhagen a quello di Schwartow. Era una passerella di una ventina di passi, provvista di parapetto su un solo lato. La Persante, in quel tratto poco profonda, scorreva sotto l’assito tra rive disuguali, per poi restringersi più a valle tra ceppi e sterpaglie. Il magistrato inquirente ricondusse più volte le imputate sul posto per ricostruire ogni singolo movimento.

I racconti della Ulrich e della Janke, dapprima discordanti, finirono per delineare una medesima sequenza. La Ulrich si incamminò per prima sulla passerella; Hanne la seguì, quindi vennero la Kath e la Janke. Quando la Ulrich fu quasi giunta sull’altra sponda, la Kath le intimò di tornare indietro: «Sai bene cosa dobbiamo fare». Hanne, che non sospettava l’agguato, si voltò a sua volta. Al centro del ponte, la Kath la afferrò con entrambe le mani e la scaraventò di lato, oltre il bordo dell’assito.

Hanne riuscì nondimeno ad aggrapparsi. Il parapetto cedette; la donna finì in acqua, poi trovò un primo appiglio sulla sponda. Le tre compagne la raggiunsero e la respinsero. La corrente la trascinò verso un tronco sommerso; la Ulrich la staccò a forza, rigettandola nel letto del fiume. Più avanti, Hanne si aggrappò a un ramo incagliato tra i rovi. Le tre accusate la strapparono via. La Kath la prese per la treccia raccolta sulla sommità del capo, le tenne la faccia immersa sott’acqua, poi la lasciò andare alla deriva.

Anche la Janke si trovò nel greto e partecipò dapprima a impedire che Hanne risalisse la china. Secondo la sua deposizione, fu allora colta da un moto di pietà: cessò di respingere la vittima e le tese il braccio per aiutarla a guadagnare la riva opposta. Si sedettero entrambe in un campo di grano che lambiva l’acqua e cominciarono a strizzare le vesti fradice. La Janke propose persino di cederle la propria sottana. La tragedia avrebbe potuto fermarsi a quel punto; senonché la Kath e la Ulrich le raggiunsero.

La Ulrich porse un bastone alla Janke, ordinandole di colpire Hanne. La Janke lo scagliò nel fiume, rifiutando di proseguire. Hanne, riavutasi per un istante, supplicò la Ulrich di perdonarla, chiedendole un bacio in segno di riconciliazione. Per tutta risposta, la Ulrich la precipitò nuovamente in acqua, tenendola premuta sotto la superficie. Quando Hanne riemerse, tentò ancora una volta di risalire la terraferma. La Kath l’attendeva brandendo un randello. La respinse nella corrente, entrò nell’acqua e la spinse a fondo con il bastone e con il peso del proprio corpo. Non desistette finché la Ulrich non le gridò di verificare se la disgraziata respirasse ancora. Hanne si muoveva ancora debolmente; la Kath la ghermì per i capelli e le conficcò la testa nella melma del fondo finché ogni palpito di vita non fu spento.

Le tre donne risalirono sul ponte, recuperarono i sacchi e le pantofole, e scolarono il resto dell’acquavite. La bisaccia di Hanne fu affidata alla Ulrich affinché la facesse sparire. Sulla via per Zuchen, stesero gli abiti ad asciugare in una pineta, prima di rimettersi in marcia. Il cadavere andò alla deriva fino al punto in cui il contadino lo rinvenne verso le dieci. Una prima ricognizione sommaria non rivelò lesioni giudicate dirimenti. Essendo Hanne incinta, il medico praticò un taglio cesareo post mortem, constatando che il feto di sette mesi era già privo di vita. Non ravvisandosi sul momento indizi certi di reato, fu concesso il nulla osta per la sepoltura.

La testimonianza di Nathan Leseber, un uomo del circondario, mutò il corso dell’istruttoria. Egli dichiarò di aver visto Hanne allontanarsi di buon mattino con le tre imputate verso Wusterhausen e Zuchen, e di aver visto poi le altre fare ritorno da sole. Ricordò inoltre che Hanne avrebbe dovuto comparire di lì a pochi giorni per deporre contro di loro nel processo per i furti di Tempelburg. Il magistrato dispose l’esumazione del cadavere e una perizia autoptica approfondita. I medici rilevarono i segni inequivocabili dell’annegamento, particelle terrose nelle vie respiratorie e nel tubo digerente, oltre a minute ecchimosi e abrasioni diffuse. Stando al collegio peritale, Hanne aveva inalato e ingerito acqua melmosa; le ferite provavano che non si era gettata volontariamente nel corso d’acqua.

I periti conclusero altresì che la vittima era rimasta in vita abbastanza a lungo nelle acque da lottare e cercare di respirare. I traumi, presi singolarmente, apparivano lievi; ma il loro numero e la loro disposizione parlavano chiaro. Segni evidenti ornavano le gambe, il dorso della mano destra, il gomito e il torace; stravasi ematici furono rilevati anche sotto il cuoio capelluto. La conclusione medico-legale sancì la morte per annegamento a seguito di sevizie e violenze. Tuttavia, l’esame anatomico non poteva attribuire ciascuna lesione alla mano dell’una o dell’altra donna. Per circoscrivere le singole responsabilità, il giudice ordinò sei successive ricostruzioni sul posto, mettendo a confronto le imputate dinanzi alle piante e ai rilievi topografici allegati agli atti.

La Ulrich e la Janke finirono per ammettere il proprio concorso nell’azione, fornendo versioni che si precisavano a tappe successive pur divergendo su singoli frangenti. La Kath ammise di aver condotto Hanne sul luogo del delitto, di aver partecipato ai colloqui preparatori e di aver discusso sul modo di sopprimerla; continuò nondimeno a negare qualunque partecipazione materiale all’annegamento. Una testimonianza riferì tuttavia le sue frasi della vigilia, e un’altra donna dichiarò che, dopo il delitto, la Kath si era lasciata sfuggire che Hanne non avrebbe più potuto nuocere a nessuno. Durante la detenzione preventiva, la Kath protestò di perdere la testa «da innocente», aggiungendo poi che avrebbe preferito vent’anni di ferri alla scure del boia.

Al dibattimento dinanzi alla corte d’assise, la Kath respinse ogni addebito; la Ulrich e la Janke si dichiararono ree confesse, ma le loro ammissioni non furono ritenute sufficienti a dispensare la corte dal quesito ai giurati. Il verdetto riconobbe la Kath colpevole di aver ucciso la Thom con premeditazione e con il concorso altrui. Ritenne parimenti provata la partecipazione essenziale della Ulrich e della Janke all’omicidio. Sul conto di quest’ultima, la votazione si concluse con uno scarto minimo, sette voti contro cinque; i magistrati togati deliberarono a loro volta e ne confermarono la colpevolezza. Tutte e tre le imputate furono condannate alla pena capitale. La sola Janke inoltrò domanda di grazia al sovrano; la condanna fu confermata.

Il 5 ottobre 1855, a Neustettin, le tre condannate furono condotte nel recinto eretto alle porte della città. La cronaca riferisce che la Kath salì per prima sul patibolo e la Janke per ultima; operò un solo carnefice, mentre una bandiera rossa issata verso l’abitato segnalava l’inizio dell’esecuzione. La Ulrich e la Janke ricevettero i sacramenti e poterono rivedere i propri figli poco prima della fine. La Kath non ammise la propria colpa, proclamando fino all’ultimo che Dio avrebbe riconosciuto la sua innocenza. A Schwartow, il ponte rimase a scavalcare la Persante, ma la domanda che aveva condotto tre donne fin là aveva ormai ricevuto la sua sentenza: Hanne non era caduta da sola.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Il capitolo del Pitaval documenta una causa celebrata in Pomerania nel 1854 attraverso il compendio di confessioni, deposizioni e atti dibattimentali. I resoconti della Ulrich e della Janke concordano su diversi passaggi materiali, ma la Kath negò costantemente di aver partecipato all’annegamento. La perizia necroscopica accertò la morte per asfissia da annegamento preceduta da colluttazione e lesioni, senza tuttavia poter ripartire con esattezza le singole azioni tra le complici. Il giurì riconobbe il ruolo essenziale della Janke con una maggioranza di sette voti contro cinque, verdetto poi confermato dal collegio giudicante. Il tono dell'estensore risente dei pregiudizi morali e sociali del tempo, che non vanno assunti come risultanze storicamente asettiche.

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