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Giustizia e scandali · Francia

La zuppa serbata per un’amica

Chinon, 1812. Dopo una cena letale all’ospizio, una suora ospedaliera viene accusata di aver avvelenato la propria amica. Una piccola credenza catalizza i sospetti; un sodalizio durato trentacinque anni finisce al vaglio della corte d’assise.

Charlotte aveva tenuto da parte della zuppa per la sua amica. Quando le chiesero la ragione di quel gesto, esso non apparteneva già più alla consuetudine dell’ospizio: lo si rivoltava, lo si soppesava, vi si cercava un disegno prestabilito. L’amica era morta. Un’altra religiosa era scampata a stento alla stessa sorte. In quella piccola credenza dove la scodella aveva atteso la cena, la giustizia credeva di aver individuato il punto esatto in cui una premura quotidiana si era mutata in delitto.

A Chinon, Charlotte Nautonnier de Castelfranc viveva tra le suore ospedaliere. Aveva superato i sessant’anni. Da trentacinque era legata a madame Grandmaison, donna più anziana di lei e di modeste fortune. L’una godeva di un certo agio, l’altra pativa bisogni che non sempre riusciva a colmare; la loro amicizia aveva trovato modi discreti per appianare tale dislivello. Quegli antichi accordi, che nessuno avrebbe mai pensato di trascinare davanti a un tribunale, vi sarebbero tornati sotto forma di deposizioni, di un mobile saldato e di una rendita costituita per atto.

Il 27 febbraio 1812, per il pranzo dell’ospizio vennero servite una zuppa di grasso e una di magro. Parecchi ricoverati e religiose consumarono la prima, trovandola saporita. Accadeva talvolta che se ne conservasse una porzione per la cena di madame Grandmaison, su sua richiesta. Quel giorno, Charlotte ne mise da parte ella stessa per l’amica e per madame Prost-de-l’Isle. Ripose la pietanza in una piccola credenza di sua proprietà, nel refettorio. Quel mobile, posto accanto alla porta d’ingresso, non era il luogo deputato a custodire gli alimenti.

A cena, le due donne furono colte da vomito e convulsioni. Intervenne un medico; la gravità dei sintomi gli fece sospettare l’assunzione di una sostanza nociva. Le cure arrecarono un breve sollievo, poi le condizioni di madame Grandmaison volsero al peggio. Si spense il 29 febbraio. Madame Prost-de-l’Isle sopravvisse. Una domestica, la Nadreau, detta Fermé, che aveva assaggiato la minestra prima di servirla, era rimasta anch’essa intossicata. Vi era dunque un pasto consumato a mezzogiorno senza il minimo incidente, una porzione appartata, e infine più persone colpite a sera. È in quell’intervallo che l’inquirente cercò l’elemento perturbatore.

Furono esaminati il piatto e i recipienti adoperati al capezzale delle inferme. Vi si notarono particelle minerali. Si ipotizzò arsenico o sublimato corrosivo, senza tuttavia poter identificare la sostanza mediante esperimenti probatori: la quantità repertata era troppo esigua. L’autopsia di madame Grandmaison rivelò in particolare lesioni allo stomaco e all’intestino; i periti ne dedussero l’azione di una sostanza corrosiva. Il convincimento dell’avvelenamento prendeva così forma ben prima che si determinasse la natura del tossico impiegato.

Charlotte si ritrovò ben presto stretta in una catena di interrogativi le cui risposte parevano convergere tutte sul suo nome. Chi aveva serbato la zuppa senza che alcuno lo domandasse? Chi l’aveva riposta in quella credenza insolita? Chi aveva indicato alla Fermé dove prenderla per riscaldarla? La fantesca riferì che Charlotte le aveva spiegato il motivo di quello spostamento: voleva evitare che si mescolasse al rancio destinato ai malati. In un altro momento, la spiegazione sarebbe parsa di buon senso domestico. Dopo la morte dell’amica, diveniva una precauzione che l’accusa interpretava con ben altra malizia.

Si sosteneva che il refettorio non fosse rimasto deserto tra il deposito e il servizio, e che nessuno fosse stato visto accostarsi al mobile. L’atto d’accusa trasse da tale supposta sorveglianza una deduzione fatale per la suora: lei sola avrebbe potuto introdurvi il veleno. Eppure, non aver scorto alcuno all’opera non equivaleva ad aver vigilato su ciascuno degli istanti in cui era materialmente possibile agire. Il piccolo mobile era divenuto il perno di un sillogismo che pretendeva di precludere ogni altra via di fuga.

Persino il dolore di Charlotte le fu ritorto contro. Alle prime manifestazioni del male, ella era corsa da un capo all’altro della casa, lamentando la sventura di aver tenuto da parte quella zuppa e rimproverandosi di essere la causa di quanto accadeva. Le si contestò di non essere rimasta al capezzale delle sofferenti per prestare soccorso. Durante le esequie, i suoi segni di cordoglio passarono per affettazione. Che si agitasse o che piangesse, si scorgeva la colpa nella sua condotta. L’accusa possedeva questa spaventosa comodità: piegare al medesimo disegno indiziario i comportamenti più opposti.

Restava da chiarire come ella si fosse procurata la sostanza letale. La farmacia dell’ospizio conservava da diversi anni un pacchetto di sublimato corrosivo. Una suora addetta ai medicinali dichiarò che era arduo da reperire e che non se ne faceva uso da lungo tempo. Tuttavia, un chirurgo ne aveva prelevato una dose alcuni mesi prima, con il concorso della medesima. La deposizione dovette misurarsi con quell’impiego accertato. Si pesò quel che restava dell’involucro e si riscontrò un disavanzo rispetto alla tara prescritta, pur tenendo conto del prelievo chirurgico. Per l’accusa, quell’ammanco costituiva il corpo del reato; eppure, non mostrava alcuna mano nell’atto di sottrarlo.

Charlotte negò di aver mai toccato il veleno e dichiarò di aver appreso solo di recente l’esistenza di quel preparato nella spezieria. La sua esitazione nel rammentarne il nome fu ancora una volta addotta come un artifizio. Le si attribuirono ambizione, gelosia, il disegno di ascendere alla carica di superiora. La morte delle due religiose, si affermava, avrebbe giovato alle sue mire. Così si fabbricava il ritratto di una donna che i congiunti descrivevano mite e caritatevole: a ogni testimonianza d’affetto si contrapponeva ormai il sospetto di un calcolo dissimulato per anni.

Dinanzi alla corte d’assise dell’Indre-et-Loire, il giovane avvocato Bernazais si accinse a smantellare quell’edificio. Discusse anzitutto la natura del tossico. Confortato da pareri medici, sostenne che si trattasse di arsenico e non di sublimato corrosivo. Ora, la farmacia, stando alle risultanze difensive, non conteneva arsenico. L’eccezione scardinava l’accostamento tra il pacchetto manomesso e la minestra, cardine dell’impianto accusatorio. Non ci offre, da sola, una certezza chimica definitiva; dimostra però perché quella presunta provenienza non potesse essere accolta senza riserve.

Bernazais rammentò poi quanto realmente si sapeva sui rapporti tra le due donne. I nipoti di madame Grandmaison testimoniarono della costante sollecitudine di Charlotte. L’orefice Bonhommaux riferì una circostanza singolare: per donare all’amica un mobile che ella vagheggiava, Charlotte gli aveva consegnato dell’argenteria, incaricandolo di recapitare il dono come proprio. Aveva inoltre costituito innanzi a un notaio una rendita di settantacinque franchi a beneficio dell’anziana dama. Non erano più meri elogi verbali. Vi erano testimoni, un atto pubblico e una transazione a conferire a quell’amicizia una consistenza documentabile.

L’11 settembre 1812, Charlotte Nautonnier fu assolta con verdetto unanime della giuria. Il cronista Champagnac registra il giubilo destato da quella pronuncia e prende fermamente le sue difese. Il suo resoconto si volge poi verso altre figure sfiorate dai primi sospetti: la domestica Fermé e la moglie del ricevitore, madame Ruelle. Entrambe erano state rimesse in libertà da una sentenza della corte d’Orléans. L’autore insiste su ciò che gli appare ambiguo nella loro condotta; rilievi che non costituiscono una condanna né designano con certezza l’autore del crimine.

Occorre arrestare il caso a questo punto, per quanto deludente possa riuscire per quanti pretendono che a un imputato prosciolto subentri all’istante un colpevole. Una donna era perita dopo una cena, un’altra era scampata, e Charlotte aveva riacquistato la propria libertà. La storia non rischiara l’origine dell’avvelenamento. Ma serba la ricevuta di un mobile, una modesta rendita e la memoria di trentacinque anni di vita comune: tutto ciò che era stato necessario evocare affinché una scodella di zuppa non bastasse a compendiare un’intera esistenza. L’amica salvata dal verdetto non poteva più recare visita a colei per la quale l’aveva serbata.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Champagnac, VI, 1833, cap. 23, pp. 292–308; fonte unica retrospettiva, favorevole alla Nautonnier. Cena del 27 febbraio 1812; decesso della Grandmaison il 29 febbraio; assoluzione l’11 settembre 1812. Natura del veleno non determinata sperimentalmente; la tesi dell'arsenico appartiene alla difesa (non costituisce certezza analitica moderna). Dettagli tossicologici operativi e quantità omessi. Le altre indagate, Fermé e Ruelle, furono prosciolte dalla corte d'Orléans e non sono designate quali colpevoli. Le considerazioni finali del cronista non equivalgono a un giudizio penale. L'amicizia trentacinquennale, l'argenteria, il mobile e la rendita di 75 franchi derivano dalle arringhe e dalle deposizioni a verbale. Nessuna invenzione fattuale aggiunta. Nessun documento scansionato consultato.

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