Attraversando Holborn dopo aver abbandonato la casa, Matthew Henderson udì il guardiano notturno annunciare che l’una era già passata. Avrebbe poi nascosto i gioielli in un alloggio di fortuna, sarebbe tornato dinanzi alla porta sbarrata e vi avrebbe atteso la serva. Alle sei del mattino entrarono insieme; fu lei a scoprire il cadavere di Lady Dalrymple. Questa precisa indicazione oraria ci giunge attraverso la confessione riportata da Camden Pelham.
Pelham diede alle stampe questa vicenda in The Chronicles of Crime, nel 1887. Presenta Henderson come un giovane domestico scozzese, entrato all’età di quattordici anni al servizio di Sir Hugh Dalrymple, un parlamentare che egli aveva seguito a Londra. La padrona di casa, Lady Dalrymple, fu assassinata nell’abitazione mentre il marito si trovava altrove. L’opera di Pelham non riproduce gli atti processuali dell’Old Bailey né le testimonianze dibattimentali. Riferisce tuttavia che Henderson si dichiarò colpevole e che, alla vigilia del supplizio, confessò il delitto ripercorrendo i propri gesti. Occorre distinguere con fermezza questo racconto, attribuito al condannato, dalle considerazioni che il compilatore vi intesse attorno.
L’esordio di Pelham avanza un movente sbrigativo: Henderson avrebbe inavvertitamente calpestato un piede alla nobildonna; costei lo avrebbe bruscamente redarguito, e il giovane avrebbe covato un rancore profondo. Ma il capitolo cita poi la confessione in una forma che smentisce tale spiegazione. Henderson vi dichiara di essere sempre stato trattato con riguardo dal signore e dalla signora, verso i quali nutriva un sincero rispetto. La cronaca non scioglie questo contrasto: assegna l’incidente del piede alla premessa del cronista, affidando invece alle parole attribuite a Henderson un’altra versione dei fatti — o, per meglio dire, la totale assenza di una ragione plausibile.
La confessione colloca l’omicidio nella notte del 25 marzo 1746. Tutti gli altri domestici erano usciti. Henderson si era coricato nella stanza a lui riservata; si era sfilato le scarpe e aveva legato i capelli con una giarrettiera. Fu allora, stando al suo racconto, che fu colto all’improvviso dal pensiero di sopprimere la padrona. Scese in cucina a prendere una piccola mannaia di ferro, fece ritorno nella propria camera e rimase seduto per una ventina di minuti, a soppesare se compiere o meno l’atto.
Il seguito si snoda attraverso una serie di movimenti interrotti. Salì fino al primo pianerottolo, si arrestò e tornò indietro. Risalì i gradini, ridiscese ancora. Pelham riferisce che il giovane imputava tale esitazione alla bontà che la signora gli aveva sempre dimostrato, e poi a quello che definiva il «diavolo» che operava dentro di lui. Sono queste le parole della confessione tramandata dal cronista. Nulla possiamo sapere di ciò che Henderson pensò al di là di quanto avrebbe dichiarato, né di cosa abbia innescato il primo impulso da lui descritto. La pagina trasforma la scala in un confine varcato e riattraversato più volte: il servo torna in camera sua, risale verso il piano superiore, raggiunge infine la soglia, poi si ritrae di nuovo. La reiterazione appartiene alla sequenza da lui stesso narrata, non alla constatazione operata quella notte da un testimone oculare.
Il passaggio più nitido è di ordine materiale: la porta della camera non era chiusa a chiave. Henderson entrò, colse il respiro di Lady Dalrymple e scostò piano le cortine del letto. Avrebbe esitato ancora, ripetendo tredici o quattordici volte il gesto a vuoto nell’aria prima di colpire. Disse pure che, se vi fosse stata una luce accesa, non avrebbe trovato la forza di uccidere. La vittima tentò di fuggire; egli infierì di nuovo finché la donna non crollò a terra esanime. Pelham riporta le parole che Henderson affermò di aver udito — «Oh Lord! what is this?» — e la sua annotazione sul rantolo che le saliva dalla gola. Questa scena scaturisce dalla confessione retrospettiva stampata nel volume, non da un teste identificabile. Essa conferisce alla stanza una tenebra priva di testimoni, ma il testo non consente di trarne un movente: è solo una giustificazione che Henderson avrebbe aggiunto al proprio racconto, dopo essersi dichiarato colpevole.
Consumato il delitto, Henderson scese a gettare la mannaia nella latrina. Rientrò nella sua stanza, e solo allora concepì il disegno di derubare la casa. Accese una candela, tornò negli appartamenti della padrona e trafugò alcuni gioielli dai cassetti. Mentre frugava in cerca di oggetti di valore, credette di udire ancora quel rantolo. Pelham scrive che Henderson avrebbe allora desiderato poter disfare ciò che aveva compiuto. L’ordine dei fatti narrati è comunque inequivocabile: il furto fu una risoluzione posteriore all’omicidio, del tutto slegata dal movente che l’introduzione attribuiva all’offesa del piede.
Uscì dalla dimora e attraversò Holborn. La guardia notturna gridò: «Past one o’clock»; Henderson calcolò che era trascorsa più di un’ora da quando l’idea del delitto lo aveva assalito. Nascose i preziosi nell’abitazione di una donna di sua conoscenza, di cui Pelham tace il nome. Poi fece ritorno alla casa padronale. Il portone era serrato ed egli attese fino alle sei, ora in cui giunse la cameriera. Varcata la soglia, alcuni indizi le fecero credere che degli estranei fossero penetrati all’interno. Salendo le scale, la donna rinvenne il corpo senza vita di Lady Dalrymple e diede l’allarme.
Henderson fu immediatamente sospettato, arrestato e, a quanto riferisce Pelham, confessò. L’introduzione precisa che fu condotto dinanzi all’Old Bailey il 22 aprile 1746, si riconobbe colpevole e fu condannato all’impiccagione per il lunedì successivo, il 25. La fonte non fornisce alcun resoconto del dibattimento oltre all’ammissione di colpa; l’intera cronaca di quella notte proviene dalla confessione che Pelham colloca alla vigilia dell’esecuzione. Essa non permette, dunque, di accogliere la versione del condannato alla stregua di una testimonianza vagliata dal contraddittorio di un’aula di giustizia.
La sentenza fu eseguita. Pelham aggiunge che il cadavere di Henderson fu poi appeso in catene lungo la Edgware Road. Il capitolo si chiude su questa pena esemplare, tacendo dei funerali di Lady Dalrymple, della sorte dei gioielli e della reazione di Sir Hugh Dalrymple. Preferisce custodire due diverse maniere di spiegare l’atto: un rimprovero subito, nel compendio del cronista, e, nella confessione ascritta al condannato, una teoria di esitazioni dinanzi a una porta che egli poteva aprire senza sforzo. Quella soglia non lo trattenne. Il verdetto, nel libro, poggia su una formale confessione giudiziale; tutto il resto di quella notte ci giunge unicamente attraverso le parole che Pelham tramanda come sue.
