Nel 1763, il numero 45 del North Briton valse a John Wilkes un’incriminazione per libello sedizioso. Giudicato in contumacia nel febbraio 1764, fu dichiarato colpevole; al ritorno dall’esilio nel 1768, dovette rispondere dinanzi alla Corte del Banco del Re delle condanne pronunciate a suo carico. Il 27 aprile la corte era chiamata a decidere se ammetterlo a cauzione. Il suo arrivo non valse a placare Londra: la carrozza che lo conduceva in prigione fu intercettata dalla folla, i cavalli furono staccati e il prigioniero fu scortato in una taverna di Spitalfields. Wilkes approfittò della confusione per sottrarsi ai propri ammiratori e consegnarsi spontaneamente al carcere. Ha inizio così, nella relazione di Camden Pelham, una vicenda in cui il grido «Wilkes e la libertà!» fa da scudo a un uomo che le autorità perseguono per i suoi scritti e che i suoi fautori intendono erigere a simbolo.
Nell’edizione del 1887 consultata per questa ricostruzione, la raccolta retrospettiva di Pelham ritrae Wilkes quale autore di due testi scandalosi: il numero 45 del North Briton e un opuscolo intitolato An Essay on Woman. Il primo attaccava il governo; il secondo offendeva il senso morale del compilatore. Questi non fa mistero del proprio giudizio: taccia la folla di essere fuorviata e definisce mercenario il patriottismo di Wilkes. Eppure il suo racconto, pur viziato da siffatta ostilità, dischiude una contesa assai meno lineare del semplice ritratto di un agitatore punito per le sue diffamazioni. Vi si descrivono infatti anche le perquisizioni contestate, il mandato generale dichiarato illegittimo e la frizione insanabile tra la legge e coloro che pretendevano di farla rispettare.
Samuel Martin, segretario al Tesoro e deputato di Camelford, era stato uno dei bersagli prediletti del North Briton. Il 30 aprile 1763, a una settimana dall’uscita del numero 45, Wilkes fu arrestato in virtù di un mandato generale d’arresto; i suoi documenti vennero sequestrati ed egli fu condotto alla Torre. La Corte dei 공comuni motivi fu investita di un ricorso di habeas corpus avverso tale detenzione. Questo primo arresto precedette di diversi mesi il duello con Martin, avvenuto il 16 novembre 1763. Martin lo ferì; la lesione lo costrinse a letto per settimane, facendo temere per la sua vita. L’azione penale riguardava nel frattempo anche An Essay on Woman. Prima del processo, Wilkes lasciò l’Inghilterra per la Francia, adducendo ufficialmente ragioni di salute.
Un altro procedimento investì i metodi impiegati contro di lui. Nella causa intentata contro Robert Wood, che aveva preso parte al sequestro delle sue carte, l’istruzione del Lord Chief Justice Pratt prese in esame la legittimità del mandato generale. Il 6 dicembre 1763, il giurì emise un verdetto favorevole a Wilkes, accordandogli mille sterline di risarcimento danni. Questa causa civile non risolveva le imputazioni di libello. Prima del processo penale, Wilkes aveva riparato all’estero. Nel febbraio 1764, una giuria speciale del Middlesex lo dichiarò colpevole in contumacia per entrambi i testi. Il resoconto giudiziario precisa che Sir Fletcher Norton, all’epoca Solicitor General, aveva promosso l’azione penale durante la vacanza della carica di Attorney General. Alle condanne seguirono la perdita del grado nella milizia del Buckinghamshire, l’espulsione dalla Camera dei Comuni e una dichiarazione di fuorilegge, poi revocata dopo il suo rimpatrio.
Quando annunciò il proprio ritorno, i suoi sostenitori lo attesero come un eroe. Dopo il suo passaggio a Guildhall, alcuni uomini staccarono i cavalli dalla carrozza e la trascinarono a braccia fino alla sua dimora, scandendo lo slogan ormai consueto. Tale ovazione saldava il suo nome alla contestazione dell’arresto e del sequestro delle carte. L’acclamazione popolare, tuttavia, non equivaleva a una sentenza né a un proscioglimento: le pene accessorie alle sue condanne attendevano ancora di essere comminate.
Il 27 aprile, la procedura lo ricondusse nell’aula del Banco del Re. Vi comparve scortato da un ufficiale, affinché la corte esaminasse la richiesta di libertà su cauzione. L’esito fu sfavorevole e Wilkes fu avviato alla prigione del Banco del Re. Durante il tragitto, la folla si impadronì nuovamente della vettura, ne staccò i destrieri e condusse il prigioniero a Spitalfields. Wilkes, tuttavia, non rimase in mezzo a quanti lo proclamavano libero. Verso le undici di sera si congedò da loro e raggiunse la prigione per rimettersi nelle mani dell’autorità legittima. Il gesto non valse a quietare gli animi; rese semmai più stridente il paradosso di un uomo che i seguaci strappavano a viva forza agli sbirri, e che poi cercava da sé la via per rientrare nei ranghi del processo.
Nelle settimane successive, il Banco del Re annullò la dichiarazione di fuorilegge. Questo provvedimento autonomo si sommava all’azione civile del 1763, in cui il mandato generale era stato dichiarato nullo con riconoscimento del risarcimento. Non lo assolveva, tuttavia, dall’accusa di diffamazione. La Corona esigeva l’esecuzione delle pene per le condanne già passate in giudicato. Stando al verbale giudiziario, la difesa sostenne che Norton non avesse facoltà di agire durante la vacanza dell’Attorney General e contestò altresì la modifica del capo d’imputazione dopo la costituzione delle parti. I giudici respinsero entrambe le eccezioni. Il resoconto specifica che l'imputato eccepì in seguito, nei suoi writs of error dinanzi ai Lord, una divergenza formale tra «purport» e «tenor». Mentre i giuristi dibattevano sul filo del diritto, una folla stazionava minacciosa nei pressi del carcere. I magistrati intervennero con la truppa per disperderla. Fu data lettura del Riot Act; l’assembramento non si sciolse. Ai soldati fu ordinato di aprire il fuoco. Pelham riferisce che vi furono morti e feriti gravi, tra cui alcuni semplici passanti estranei ai tumulti.
Il 17 giugno 1768 la corte pronunciò le sentenze; la registrazione del George III Calendar dedicata al dispositivo reca la data del giorno seguente. Per il North Briton, Wilkes ricevette dieci mesi di reclusione e cinquecento sterline di ammenda; per An Essay on Woman, altri dodici mesi e ulteriori cinquecento sterline. Gli fu inoltre imposto di prestare cauzione di buona condotta per un periodo di sette anni. A quella data era già stato eletto deputato per il Middlesex. Nel suo proclama agli elettori ricordò come i magistrati avessero sancito l’illegittimità del mandato e cassato lo stato di fuorilegge. Non presentava il proprio rientro in Parlamento come un’assoluzione dei testi incriminati, bensì come la replica del corpo elettorale ai metodi arbitrari adoperati contro di lui. La disputa aveva ormai abbandonato il recinto delle aule giudiziarie: le urne e le piazze erano divenute i nuovi teatri in cui si misurava la portata del nome di Wilkes.
Nel corso di quelle giornate convulse, la piazza scavalcò il fascicolo processuale. I manifestanti infransero vetrate, costrinsero gli inquilini a illuminare le facciate delle case ed esercitarono percosse contro quanti si rifiutavano di intonare il grido di libertà. Pelham menziona l’assalto alla dimora di Lord Bute e alla Mansion House; annota come i sassi abbiano infranto le finestre degli appartamenti della moglie del Lord Mayor. Il motto non era più soltanto una rivendicazione rivolta ai ministri: si trasformava in un’intimidazione imposta uscio per uscio, fin dentro le stanze private. La moltitudine, che da principio faceva cerchio attorno a un prigioniero, imponeva ora la propria legge a cittadini che non avevano chiesto di prendere parte alla contesa. Un sasso scagliato contro la carrozza del conte Rawotski fu, stando a Pelham, afferrato al volo da quest’ultimo. I marinai, poi i tessitori di Spitalfields, i barcaioli, i segantini e altre maestranze si mobilitarono per esigere aumenti salariali. Depositarono petizioni, poi alcune bande bloccarono le navi trattenendo a bordo gli equipaggi. Il compilatore liquida questi episodi come mero disordine; vi si intravedono tuttavia vertenze di lavoro del tutto distinte dalla causa di Wilkes.
La voce di Pelham si chiude con la condanna del tumulto, riducendo il fervore popolare a pura credulità. Il suo racconto non autorizza tuttavia a confondere indistintamente ogni moto di collera, né a prendere per oro colato le sue illazioni sui moventi reconditi di Wilkes. Registra con esattezza che i disordini seminarono morti e feriti, e che il governo punì duramente alcuni rivoltosi; riconosce altresì che l’opposizione ai mandati in bianco e ai sequestri indiscriminati aveva trovato conforto nelle pronunce dei giudici. Il nome di Wilkes finì col perdere il suo smalto, ed egli si spense nel 1797, stando alla medesima fonte. La sua vicenda ha lasciato però in eredità un interrogativo ben più durevole della reputazione effimera di un polemista: quando un potere persegue uno scrittore, la legalità dei mezzi adoperati diviene essa stessa una questione pubblica.
