Nel dicembre del 1801, a Trinidad, Louisa Calderon fu condotta al cospetto del governatore Thomas Picton in seguito a un'indagine sul furto di una somma di denaro sottratta all'uomo con cui ella conviveva. Il magistrato incaricato dell'interrogatorio, stando a quanto espose l'accusa a Londra, non disponeva dell'autorità necessaria per piegarla a parlare. Si rivolse pertanto al governatore. L'ordine che la pubblica accusa attribuì a Picton si esauriva in un'unica disposizione vergata di suo pugno: infliggere la tortura a Louisa Calderon.
Il processo si celebrò diversi anni più tardi, a Londra, e verté tanto sulle carni di una fanciulla quanto sul diritto vigente in un'isola da poco passata sotto il dominio britannico. Trinidad si era arresa nel 1797 alla spedizione di Sir Ralph Abercromby. L'avvocato dell'accusa, Garrow, rammentò che il generale aveva garantito il mantenimento delle leggi locali sino a diverso pronunciamento della Corona. Se la tortura apparteneva ancora a quel corpus giuridico, sosteneva la difesa, il governatore aveva potuto legittimamente ritenere di agire nell'alveo del proprio dovere. Se non vi apparteneva, l'ordine era criminale.
Garrow presentava Louisa come una bambina. La sua età esatta rimane controversa nelle fonti d'archivio. Il procuratore la descrisse legata a Pedro Ruiz; affermò che i sospetti di complicità erano ricaduti su di lei dopo che Carlos Gonzalez, introdotto come intimo del Ruiz, aveva sottratto un cospicuo quantitativo di piastre d'argento. La giovane negò ogni addebito. Il magistrato, impossibilitato a cavarne alcunché con la sola propria autorità, si rimise a Picton. Fu allora che Garrow esibì quello che indicò come l'ordine del governatore, aggiungendo che non si era tardato a darvi esecuzione.
A Louisa fu intimato che sarebbe stata torturata qualora non avesse confessato, e che rischiava di rimetterci le membra o la vita stessa. Ella perseverò nel diniego. L'accusa narrò quindi che nella prigione erano state condotte due o tre donne nere, a loro volta minacciate di tortura per stregoneria, con l'intento di accrescerne il terrore. Il supplizio inflitto a Louisa veniva designato come «picketing» da taluni testimoni, ma Garrow ne respingeva la definizione: a suo giudizio, non si trattava della punizione militare del picchetto, bensì di un tormento deliberato dal governatore. Gli atti descrivono la giovane sospesa per un polso, un piede posato su un cuneo di legno aguzzo, l'altra mano e l'altro piede serrati insieme. L'indomani, la prova fu reiterata invertendo gli arti.
Chiamata alla sbarra, Louisa confermò di essere stata incarcerata insieme alla madre dopo il furto e tradotta dinanzi a Picton. Riferì di aver udito il governatore minacciare di consegnarla al boia se non avesse svelato chi si era impossessato del denaro. Fu poi scortata nella stanza in cui era stato predisposto lo strumento. Descrisse il proprio polso sinistro legato a una fune passante per una carrucola, la mano destra serrata dietro la schiena e il piede sinistro poggiato sulla punta acuminata. La corte esaminò altresì un disegno della scena. Al vederlo, Louisa fu colta da un brivido; il giudice negò dapprima che fosse mostrato ai giurati, per poi acconsentirvi dopo che la difesa ne ebbe accettato l'esibizione.
Testimoniò di essere rimasta sul cuneo per tre quarti d'ora la prima volta, e per ventidue minuti il giorno seguente. Perse i sensi prima di essere calata in entrambe le occasioni. Fu quindi rinserrata in ceppi chiamati grillos, inchiavardati al muro; dichiarò di esservi rimasta per otto mesi. I polsi e le caviglie si erano gonfiati; le braccia recavano ancora, asserì, i segni della violenza. La sua deposizione non si limitava ai due episodi di supplizio: ella indicò con precisione i presenti, tra cui il carceriere, il magistrato, il cancelliere, un alguazil e l'esecutore.
Rafael Shando, alguazil a Trinidad, confermò parte di questa cronologia. Riferì di essere rientrato dall'interno dell'isola il 22 dicembre 1801 e di aver veduto Louisa subito dopo che era stata tratta giù dall'ordigno; le veniva allora porto un bicchier d'acqua. Il magistrato gli avrebbe ingiunto di condurre Carlos affinché Louisa reiterasse le proprie dichiarazioni alla sua presenza. Non essendo scaturito nulla da quel confronto, la giovane fu ricondotta ai ceppi. Shando affermò inoltre che ella fu nuovamente torturata il 23 dicembre, tra le undici e mezzogiorno, per ventidue minuti. Fu lui a sorreggerla quando svenne per due volte consecutive.
A suo dire, il magistrato fece recapitare dell'aceto all'esecutore affinché ne somministrasse a Louisa. Nessuno fu designato a patrocinare la difesa della ragazza; nessun chirurgo era presente per prestarle soccorso. Shando dichiarò di non aver mai conosciuto l'uso della tortura nell'isola prima dell'insediamento di Picton. Ricordava soltanto la comparsa di quell'arnese nelle caserme, e in seguito nelle carceri. Aveva inoltre, soggiunse, veduto il governatore ordinare al carceriere di tradurre un uomo nero al corpo di guardia per sottoporlo al supplizio. L'accusa presentava così il procedimento contro Louisa non come un fatto isolato, bensì come l'introduzione sistematica di una pratica sino ad allora sconosciuta.
Per delineare con esattezza ciò che la difesa pretendeva di far riconoscere, Garrow ricordò che la tortura non trovava alcuna cittadinanza nel diritto inglese. All'indomani dell'assassinio del duca di Buckingham per mano di John Felton, il Consiglio privato aveva vagliato l'ipotesi di interrogare il sicario sotto tortura onde scoprirne gli eventuali complici; i magistrati consultati avevano sentenziato all'unanimità che una simile misura non era consentita dalle leggi del regno. Garrow contrapponeva quell'antico limite all'ordine che imputava ora a un governatore britannico a Trinidad.
La difesa non negò che la tortura fosse stata comandata; spostò invece la contesa sul terreno del diritto. L'avvocato Dallas sostenne che la legge spagnola, preservata a Trinidad dopo la conquista, autorizzava tale procedura. Picton avrebbe dunque applicato la norma che riteneva proprio dovere amministrare. Asserì inoltre che il governatore non aveva agito per malanimo: quand'anche la sua esegesi giuridica fosse risultata errata, un errore in buona fede doveva, a suo avviso, far decadere l'imputazione penale. Garrow, dal canto suo, eccepì l'assenza di qualsivoglia testimonianza di residenti che rammentassero l'impiego della tortura prima dell'arrivo di Picton.
Nel corso del dibattimento furono prodotti diversi trattati di diritto spagnolo destinati alle colonie, debitamente riconosciuti dal procuratore generale di Trinidad. Dopo prolungate discussioni, Lord Ellenborough invitò i giurati a concentrarsi su un unico quesito: la tortura faceva parte della legge di Trinidad al momento della resa dell'isola alle armi britanniche? Rammentò loro che il mantenimento delle consuetudini locali non sanciva automaticamente l'estensione di ogni singola norma della Spagna alla sua colonia. I codici potevano illuminare il diritto; spettava ai giurati stabilire se provassero che la tortura fosse effettivamente autorizzata sul territorio insulare.
Il verdetto della giuria stabilì che nessuna legge sulla tortura vigeva a Trinidad all'atto della resa. Il giudice dichiarò allora che Picton non poteva invocare lo scudo di una presunta norma mai stata in vigore, e dispose un verdetto di colpevolezza. A questo punto, l'accusa aveva ottenuto la pronuncia auspicata sul piano di stretto diritto, ma la cronaca giudiziaria non si chiude qui.
Il 25 aprile, Dallas domandò la celebrazione di un nuovo processo. Articolò quattro argomentazioni: l'imputazione mossa contro Louisa dalle autorità locali, l'intimo convincimento di Picton che la tortura fosse lecita, l'assenza di malanimo e la disamina di un testo di diritto spagnolo reperito soltanto dopo la conclusione dell'udienza. Tale opera, sosteneva, andava letta in combinato disposto con le leggi della Spagna laddove il codice coloniale tacesse su una fattispecie criminale. La corte accordò un'ordinanza affinché l'accusa giustificasse il mantenimento del verdetto. La narrazione di Borrow si arresta a questo snodo; il procedimento, invece, fece il suo corso.
Nel 1808, il secondo processo mutò il perimetro giuridico della causa. Stando alla ricerca dello storico James Epstein, la giuria rese un verdetto speciale: riconobbe la vigenza della tortura nel diritto di Trinidad all'epoca della cessione e non riscontrò a carico di Picton alcun dolo specifico distinto dalla mera illegalità del suo atto. Le conseguenze di tale deliberazione rimasero materia di contesa. Il dibattimento si trascinò nel 1810; nel 1812, la corte rinviò a nuovo ordine la definizione dei gravami a carico dell'imputato. La vicenda giudiziaria si estinse senza un giudizio definitivo, e nessuna pena fu mai inflitta a Picton.
A Londra, Louisa aveva mostrato i solchi impressi nei polsi e descritto i ferri che l'avevano tenuta prigioniera per otto mesi. Ai giurati spettava stabilire quali codici avessero solcato i mari al seguito dei governatori. A lei, per parlare al loro cospetto, era toccato raccontare ciò che quelle presunte leggi avevano consentito di compiere sul suo corpo.
