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Giustizia e scandali · Germania

Wilhelmine Kraft e il pasto del 4 dicembre

Dopo la morte del marito Jakob nel dicembre del 1853, Wilhelmine Kraft scompare, per poi confessare d’aver mescolato del veleno alla porzione a lui destinata. I periti medici concludono per un probabile avvelenamento, a dispetto di analisi chimiche negative. Al processo di Kassel, il collegio giudicante la condanna, distinguendo tuttavia il semplice incoraggiamento contestato a Konrad Zimmermann dall’istigazione materiale; all’esito della revisione, nel 1856, l’uomo sarà prosciolto.

Il vasetto contrassegnato «veleno per topi»

La domenica 4 dicembre 1853, il capraio Jakob Kraft fece ritorno alla propria dimora dopo la funzione. La moglie Wilhelmine gli aveva tenuto in serbo la pietanza prediletta: gnocchi d’impasto cotti con farina. Glieli servì in una terrina a parte; il resto del desinare attendeva in un altro recipiente. Toccato da tanta premura, Jakob mormorò che non avrebbe tracannato acquavite prima del pasto, se solo avesse saputo che il desco era già imbandito. Poche ore più tardi, fu colto da conati violenti, lamentò un bruciore intimo e non riuscì più a trattenere alcun cibo.

La donna sostenne che quel sentore nauseabondo dipendesse dal distillato. Quando egli supplicò di far entrare il cane affinché lambisse il rigetto, lei oppose un netto rifiuto. L’indomani i tormenti non accennarono a scemare; il martedì, Jakob la scongiurò di mandare a chiamare il pastore e il borgomastro. Ella replicò che la faccenda poteva attendere, e che l’uomo sarebbe rimasto fin troppo a lungo un aggravio per la comunità. Jakob spirò il mercoledì 7 dicembre, dopo tre giorni di strazi. Wilhelmine era uscita con il pretesto di raccogliere mele da cuocere per l’infermo: rincasò a decesso avvenuto, recando quattro frutti nel grembiule.

Il villaggio non tardò a mormorare d’un maleficio venefico. L’8 dicembre, una vicina riferì a Wilhelmine le voci del borgo, secondo cui ella avrebbe propinato qualcosa al consorte. «La mia coscienza è monda», fu la sua replica. Venne disposto l’esame giudiziario della salma. Il 9 dicembre, mentre le guardie presidiavano l’abitazione, Wilhelmine fece perdere le proprie tracce, lasciando le vesti nella cucina. Riferì in seguito d’aver meditato di gettarsi nelle acque della Diemel, per poi riparare sotto una coltre di foglie all’interno d’una ghiacciaia da giardino. L’ufficiale di polizia la rinvenne quella sera stessa, intirizzita e priva di forze.

Il magistrato giunse a Helmarshausen su segnalazione del pastore e del borgomastro. Poiché le ombre della notte erano già scese, rinviò la ricognizione cadaverica e fece chiamare i figlioli e alcuni vicini, onde ricostruire i tre giorni dell’agonia. I fanciulli testimoniarono che il genitore aveva implorato soccorso, mentre la madre lo lasciava consumarsi nel dolore. Il pastore Schöttler, recatosi sul posto il mercoledì sera, aveva trovato Jakob incapace di reggersi a sedere da sé. Tali deposizioni fissavano le tappe del martirio e lo stato dell’infermo, ma la sola cronologia non consentiva d’identificare alcuna sostanza specifica.

La fuga aveva rinfocolato i sospetti, pur senza recare la certezza della causa letale. Una perquisizione nella cucina portò alla luce un piccolo vasetto da speziale con la scritta «veleno per topi», celato sotto mezza zucca svuotata, sulla mensola ove posavano le stoviglie. Vi mancava una modesta quantità d’impasto al fosforo. La salma, già intaccata dal tempo, rivelava una diffusa infiammazione allo stomaco e alle viscere. I chimici non rintracciarono fosforo inalterato né arsenico nei tessuti. La commissione medica concluse nondimeno che una sostanza corrosiva avesse con ogni probabilità cagionato il male e che il fosforo costituisse l’ipotesi più plausibile, pur ammettendo che le analisi di laboratorio non ne avevano confermato la presenza materiale.

Tale discrimine non era secondario. La perizia giudicava l’ammanco dal vasetto compatibile con il quadro clinico, senza tuttavia che tale calcolo assurgesse a prova chimica inconfutabile. Si osservava inoltre che un soccorso medico tempestivo avrebbe forse scongiurato l’esito fatale; la famiglia non aveva interpellato alcun cerusico durante i primi giorni. In febbraio fu tentata un’esumazione, ma lo sfacelo dei tessuti era ormai troppo avanzato per fornire nuovi riscontri analitici. All’accusa spettava dunque l’onere di dimostrare non solo la propinazione del tossico e il dolo, ma altresì l’eventuale concorso di Konrad Zimmermann, il vicino con il quale Wilhelmine intratteneva una relazione illecita.

Zimmermann, vedovo ed ex soldato impiegato come cantoniere, aveva alloggiato per un periodo sotto il tetto dei Kraft. Jakob si doleva d’esser trascurato dalla consorte e lamentava che lo stradale avesse usurpato il suo talamo. Nel 1853, dopo che l’autorità ebbe intimato all’amante di non rimettere piede in quella casa, i due presero a vedersi altrove. Wilhelmine era gravida; diede alla luce la creatura in carcere, nel gennaio del 1854. Pochi giorni dopo il parto, rivelò al ministro di culto che Zimmermann era il padre del neonato, supplicandolo d’intercedere affinché l’uomo se ne prendesse cura.

Nel corso dell’istruttoria, l’accusata negò dapprima l’adulterio e il delitto. Il 3 febbraio, superata la convalescenza, chiese d’abboccarsi con il pastore e gli confessò d’aver versato nella minestra del marito la porzione mancante di quella pasta venefica. Il giorno appresso, dinanzi al giudice inquirente, confermò d’aver riservato a Jakob una scodella in cui aveva disciolto il preparato. Dichiarò d’aver covato il proposito omicida da diverse settimane e d’aver comprato il veleno a tale scopo. Ribadì che il rancore verso il marito aveva pesato, pur riconoscendo che l’attaccamento a Zimmermann e la lusinga d’una vita comune avevano avuto un peso determinante.

Anche le sue affermazioni su Zimmermann mutarono nel tempo. In un primo momento, asserì che l’uomo non le aveva mai ingiunto di togliere di mezzo il coniuge. In seguito, sostenne che egli l’aveva più volte esortata a procurarsi il tossico, dicendole che Jakob meritava di perire, giungendo a chiederle di farsi dare una «pozione» dal farmacista. Zimmermann respinse ogni addebito. Ammise infine il commercio carnale con la Kraft, qualificandolo come mercenario, ma giurò di non averle mai promesso nozze né d’aver preso parte alla trama. Diverse testimoni rammentarono frasi ingiuriose con cui egli si augurava la fine di Jakob; l’accusato le liquidò come calunnie.

Il dibattimento si aprì a Kassel il 27 e 28 settembre 1854. Wilhelmine ammise senza reticenze d’aver avvelenato il consorte. I giurati pronunciarono all’unanimità un verdetto di colpevolezza. Verso Zimmermann il giudizio fu più sfumato: il collegio escluse ch’egli fosse stato l’ideatore del disegno criminoso o che avesse prestato aiuto materiale nella somministrazione, ritenendo però provato che avesse incoraggiato la donna a compiere l’atto. La corte comminò a Zimmermann dieci anni di reclusione e a Wilhelmine la pena capitale.

Tale distinguo derivava dai singoli quesiti sottoposti alla giuria: l’imputato aveva instillato la volontà omicida? Il suo consiglio aveva determinato l’avvelenamento del 4 dicembre? O aveva unicamente rinvigorito una risoluzione già maturata? I giurati risposero negativamente ai primi due punti e affermativamente all’ultimo. La sorte di Zimmermann poggiava dunque assai meno sul riscontro chimico del veleno che sull’incastro temporale dei loro colloqui e sull’attendibilità di Wilhelmine, la quale aveva dapprima taciuto il ruolo dell’amante per poi aggravarne la posizione.

In sede d’appello, nel marzo del 1855, la pena di Zimmermann fu ridotta a cinque anni, stante l’assenza di riscontri certi sull’effettiva portata del suo ascendente. Wilhelmine aveva già ritrattato le accuse dinanzi alla corte l’11 gennaio: sostenne d’aver calunniato Zimmermann poiché questi intendeva convolare a nozze con un’altra e lei si sentiva abbandonata. Il giorno seguente, confidandosi con la figlia alla presenza di un secondino, mutò ancora una volta versione: l’uomo le avrebbe promesso di vegliare sui figli qualora ella si fosse accollata ogni colpa. Gli atti conservano entrambe le deposizioni, impedendo di ricondurre la ritrattazione a un unico movente. Minata dalla malattia, Wilhelmine spirò nella notte tra il 22 e il 23 aprile 1855, prima che la corte suprema notificasse la sentenza definitiva. Zimmermann ottenne la revisione del processo e, nel maggio del 1856, un nuovo collegio giudicante ne decretò l’assoluzione.

Il vasetto contrassegnato e le ammissioni di Wilhelmine avevano persuaso i giudici popolari dell’avvenuta somministrazione del tossico. Per Zimmermann, invece, il medesimo rito non era bastato a tramutare le voci correnti in prova certa d’istigazione. Il nuovo giudizio si risolse nel proscioglimento. Tra queste due sentenze, una donna morì in carcere e un uomo rimase a lungo sotto il peso dell’infamia, mentre le analisi non erano mai riuscite a isolare la sostanza letale. Il fascicolo lasciò così due verità processuali di difforme rigore: una condanna sancita dalla confessione del gesto, e un’assoluzione scaturita dal ripensamento dei giurati circa il peso morale attribuito al supposto complice.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Capitolo integrale consultato: «Die Giftmischerin Wilhelmine Kraft», pagine 225–258, righe 10211–11760 incluse; il capitolo successivo prende avvio alla riga 11761. La cronaca riferisce della malattia di Jakob Kraft, della perquisizione, dell’autopsia con le relative analisi, delle confessioni di Wilhelmine, delle deposizioni a carico di Zimmermann, dell’assise del settembre 1854, della riduzione della pena per l’uomo in appello, del decesso di Wilhelmine nell’aprile del 1855 e dell’assoluzione di Zimmermann nel giudizio di rinvio del maggio 1856. I periti ritennero altamente verosimile l’avvelenamento da fosforo, pur in assenza di riscontro chimico diretto. Trascrizione OCR non collazionata sui documenti originali né sui verbali di cancelleria.

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