Il 7 novembre 1854, Pauline rincasò nell’abitazione berlinese della sorella e non vi trovò né il cognato né i bambini. Uno dei piccoli era stato appena messo a letto; una cesta da bucato era scomparsa. L’assenza poteva ancora spiegarsi con una commissione improvvisa, fino al momento in cui i parenti non presero a cercarli. Stando alla cronaca giudiziaria comparsa più tardi nel Pitaval, Karl Wilhelm Albert Biermann si presentò a casa dei propri genitori senza i figli e rispose alla madre, che ne chiedeva conto, di averli uccisi. Alla moglie, che gli rivolse la medesima domanda, promise che sarebbe andato a riprenderli. Poi si diresse di sua spontanea volontà verso il posto di polizia.
Questo resoconto si apre con un enigma numerico. Si accenna dapprima a quattro figli in tenera età, per poi definire il bimbo coricato nel letto come il quinto. Il resto del capitolo e l’intero procedimento penale vertono tuttavia su quattro fanciulli condotti via e annegati; anche un breve trafiletto del 1855 ne enumera quattro. In assenza dei verbali originali o di un riscontro autoptico del facsimile su quella parola, occorre lasciare visibile tale discordanza della trascrizione OCR, senza trarne la conclusione che il testo a stampa recasse necessariamente quella lezione. Il dettaglio non muta il quesito sottoposto ai giurati, ma impone di non tramutare un’esitazione del testo in una certezza posticcia.
Al commissariato, Biermann raccontò di aver condotto i quattro fanciulli oltre la porta di Slesia, verso il canale noto come Flutgraben. Li avrebbe sistemati dentro una cesta, i due più grandi sul fondo e i due più piccoli sopra di loro, prima di legarli con una corda e di scagliarli nell’acqua. Disse di non aver udito, dopo l’impatto della cesta, che un solo grido. Il capitolo presenta questa prima dichiarazione come la sua confessione più esauriente; dinanzi al giudice istruttore e poi in aula, Biermann non la confermò apertamente, ma nemmeno la smentì. Sostenne di non ricordare più che cosa fosse accaduto.
La ricostruzione dell’accusa disponeva tuttavia di riscontri materiali. Due corpi furono ripescati quasi subito, un terzo il giorno seguente e l’ultimo più tardi ancora. I medici, riferisce il Pitaval, non riscontrarono sui cadaveri alcun segno che attestasse di per sé una diversa causa di morte; l’esame non contraddiceva l’annegamento descritto da Biermann. Una tovaglia, che l’imputato dichiarava di aver portato con sé per coprire i bambini, fu rinvenuta l’8 novembre nei pressi del luogo indicato. Apparteneva alla casa coniugale. La corda e la cesta furono formalmente riconosciute; Biermann aveva inoltre mostrato agli inquirenti la passerella della chiusa dalla quale, a suo dire, aveva gettato i figli.
Altri gesti vennero interpretati come gli atti preparatori di un disegno premeditato. Nel pomeriggio del 7 novembre, Biermann aveva chiesto in prestito un carretto a mano; sostenne che gli serviva per trasportare del combustibile, e nessun testimone vide i bambini allontanarsi sul veicolo. Li condusse infine a piedi. Il più piccolo, già assopito, sarebbe stato strappato al letto; la cesta gli gravava sulle spalle, mentre teneva per mano gli altri due. Una settimana prima, stando alle sue ammissioni, aveva già condotto tre dei figli maggiori fino alla porta di Slesia. Spiegò che intendeva far prendere loro l’omnibus al ritorno; la cronaca annota che quella sera faceva freddo, senza tuttavia presentare tale passeggiata come una prova autonoma della sua intenzione criminale.
Il contesto domestico fornì all’accusa l’ipotesi del movente. La moglie guadagnava cucendo e stirando; il marito aveva lavorato a lungo nella lavanderia della madre, a sua volta impiegata al servizio di un principe. Dopo le nozze nel 1848, l’uomo aveva continuato a lavorare con i genitori. La nonna faceva recapitare ogni giorno il pranzo per i nipoti, perfino quando i conti tra lei e la nuora erano ormai saldati. Questa dipendenza materiale era degenerata in una contesa di potere. Secondo le testimonianze riportate dal Pitaval, Biermann teneva la contabilità della biancheria, tratteneva gli incassi e talvolta rifiutava di versare il denaro alla madre, pur lamentando di essere maltrattato da lei.
Il dissidio si inasprì a seguito di accuse di appropriazione indebita di panni e di falsificazione dei registri contabili dell’attività. Diversi testimoni asserirono che alcuni capi erano stati occultati nel sottotetto e che Biermann aveva ammesso, durante l’istruttoria, di aver manomesso i libri contabili. All’udienza cercò poi di sminuire la portata di tali fatti. I genitori finirono per vietargli l’accesso alla loro dimora, ottenendo dalla polizia che non vi rimettesse piede. Aveva lasciato la casa a settembre, dopo un violento diverbio, e non vi sarebbe ricomparso se non il giorno stesso in cui i figli sparirono.
Questa cacciata, e il rancore che ne sarebbe scaturito, divenne il cardine dell’impianto accusatorio. Lo stesso padre di Biermann avrebbe sostenuto che il figlio intendeva punire i genitori strappando loro i nipoti a cui erano tanto legati. Il procuratore e uno dei periti medici svilupparono tale chiave di lettura: un figlio un tempo viziato, trasformatosi nel tiranno della propria famiglia, avrebbe cercato vendetta tentando al contempo di farsi credere vittima dell’indigenza o del disprezzo altrui. Altri elementi sembravano corroborare la tesi: in precedenza Biermann aveva dichiarato che, se la madre gli avesse reso la vita impossibile, avrebbe ucciso i figli; aveva anche minacciato di fuggire con loro in America abbandonando la moglie. Erano però parole riferite a posteriori, incapaci di svelare da sole quale fosse il suo stato d’animo la sera degli annegamenti.
La miseria, del resto, non era facile da invocare. L’accusa fece notare che Biermann possedeva ancora più di cento talleri, che la moglie guadagnava a sufficienza per mandare avanti la casa e che i bambini non pativano la fame. Alla polizia, nondimeno, l’uomo aveva accennato all’impossibilità di sfamarli. Davanti alla corte, ritrattò il senso delle proprie ammissioni, affermando che voleva soltanto cercare aiuto e non annegarli. Ricordava di essersi incamminato con loro, di essersi fermato sulla sponda e di averli messi nella cesta; non sapeva più spiegare, sosteneva, come fosse tornato indietro da solo.
I giurati dovevano pronunciarsi sulla colpevolezza e sulla capacità dell’imputato di intendere e di volere. Il processo si celebrò dinanzi alla corte d’assise di Berlino il 2 e il 3 luglio 1855. Biermann ammise di aver condotto via i bambini, ma negò di aver voluto la loro morte. La cronaca riferisce che rispose alle domande con calma, talora con fermezza, per poi trincerarsi dietro vuoti di memoria. Quando gli chiesero se si riconoscesse colpevole, affermò di non sentirsi tale; ammise di ricordare di aver lasciato cadere i figli nell’acqua, senza saper spiegare come fosse giunto a quel punto.
La difesa fece di questa incoerenza il sintomo probatorio di una temporanea infermità mentale. Tratteggiò la figura di un uomo privo di spina dorsale, instabile, incline a vaneggiamenti e avvezzo all’ozio. Evocò altresì le liti domestiche e la costante soggezione ai genitori. Il Pitaval, che è cronaca retrospettiva e non verbale stenografico, attribuisce al difensore l’idea che una mente ottenebrata avesse potuto agire senza misurare la gravità del gesto. Il legale esortò i giurati a non confondere l’orrore dell’esito con la prova di una lucida volontà omicida.
Due periti si scontrarono sul valore da attribuire a tali indizi. Il medico distrettuale, il dottor Bressler, giudicò Biermann nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. La condotta serbata dopo l’arresto, il comportamento tenuto durante le indagini e i preparativi richiesti dal tragitto con i bambini gli sembravano dimostrare che l’imputato sapesse perfettamente ciò che faceva. A suo avviso, il rancore verso i genitori spiegava il delitto assai meglio della follia. Anche il dottor Casper, insigne perito medico-legale, chiese che i bislacchi progetti dell’uomo e i dubbi sollevati dall’opinione pubblica venissero vagliati con rigore. Dopo aver soppesato tali obiezioni, concluse tuttavia, al pari di Bressler, che Biermann era sano di mente e penalmente imputabile. I due medici differivano nel metodo e nel peso concesso al dubbio; il resoconto li mostra tuttavia concordi sull’imputabilità dell’uomo.
Il procuratore sostenne che gli indizi materiali, le prime dichiarazioni e le conclusioni dei periti accertavano un omicidio premeditato, perpetrato con piena consapevolezza. La difesa invocò il verdetto di non punibilità per incapacità d’intendere e di volere. I giurati dichiararono Biermann colpevole dei quattro omicidi e ritennero, a larga maggioranza, che fosse sano di mente. Un’ambiguità nel loro primo responso costrinse il presidente a rimandarli in camera di consiglio: occorreva specificare in modo esplicito che l’imputato era capace di rispondere dei propri atti al momento del fatto. I giurati rientrarono confermando tale precisazione. Il tribunale lo condannò a morte, disponendo altresì l’interdizione perpetua dai diritti civili.
Il capitolo soggiunge che il ricorso per cassazione promosso dal difensore fu respinto e che Biermann venne giustiziato. Non precisa tuttavia il giorno dell’esecuzione. Uno studio moderno sul penitenziario di Berlino (Zellengefängnis) fissa la data al 22 maggio 1856; un trafiletto giornalistico dell’epoca dà conto della condanna capitale e ascrive con piglio editoriale l’azione alla volontà di ferire i genitori, senza che tale asserzione assurga a prova autonoma del movente. È una distinzione necessaria: la colpevolezza e la pena sono le statuizioni riportate dalla cronaca, l’intento di vendicarsi dei genitori è l’ipotesi sostenuta dall’accusa, e l’esecuzione a quella data è attestata da altre fonti documentarie.
Il Pitaval tramuta poi la vicenda in un ritratto morale del «figlio snaturato», abbandonandosi a disdegnose generalizzazioni sugli uomini privi di un solido mestiere. Nulla impone di accogliere questo giudizio sociale nel ripercorrere gli atti del processo. I fanciulli furono annegati; Biermann fu condannato; la giuria sciolse il nodo della sua responsabilità dopo il confronto tra i periti. Il perché resta assai meno limpido del verdetto. In quell’aula, la cesta, la tela e le testimonianze guidavano la ricostruzione materiale; i moventi rimanevano mere interpretazioni. Il testo non ci consegna la verità interiore dell’uomo, bensì le versioni che si affrontarono dinanzi ai giurati e la sentenza che le recise.
