Anna Frizell crede che la carrozza la stia riportando verso Molesworth Street. Il veicolo si ferma invece dinanzi a una dimora di Capel Street. Luke Dillon le ha promesso che avrebbe potuto rincasare dopo aver preso un po' di cibo. Quella sosta sconvolge tuttavia la serata: tornato dopo un quarto d'ora d'assenza, l'uomo insiste affinché la fanciulla beva un bicchiere di vino caldo e acqua. Stando alla testimonianza resa da Anna cinque mesi più tardi, Dillon le tiene la testa e la costringe a mandar giù circa mezzo bicchiere. La giovane si sente subito smarrita e debole. La memoria le viene meno.
Il 13 aprile 1831, a Dublino, Anna compare in veste di testimone al processo contro Dillon, imputato di averla violata. Ha vent'anni. La sua deposizione ripercorre il tragitto che l'ha condotta fino a quella casa e le promesse che l'avevano convinta a salire in carrozza. Era stata educata in Francia, in convento, prima di fare ritorno presso il padre a Slapolin, nei pressi di Howth, nel 1828. In occasione di alcune visite a parenti, il dottor O'Reardon e la moglie, a Dublino, aveva incontrato Dillon. I due avevano stretto familiarità.
Nell'autunno del 1830 lo rivede a Stephen's Green, in casa dei MacDonnel. Egli si presenta come un ardente corteggiatore. L'indomani dovrebbe passare a prendere alcune lettere che si è offerto di recapitare in Inghilterra per lei; ma il dottor O'Reardon apre la porta e lo congeda bruscamente. Il 4 novembre, Anna lo ritrova a cena con la signora O'Reardon. Dillon le chiede un appuntamento per il giorno seguente per parlarle a quattr'occhi. La fanciulla esita, prima di acconsentire a vederlo in Kildare Street.
Piove. Cercano riparo in una casetta incontrata durante una passeggiata e vi restano due o tre ore. Dillon le chiede di sposarlo. Anna risponde che ne sarebbe lieta se il padre vi acconsentisse; aggiunge che, se il denaro è il suo scopo, non può offrirgli una dote cospicua, avendo il genitore una prole numerosa. Dillon asserisce di non mirare alle sue ricchezze, di possedere quanto basta per mantenerli entrambi e di attendere un'eredità dallo zio. Prima di lasciare la casetta, la bacia due volte. Nella carrozza che fa chiamare per via della pioggia, egli insiste affinché si uniscano segretamente, convinto com'è che il padre di lei rifiuterebbe le nozze.
È questa carrozza a condurli a Capel Street, anziché alla dimora dove Anna credeva di fare ritorno. Un giovane li fa accomodare in una stanza sul retro e riceve l'ordine di far preparare del pesce. Dillon si trattiene brevemente con lei, poi esce; si assenta dai dieci ai quindici minuti. Al ritorno, le dice che il tempo si è rimesso e che ella potrà rientrare a piedi. Poiché la ragazza non ha preso del punch, insiste ancora perché beva quel miscuglio di vino caldo e acqua.
Dopo quel bicchiere, Anna afferma di aver perso i sensi. Racconta di essersi risvegliata nella notte, svestita e coricata accanto a Dillon, in una stanza al piano superiore. In preda al terrore, balza giù dal letto e urta contro la parete invece di trovare la porta. Dillon la cinge alla vita e cerca di farla tacere. Lei grida; egli la riconduce a viva forza sul letto e la immobilizza, giurando che l'avrebbe sposata l'indomani mattina. Ella depone che l'uomo le usò di nuovo violenza, trattenendola accanto a sé fino al far del giorno.
All'alba, la fanciulla finisce per lasciare la casa con Dillon, che le promette di condurla dal sacerdote Kenrick per sposarla. Non manterrà la parola. Anna fa ritorno da sola presso la signora O'Reardon. Le annuncia dapprima di essersi maritata, poi le confida lo scempio patito. La signora O'Reardon si accascia svenuta, stando alla cronaca, e Anna si sfoga quindi con altri confidenti. Dichiara di non aver mai più rivisto Dillon dopo quella notte, fino al momento di ritrovarlo sul banco degli imputati.
La lettera che Anna gli recapita il giorno successivo diviene un tassello capitale del controinterrogatorio. Il tono è affettuoso: lo supplica di rivederla, evoca la propria angoscia, gli chiede di acquistare un anello e di onorare la promessa di matrimonio. Vi scrive anche di aver annunciato le nozze alla signora O'Reardon e di temere la collera paterna. Interrogata a lungo su questa missiva, spiega che le era stato consigliato di non dare a Dillon dell'infame o dello scellerato, per timore che altrimenti non tornasse più. L'ha scritta per indurlo a tornare, dice, e per ottenere che tenesse fede alla parola data. La lettera fissa un appuntamento per l'indomani verso mezzogiorno, all'imbocco di Dawson Street. La missiva non ritratta la deposizione su quanto accaduto in quella casa; rivela semmai la morsa, il dilemma in cui la giovane si trovò imprigionata all'indomani dell'oltraggio.
Anna viene esaminata e controinterrogata per oltre cinque ore. La madre, la signora Frizell, e la signora O'Reardon depongono in seguito sui fatti di loro conoscenza, confermando il suo racconto su tali punti. Per la difesa, diversi individui legati alla dimora di Capel Street asseriscono che Anna sarebbe stata consenziente e che non vi fu violenza alcuna. Secondo Pelham, le loro risposte si fanno evasive durante il controinterrogatorio ed essi ammettono di aver visitato Dillon in carcere.
Il giudice Torrens riassume la causa. Dopo un'ora e tre quarti di camera di consiglio, la giuria dichiara Dillon colpevole, pur raccomandando caldamente la clemenza in ragione della sua giovinezza apparente. L'indomani, alla domanda su quali motivi ostino alla pronuncia della pena capitale, Dillon replica che non spetta a lui contestare il verdetto di dodici uomini che hanno prestato giuramento, rimettendosi alla sentenza. Il magistrato afferma di aver vagliato il caso con la massima attenzione, ma rifiuta di recepire la raccomandazione. Pronuncia la sentenza di morte e fissa l'esecuzione al 7 maggio.
Si avviano allora pratiche per salvargli la vita. Vengono inoltrate alla Corona petizioni recanti le firme di persone ritenute ragguardevoli. Il cronista ricorda pure la raccomandazione dei giurati e riferisce che persino i parenti della giovane avrebbero auspicato che egli non espiasse il delitto sul patibolo. Viene accordata una sospensione, poi la pena è commutata nella deportazione a vita. Dillon viene imbarcato per Sydney con altri condannati. Pelham annota che la sua famiglia godeva di grande stima nella contea di Roscommon e che un'ingente fortuna ereditata gli valse nella colonia privilegi assai rari per un deportato. Le notizie giunte al cronista lo descrivono tra le figure di maggior spicco di quella società.
Anna muore nel giugno del 1831 a Bangor, nel Galles, dove si era recata nella speranza che un mutamento d'aria lenisse la sua malinconia. Pelham parla di «crepacuore». Aveva vent'anni.
