Il 7 settembre 1824, dopo aver lasciato il padre in un bosco vicino a Hersbruck, John George Sorgel fece ritorno a casa parlando d’un uomo che aveva percosso. Ripeté il racconto a più persone, descrisse il punto esatto in cui aveva sorpreso la vittima e motivò i propri gesti con visioni singolari. Pochi giorni appresso, non ricordava più nulla. Spettava ai magistrati stabilire se quelle ammissioni provassero unicamente il fatto materiale o se dimostrassero, al contempo, l’incapacità del giovane di rispondere delle proprie azioni.
Eichmüller, vecchio di settantun anni, attendeva allo sradicamento di ceppi in una macchia non lontana da Hersbruck. Quel 7 settembre non rincasò all’ora consueta. La consorte mandò il figlio e alcuni giovani del borgo a cercarlo. Rinvennero l’anziano cadavere, a poca distanza dal suo posto di lavoro. Le autorità constatarono che la salma era stata trascinata e che una delle sue scuri recava tracce compatibili con l'aggressione letale. Due fiorini che l'uomo doveva avere addosso erano svaniti; addosso a Sorgel non fu trovata moneta alcuna.
Lungo la via del ritorno, un bracciante a giornata, Paul Deuerlein, incrociò Sorgel. Questi gli parlò apertamente di un uomo colpito nel bosco e di apparizioni in cui scorgeva corna ferine. Giunto al focolare domestico, ribadì la narrazione alla presenza del padre e di vari testimoni: asseriva di aver impugnato l’attrezzo del boscaiolo, di averlo trucidato e di essersi appropriato del suo danaro. Ad altri confidò d’aver agito per bere il sangue d'un criminale, persuaso che ciò lo avrebbe mondato dai suoi mali e dai suoi accessi. Il genitore scorse in quei deliri il segno manifesto dell'alienazione e lo fece legare per cautela.
L’indomani, 8 settembre, Sorgel fu tradotto dinanzi ai giudici. Nel corso del primo interrogatorio, espose la vicenda secondo una sequenza ordinata: si era allontanato dal padre, aveva scorto Eichmüller all'opera, si era convinto che costui stesse dissotterrando il proprio sangue e l’aveva assalito. Riconobbe le spoglie quando gli inquirenti gliele posero dinnanzi. Chiarì inoltre per quale ragione credesse di dover impedire che gli venissero inflitti i ceppi. Descriveva il luogo, gli strumenti e gli impulsi sovrannaturali che lo avevano guidato, senza mostrare smarrimento apparente.
Il 9 settembre precisò che la vittima aveva lasciato cadere la pipa e che egli gli aveva sottratto pietra focaia e acciarino. Tali oggetti furono effettivamente reperiti e consegnati al tribunale. La versione di Sorgel circa la sorte del danaro risultava invece mutevole: il giorno innanzi aveva dichiarato ai congiunti di averlo intascato, ma nulla gli era stato trovato addosso. La corte mise a confronto tali asserzioni con i reperti esibiti dalla famiglia e con le parole di quanti lo avevano avvicinato subito dopo il fatto.
Pochi giorni dopo, la sua condizione appariva mutata. Interrogato nuovamente il 15 settembre, Sorgel si presentò calmo, urbano e di perfetta lucidità. Rammentava la visita dei giudici nella sua cella, ma sosteneva di non serbare memoria veruna di aver tolto la vita a un uomo, di averne riconosciuto la salma o di aver identificato la scure. Attribuiva quel poco che ormai sapeva al racconto udito dal padre. Nel successivo esame del 28 settembre, non fu più in grado di riconoscere gli oggetti che gli erano stati mostrati poche settimane prima.
All’udienza del 3 novembre, il difensore instò per il proscioglimento, sostenendo la totale incapacità di intendere e di volere dell’imputato. Sorgel fece propria quella linea di difesa, affermando che non avrebbe torto un capello ad alcuno se si fosse trovato nello stato in cui versava allora.
Figlio d'un misero giornaliero, Sorgel aveva appreso i rudimenti della lettura ed era entrato come apprendista presso uno spazzacamino nel 1820. Il mastro ne lodava l'operosità e la condotta; nondimeno, dopo un anno, un attacco convulsivo d'inaudita violenza, tale da costringere l'artigiano a rimandarlo ai genitori, spezzò quell'avvenire. Le crisi presero a manifestarsi di frequente, talora più volte nell'arco della medesima giornata; Feuerbach riferisce che si giunse a contarne sino a otto in un solo giorno. La malattia lo privava del pane e, stando agli atti, il giovane sentiva di gravare come un peso intollerabile sui suoi.
Nella primavera del 1823, un nuovo accesso lo inchiodò a letto. Rifiutava il cibo, fissava un angolo della stanza e pronunciava discorsi sconnessi su Dio, su Cristo e sul regno dei cieli. La guardia campestre Andreas Lauter testimoniò che il giovane aveva predicato, gridato e intonato inni sacri senza posa per ventiquattr'ore. Quando Lauter entrò nella stanza, Sorgel lo scambiò per il maligno e supplicò la madre di allontanarlo; a crisi svanita, non serbava ricordo della scena. La madre ritenne che l’attacco si fosse protratto per una settimana, il padre per un mese intero. Rimessosi in sesto, Sorgel tornò al lavoro e trascorse quasi un anno senza ricadute.
Nella primavera del 1824, Katharine Gassner lo vide agitarsi al passaggio di tre garzoni che partivano in cerca di fortuna altrove. Egli prese a lagnarsi della propria sorte, dicendosi tagliato fuori dalla vita a causa dell'infermità; percosse la donna che cercava di ricondurlo nella stanza, poi aggredì un passante e gli calpestò il cappello. I familiari placarono gli animi spiegando lo stato dell'infermo. Una notte scappò da una finestra in camicia da notte, correndo a perdifiato sino al cimitero del villaggio vicino. A maggio, mentre lavorava nei pressi d’uno stagno, si spogliò gettando le vesti nelle acque; a un fittavolo chiese come fare a toccare di nuovo la terraferma, convinto com'era che il suolo gli sprofondasse sotto i passi.
Ai primi di settembre, i testimoni dell'ospizio notarono un repentino peggioramento. Margaret Gotz riferì che Sorgel, dopo essersi doluto d’un senso di oppressione al petto, si era isolato, vaneggiando di visioni e dicendo di essere prossimo a morire. Lunedì 6 si lasciò cadere al suolo sotto un albero; il genitore dovette ricondurlo a casa e legarlo per trattenerlo. L'indomani mattina, Sorgel chiese di poter salire sul vecchio colle. Giunto sulla vetta, si dileguò tra le fratte. Il padre fece ritorno al borgo per allertare i congiunti; sul tardi, un bracciante incrociò Sorgel sulla via di Hersbruck. Fu allora che il giovane gli narrò l'assalto.
I periti medici incaricati di esaminare l’imputato giunsero alla conclusione ch'egli aveva agito nel corso d’un accesso morboso durante il quale non era padrone dei propri atti. Il tribunale si uniformò a tale giudizio e lo mandò assolto dall'accusa di omicidio. La sentenza fu pronunciata il 23 novembre 1824.
I giudici ne ordinarono il ricovero coatto nel manicomio giudiziario di Schwabach. Pochi mesi più tardi, Sorgel vi morì.
