Al Luxembourg, i locatori venivano a riscuotere quanto la città doveva loro per i profughi dell’assedio. All’uscita li attendeva un uomo, li conduceva presso una bettola di rue de Vaugirard e lì, davanti a Flambard, l’indennizzo passava di mano quasi all’istante. La metà, si diceva, compensava il favore reso. La trafila aveva tutta l’apparenza di un soccorso; divenne invece, per diversi imputati, l’artificio per imbastire un vasto salasso su quanti temevano di restare a mani vuote.
L’assedio di Parigi aveva lasciato dietro di sé partite contabili intricate. Gli abitanti dei sobborghi, cacciati dalle proprie case, erano stati alloggiati d’autorità nella capitale; altri inquilini, impossibilitati a pagare, erano rimasti nelle stanze occupate. I padroni di casa reclamavano un indennizzo. Il sindacato costituito a tutela dei loro interessi si trovò coinvolto nella liquidazione delle istanze, e l’amministrazione municipale, sopraffatta dalla mole delle pratiche, ne delegò parte dell’istruttoria a uffici esterni ai propri ruoli. La vigilanza poggiava su prassi sommarie, i registri erano lacunosi, le competenze si sovrapponevano.
In questa zona d’ombra si insinuò Flambard, già impiegato municipale del ventesimo arrondissement e sensale d’affari. L’accusa gli contestava di aver sfruttato le vecchie relazioni e quelle di Roquejoffre, addetto del sindacato, per procurarsi i ruoli dei locatori e conoscere i fascicoli già depositati. Altre soffiate provenivano da agenti subalterni dei commissariati, allettati da promesse di denaro o convinti a raccomandare l’agenzia. Flambard ammise di aver ottenuto gli elenchi relativi a sessantaquattro quartieri e di aver remunerato taluni agenti. Sulla scorta di quei nomi, Ener si recava a domicilio dai locatori o li convocava presso di sé.
La lusinga era sottile poiché faceva leva su un’angoscia reale. I termini parevano scaduti; chi non aveva ancora avanzato pretese poteva credere perduto ogni ristoro. Flambard, Ener e Toussaint si presentavano, a seconda dell’occasione, quali fiduciari del sindacato o della prefettura. Vantavano aderenze al Luxembourg, sino a un antico ciambellano dell’imperatore, e garantivano di poter far revocare la decadenza del diritto. Ai locatori esitanti venivano esibite circolari sindacali, mentre Campionnet, ausiliario prefettizio addetto agli indennizzi, forniva ragguagli sugli importi stanziati e sui giorni di cassa. Tali dettagli ammantavano l’agenzia di un’autorità che in realtà non possedeva.
La tariffa per l’intermediazione non veniva quasi mai taciuta: la metà dell’indennizzo. I proprietari sottoscrivevano impegni scritti, convinti sovente che altrimenti non avrebbero cavato un soldo. Liquidato il dovuto alla cassa municipale, Ener li scortava sin dall’uscita del Luxembourg e li accompagnava dal vinaio. Flambard contava il numerario; Toussaint lo riponeva in una borsa di cuoio. La cronaca giudiziaria stimò che in due sole tornate, per il dodicesimo e tredicesimo arrondissement, la cricca avrebbe incassato dapprima 16.000 franchi, poi altri 30.000. Cifre, queste, riferite in udienza nel quadro tracciato dal pubblico ministero, e non la dimostrazione che ogni singolo locatore avesse subito il medesimo trattamento.
Ad alcuni, vinta la soglia, riusciva di sottrarsi a Ener. La sera stessa o l’indomani, i tre compari si presentavano allora al loro domicilio per esigere la quota, minacciando il commissariato; ritorsioni che, secondo l’accusa, non ebbero seguito contro quanti tennero punto. Le testimonianze non composero un quadro uniforme. Taluni locatori confermarono le vanterie di protettorati altolocati e l’impegno a cedere la metà della somma; altri testi a discarico sostennero invece che Flambard ed Ener si fossero qualificati unicamente come semplici sensali. Il dibattimento verté così sulle formule adoperate, ma ancor più su ciò che conferiva loro reale presa: carteggi amministrativi autentici, sportelli al Luxembourg, guardie di polizia complici del traffico.
In aula le posizioni si scissero. Flambard non negò di aver cercato gli elenchi né di aver elargito somme a pubblici dipendenti; sostenne tuttavia che l’atto societario formale con Ener e Toussaint non fosse che una bozza stesa da un antico compagno di cella, mai destinata a entrare in vigore. Ener asserì di aver inteso unicamente riscuotere un credito e di essere stato un mero subalterno di Flambard. Toussaint disse di percepire quindici franchi al mese, negando qualsiasi provvigione. Roquejoffre ammise di aver intascato 1.000 franchi, ma giurò di ritenere i conteggi regolari. Campionnet, addetto al servizio indennizzi, dovette rispondere dell’aver propalato dati riservati dietro compenso.
La municipalità, dal canto suo, aveva lasciato prosperare un ordinamento di singolare fragilità. I rendiconti transitavano dal sindacato; gli impiegati distaccati discordavano sulla propria missione; le date annotate sui registri di polizia omettevano talora l’indicazione dell’anno. Il perito Magnin spiegò come una verifica integrale risultasse sovente impossibile. Il presidente del tribunale rimarcò l’anomalia d’un’amministrazione che affidava il riscontro a un consorzio rappresentante gli stessi creditori, senza stabilire cautele precise. Delamare, il fiduciario sindacale, riconobbe di aver vigilato poco e che i registri lacunosi rendevano arduo ogni accertamento; nondimeno, aveva sporto denuncia non appena apprese le manovre dell’agenzia.
Il disegno di Flambard e compagni non si limitava a estorcere una percentuale sul legittimamente dovuto. Stando alle risultanze accolte in sentenza, i prospetti redatti nell’agenzia erano mendaci o alterati. Inquilini che avevano regolarmente pagato figuravano insolventi; affittuari partiti da anni venivano dichiarati sgomberati nel 1871, approfittando dell’assenza dell’anno sulle matricole. Il caso Farge rispondeva a un calcolo ulteriore: costui avrebbe dichiarato al proprietario pigioni insolute per ottenere una riduzione, per poi esigere sulla scorta delle medesime pigioni un indennizzo dal Comune. Il capo d'imputazione investiva pure Desmont, sodale in tali maneggi.
Il ministero pubblico sostenne l’accusa nella sua interezza; gli avvocati Lachaud, Pannier e Blondel assunsero il patrocinio della difesa. La cronaca dell’udienza del 23 maggio riferisce che alle arringhe fece seguito l’aggiornamento all’indomani per il dispositivo. La sentenza del 26 maggio, nondimeno, non recepì tutti gli addebiti. Il tribunale ritenne provate, a carico di Flambard, Ener e Toussaint, nonché di Roquejoffre e Campionnet, le truffe consumate a danno dei locatori, ravvisando la sussistenza di raggiri, la spendita di false qualifiche o millantate aderenze e la rivelazione prezzolata di notizie d’ufficio.
Per contro, il collegio assolse Flambard, Toussaint, Ener e Roquejoffre dall'imputazione di truffa ai danni della Città di Parigi. Giudicò non sufficientemente dimostrati i raggiri volti a trarre in inganno il Comune: le note potevano essere fittizie e la condotta fraudolenta, ma l’amministrazione non aveva esercitato la necessaria vigilanza. Farge e Desmont furono parimenti prosciolti dalle accuse per le presunte truffe ai danni dei privati. Il giudizio non riabilitava l'operato degli uffici pubblici; tracciava semplicemente un discrimine netto tra la frode accertata contro i singoli cittadini e quella che il tribunale ritenne non dimostrata nei riguardi della città.
La condanna comminò a Flambard due anni di reclusione, cinque anni di sorveglianza speciale e 500 franchi di ammenda; a Ener e Toussaint otto mesi e 300 franchi ciascuno; a Roquejoffre e Campionnet due mesi. Le pene sanzionavano le macchinazioni ordite contro i locatori, mentre il tribunale si rifiutava di tramutare le negligenze degli uffici municipali in truffa conclamata ai danni dell'erario cittadino. Tra la metà carpita sui risarcimenti e i conti abbandonati a un controllo approssimativo, la sentenza pose un confine reciso: gli affaristi avrebbero pagato per il loro credito millantato, l'amministrazione per la propria incuria. Ai locatori, tuttavia, questo non bastò a restituire la perduta fiducia.
