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Giustizia e scandali · Prussia

La testa tra i canneti

Il giurì dichiarò Franz Schall colpevole dell’omicidio premeditato di Gottlob Ebermann; la condanna a morte fu confermata dal re il 23 dicembre 1852 e Schall venne giustiziato l’11 febbraio 1853. I dubbi giuridici riportati nella cronaca rimangono distinti dal verdetto pronunciato.

Il 10 settembre 1849, tra i canneti della Sprea, tra Charlottenburg e Spandau, venne rinvenuto un corpo decapitato. Quindici passi più in là giaceva una testa sfracellata, quasi irriconoscibile. I medici che esaminarono la salma conclusero che un doppio colpo di fucile aveva distrutto il cranio e il cervello, provocando la morte; a loro giudizio, la decapitazione era seguita allo sparo, con ogni probabilità all’istante. Tale constatazione metteva ordine tra le ferite, ma lasciava irrisolta la questione principale: le vesti parevano appartenere a un individuo ricercato per bracconaggio e commercio clandestino di selvaggina, eppure il riconoscimento non convinse tutti. Quando Franz Schall fu condannato a morte, un dubbio persisteva: si era davvero dimostrato che avesse ucciso Gottlob Ebermann, o si era soltanto radunata attorno a lui una catena di inquietanti indizi? La vicenda non si esaurì con la sentenza. Due confessioni successive, discordanti sul movente e sulle circostanze, condussero a una seconda indagine mentre la pena capitale era già stata confermata.

La scoperta del cadavere aprì più piste contemporaneamente. I periti che esaminarono i resti rilevarono una ferita da arma da fuoco al capo e una recisione netta del collo. I primi rilievi attribuirono la morte al colpo di fucile; in seguito, il dottor Casper contestò taluni aspetti dell’autopsia, sostenendo una diversa lettura delle lesioni. Stabilire se l’uomo fosse stato decapitato post mortem o ancora in vita divenne materia di aspra controversia. Anche l’assenza dei tatuaggi che ci si attendeva di trovare alimentò l’incertezza sull’identità del corpo. Gli indumenti, gli oggetti e le testimonianze finirono per far riconoscere Ebermann, ma diversi giuristi considerarono in seguito che la prova di quell’identità non fosse affatto inconfutabile.

Charlotte Louise Glaser complicò i primi giorni dell’inchiesta. Presentatasi sotto falso nome, affermò di riconoscere nel defunto il proprio consorte; nel suo racconto riferì inoltre dell’aggressione subita a opera di un uomo biondo che l’avrebbe assalita. Il resoconto giudiziario registra queste dichiarazioni come un tentativo di sviare l’attenzione, ma il seguito delle indagini non consentì di considerare provato ogni dettaglio. La Glaser fu smascherata quale impostora; l’uomo biondo non venne identificato con certezza. Quella falsa pista dimostrava già quanto un cadavere decapitato potesse attirare su di sé le narrazioni più comode.

Gli inquirenti risalirono allora alle frequentazioni di Ebermann. Questi era solito accompagnarsi a Schall e a un individuo di nome Pfeffer, entrambi noti negli ambienti della criminalità comune. I tre si erano conosciuti in carcere, prima di essere rimessi in libertà con l’amnistia del 1848. Addosso a Schall furono rinvenuti effetti attribuiti a Ebermann: un orologio, alcune camicie e un bastone. Un bastone da passeggio ricondotto a Schall fu inoltre repertato nei pressi del luogo in cui giaceva il corpo. Egli fornì spiegazioni mutevoli circa l’orologio e gli abiti; le deposizioni della Hanse, già compagna di Ebermann, contribuirono a smentire le sue versioni.

Il pubblico ministero costruì la propria accusa come una catena serrata. La Hanse affermava di aver visto Ebermann assieme a Schall a Berlino il 9 settembre, e di aver scorto poi i due uomini incamminarsi verso Charlottenburg. L’orologio della vittima era stato impegnato da Schall poco dopo la scomparsa. Altri effetti personali di Ebermann si trovavano nella sua abitazione, e diversi testimoni collocavano Schall nei paraggi. Inizialmente egli negò di aver accompagnato Ebermann; giustificò il possesso degli oggetti parlando di accordi commerciali precedenti, ma le sue versioni mutavano di continuo. L’accusa faceva leva anche sul suo disperato bisogno di denaro e sulla vicinanza a fuggiaschi ricercati dalla giustizia; la difesa replicava che il passato dell’imputato non poteva in alcun modo surrogare la prova materiale dell’omicidio.

Pfeffer occupava una posizione ambigua in questa trama. Molti testimoni lo avevano associato a Schall e a Ebermann, ma il procuratore non sostenne che avesse preso parte all’assassinio: le risultanze probatorie non lo consentivano. La difesa, al contrario, cercò di fare di lui il plausibile, vero autore del delitto. Ipotizzò che Ebermann potesse essere sopravvissuto, che il cadavere appartenesse a un altro individuo, o che Pfeffer avesse ucciso e decapitato un terzo uomo al fine di far ricadere la colpa su Schall. Nessuna di queste congetture trovò riscontro. La loro efficacia traeva forza unicamente dal dubbio sull’identità dell’ucciso e sull’interpretazione degli indizi, non già da una prova positiva a carico di Pfeffer.

Un nuovo fatto turbò l’istruttoria. Nell’agosto del 1851 la Hanse fu ferita da un colpo d’arma da fuoco. La donna attribuì l’agguato a un individuo che collegava alla cerchia di Pfeffer, sebbene l’identificazione riferita negli atti rimanesse quanto mai cauta. Il processo fu rinviato. Agli occhi dell’accusa, l’attacco appariva diretto a eliminare un testimone determinante; per la difesa, avvalorava semmai l’ipotesi che un altro uomo avesse interesse a imporre il silenzio alla Hanse. Schall, ristretto in carcere, non poteva essere additato come l’esecutore materiale di quell’attentato. L’inchiesta non chiarì mai chi avesse premuto il grilletto.

Quando il caso approdò dinanzi alla corte d’assise di Berlino, nel 1852, Schall assunse la propria difesa con singolare abilità. Contestò l’identità del cadavere e il valore probatorio degli oggetti riconosciuti. Il suo patrocinatore rammentò che i segni corporali distintivi di Ebermann non erano stati riscontrati e che la scienza medica appariva divisa. L’orologio, sosteneva, poteva essere passato di mano prima del delitto; un bastone analogo a quello di Schall non era certo un esemplare unico. I testimoni non concordavano né sull’ora né sul tragitto percorso. Al termine del dibattimento, il presidente della corte d’assise riassunse diffusamente gli elementi acquisiti senza imporre la propria conclusione.

I giurati risposero affermativamente al quesito principale sulla colpevolezza, a maggioranza superiore a sette voti. Non accolsero tutte le varianti relative a una partecipazione concorsuale. Il tribunale condannò Schall per l’omicidio premeditato di Ebermann e pronunciò la sentenza di decapitazione. Schall protestò per il trattamento riservato ai testimoni e dichiarò che Dio avrebbe giudicato. Il ricorso per nullità fu respinto nel giugno 1852; l’imputato presentò allora domanda di grazia.

Prima che la sentenza fosse confermata, il tribunale provinciale inviò al sovrano un parere assai cauto: a suo giudizio, né l’identità del cadavere né l’attribuzione dell’omicidio a Schall poggiavano su prove dirette sufficienti. Il procuratore Riem e l’antico presidente della corte d’assise, Holzapfel, redassero una controrelazione a sostegno del verdetto, reputandolo confortato dal concorso complessivo delle circostanze. Una voce insistente voleva che Ebermann fosse ancora in vita; un oste credette di riconoscerlo, ma l’individuo notato si rivelò essere un viaggiatore russo. Le due relazioni contrapposte vennero rimesse alla potestà regia prima della decisione definitiva.

Con ordinanza del 23 dicembre 1852, il re confermò la sentenza, che venne promulgata il 10 gennaio 1853. L’indomani, appresa la notizia della conferma, Schall domandò di conferire con un altro magistrato. Confessò di aver ucciso Ebermann, ma sostenne di aver agito per legittima difesa: i due sarebbero venuti alle mani, Ebermann avrebbe imbracciato il fucile minacciando di morte il rivale; entrambi i colpi sarebbero partiti durante la colluttazione, e solo allora Schall gli avrebbe mozzato il capo, ignorando che il compagno fosse già spirato. I medici esclusero tale dinamica, giudicandola impossibile. Il sacerdote, dal canto suo, non ravvisò nel reo un pentimento convincente. L’apparato giudiziario non riaprì un’istruttoria formale, poiché la condanna era irrevocabile e Schall non avanzava richiesta di revisione né ulteriore supplica di grazia.

Il 10 febbraio, alla vigilia dell’esecuzione, Schall rese un’ultima dichiarazione. Disse di aver ucciso Ebermann a sangue freddo, per invidia e per il disegno premeditato di liberarsene; un contrasto circa un progetto di furto con scasso nella cripta di Mirow avrebbe esasperato il dissidio. Ammise di aver fatto fuoco contro Ebermann e di avergli poi reciso la testa. Questa volta non fece più menzione della legittima difesa. Riferì inoltre di un furto perpetrato a Mirow con Pfeffer e altri complici, ma la fonte rileva come la sua confessione mescolasse dettagli riscontrati a elementi verosimilmente intesi ad alimentare il dubbio sulla data dell’omicidio. Una confessione così tardiva non poteva essere verificata in ogni sua parte.

L’11 febbraio 1853, Schall fu giustiziato nel carcere di Moabit. Dinanzi ai testimoni, dichiarò di aver ucciso Ebermann con premeditazione e invocò il perdono di quanti avesse offeso. L’esecuzione pose il punto materiale alla vicenda, ma non dissipò ogni nodo dell’istruttoria. La cronaca stessa espone le obiezioni dei giuristi che giudicavano l’identità del cadavere e la prova a carico di Schall insufficientemente provate, pur dando atto della conferma della condanna. Tra la prima negazione, l’ammissione della legittima difesa e la confessione finale del delitto a sangue freddo, la parola del condannato mutò più volte. La giustizia, da parte sua, si attenne al verdetto del giurì e alla sovrana sentenza.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Compilazione retrospettiva; le obiezioni sull’identità del cadavere e sul valore degli indizi sono attribuite alle autorità e ai giuristi che le espressero. La partecipazione di Pfeffer all’omicidio non è accertata; Schall fu condannato e giustiziato. Edizione identificata dal frontespizio del volume; estratto limitato al capitolo citato. La narrazione non trasforma i commenti della compilazione né le ipotesi accusatorie in accertamenti giudiziari definitivi.

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