L’11 gennaio i magistrati fecero il loro ingresso nella casa dei coniugi Crespin. Tra quelle mura, Joséphine-Anne Crespin negava recisamente di aver partorito; il medico che l’aveva appena visitata asseriva al contrario che i segni riscontrati risalivano a diversi giorni prima. L’indomani, la giovane donna additò il proprio amante, Masselin, quale autore materiale dell’infanticidio e dell’occultamento del cadavere in una tinozza di zinco. Sotto la cenere, fu rinvenuto il corpicino del neonato. Il capo d’accusa mutava già di segno: la prova materiale del cadavere non recava con sé alcuna risposta univoca sui gesti compiuti da ciascuna delle due donne.
La «Gazette des tribunaux» diede conto della vicenda nel maggio del 1873, sotto un titolo che annunciava due imputate. L’articolo compendiava l’atto d’accusa, facendo seguire poche righe sul dibattimento e sulla sentenza. Tale resoconto non ha il valore di un verbale esaustivo. Esso riflette anzitutto la tesi dell’accusa, le cui affermazioni vanno intese per ciò che sono, mentre le dichiarazioni attribuite ad Anne e a sua madre vi si contrappongono o si smentiscono a vicenda.
La prima presunta gravidanza di Joséphine-Anne Crespin risaliva al 1870. Nel mese di maggio i segni esteriori erano svaniti; il vicinato ne aveva dedotto che la donna avesse partorito, ma il bambino non fu mai trovato. Nel 1872 ricomparvero le medesime apparenze. Verso la festa di San Michele, recita l’atto, la giovane si rinchiuse nella propria stanza cessando di mostrarsi. Gli abitanti del paese si persuasero che stesse tramando un delitto. La giustizia, tuttavia, non si recò al domicilio della famiglia prima dell’11 gennaio, dopo che l’attenzione del sindaco e dei vicini si era già appuntata su quella dimora.
Anne negò dapprima qualsiasi parto. Il medico constatò elementi che, a detta della cronaca, collocavano l’evento tra quattro o cinque giorni prima al minimo, e otto giorni al massimo. L’indomani, la giovane fornì una prima versione dei fatti: avrebbe partorito in una stalla prospiciente il giardino, nel corso della notte tra il 2 e il 3 gennaio; Masselin l’avrebbe assistita, per poi sopprimere la creatura, riporla in una tinozza e ricoprirla di cenere. Il discolparsi dell’uomo fu, a quanto riferisce il giornale, agevole: egli aveva troncato ogni legame con la donna fin dal maggio del 1872. Il 22 gennaio, Anne ammise di averlo accusato falsamente per spirito di vendetta.
Fornì allora una seconda versione. Dichiarò di aver allestito un corredo da neonato prima di rinunciarvi, per poi scendere da sola, tra le nove e le nove e mezza di sera, nella stalla dove avrebbe dato alla luce il figlio. Sosteneva di non aver usato alcuna violenza sul corpicino: si sarebbe limitata ad avvolgerlo in una vecchia camiciola e in due sottane, per poi abbandonarlo. Rientrata nella propria stanza verso mezzanotte, sarebbe ridiscesa alle sei e mezza del mattino seguente per deporre il cadavere nella tinozza e occultarlo nel ricovero dei conigli. La madre, affermava con fermezza, non era a conoscenza né della gravidanza né del parto.
La relazione giudiziaria respinge sdegnosamente questa spiegazione. Sostiene che le lesioni al cranio, all’occhio sinistro e al mento, nonché lo sfondamento della parte anteriore della testa, palesavano violenze brutali; il medico avrebbe concluso per una morte dovuta a soffocamento e per un collocamento nella tinozza posteriore al decesso. L’atto ritiene dunque che il bambino non fosse stato meramente abbandonato. Ma tale conclusione rimane quella della pubblica accusa compendiata dalla stampa, e non una perizia integrale offerta al nostro esame.
Una data concorrente complicava ulteriormente il fascicolo. I riscontri medici rimandavano piuttosto alla notte tra il 5 e il 6 gennaio che non a quella tra il 2 e il 3. Alcuni vicini, già sollecitati dal sindaco a sorvegliare l’abitazione, avevano udito verso le due del mattino un trambusto insolito, scambi di parole e un andirivieni tra la stanza di Anne e una soffitta. Lì si trovava un cumulo di foglie secche. Accanto alla prima tinozza, un secondo recipiente conteneva foglie fresche intrise di sangue. Anne dichiarò di avervi deposto la placenta prima di gettarla in un fiumiciattolo in fondo al giardino. Il giornale reputava verosimile che il parto fosse avvenuto nella soffitta, ma non eleva tale congettura a certezza materiale.
Al mattino del 6, la madre aveva fatto il bucato e lavato due sottane appartenenti alla figlia. Anne aveva dichiarato di aver partorito sopra quelle stesse vesti, prima di avvolgervi il piccolo; la madre replicò che una di esse recava appena una macchia di sangue, da lei scambiata per flusso mestruale, e che i panni non venivano lavati da tre giorni. I vicini non avevano notato nulla nella notte tra il 2 e il 3. Tale contrasto corroborava, agli occhi dell’accusa, la datazione della notte tra il 5 e il 6, senza per questo sciogliere il nodo della correità materna.
Il padre, asseriva l’atto, versava in uno stato di infermità tale da renderlo del tutto estraneo a quanto accadeva nella casa. La madre e la figlia vivevano in una stretta consuetudine. Il piano terra comprendeva una stalla e due stanzette, tra cui quella adibita ai conigli; la scala del cortile conduceva a una cucina, quindi alle camere dei coniugi e di Anne. Per guadagnare l’uscita, la giovane donna doveva necessariamente sfilare davanti alla porta della madre. Il sindaco aveva messo in guardia quest’ultima circa i sospetti del paese, ingiungendole di interrogare la figlia. Ella aveva negato che vi fosse motivo di dubitare, omettendo poi di tornare a riferire.
L’atto d’accusa accumulava tali indizi: il corredo riposto in un armadio comune, gli avvertimenti del primo cittadino, la clausura delle due donne, i panni lavati e, l’11 gennaio, la chiave della conigliera custodita dalla madre al momento dell’arresto. Il cadavere vi fu scoperto il giorno seguente. L’accusa ne traeva la convinzione che la madre sapesse per forza e che le due donne avessero agito di concerto. Eppure, l’istruttoria aveva formalizzato a carico della madre soltanto l’imputazione di complicità; il giornale annota che l’atto stesso si arrogava la facoltà di considerarla coautrice. Questa oscillazione tra la qualificazione provvisoria e l’argomentazione inquisitoria merita di restare intatta nella sua evidenza.
Entrambe le donne negavano di essersi alzate nella notte tra il 5 e il 6. La madre ammetteva unicamente di aver lavato le due sottane la mattina del 6. Tali dinieghi, per come l’articolo li presenta, non bastano a restituire la dinamica complessiva dell’udienza. Al lettore non è dato conoscere né gli interrogatori completi, né il dettaglio delle perizie, né le arringhe difensive. Si sa unicamente che il procuratore generale Tardif de Moidrey sostenne l’accusa, e che gli avvocati Blanchard e Lemoine, d’ufficio, assunsero il patrocinio rispettivamente della figlia e della madre.
La giuria concesse le circostanze attenuanti alla madre, ma non ad Anne. La prima fu condannata ai lavori forzati a vita, in ragione dell’età avanzata; sua figlia ricevette la pena di morte. La corte dispose che l’esecuzione avesse luogo a Caen. La «Gazette» non chiarisce se il patibolo fu effettivamente eretto: la sentenza riportata non consente di certificarlo. Quando fu domandato ad Anne se avesse qualcosa da aggiungere sull’applicazione della pena, si limitò a rispondere che sua madre era innocente.
La formula non dissipa le ombre. La si può intendere come un estremo gesto di protezione, ma il resoconto non consente di penetrarne l’intenzione profonda. Il fascicolo giunto sino a noi si fonda su un atto accusatorio dato alle stampe, su versioni discordanti e su una sentenza; non consente né di riabilitare Masselin oltre la sua scarna giustificazione, né di considerare inconfutabile ogni congettura mossa contro la madre. La tinozza fu rinvenuta, il bambino era morto, due donne furono condannate. Tra questi fatti e la certezza di un racconto compiuto rimane lo scarto, incolmabile, che la pagina di cronaca non riesce ad attraversare.
Nota documentaria: resoconto della «Gazette des tribunaux» del 14 maggio 1873, pagine 460–461, rubrica «Cour d’assises du Calvados. Infanticide. — Deux accusées». Il testo ripercorre l’atto d’accusa e una sintetica relazione del verdetto; le accuse, le versioni di Anne Crespin e di sua madre e i referti medico-legali sono fedelmente attribuiti. L’articolo non attesta l’effettiva esecuzione della pena capitale pronunciata.
