Alla corte d’assise del Finistère, l’accusa aveva prodotto un atto talmente voluminoso che il resoconto della Gazette des Tribunaux rinuncia persino a offrirne un riassunto. Da quell'incartamento, il giornale estrapola due cifre che misurano grandezze eterogenee: settantacinque imputazioni e centosettantotto quesiti predisposti per la giuria. Il primo numero censisce i fatti contestati; il secondo, i quesiti a cui i giurati erano chiamati a rispondere. Al termine di udienze estenuanti e sovente interrotte, un verdetto negativo si sarebbe tuttavia compendiato in poche parole: Bellamy veniva assolto.
Il dibattimento si era aperto il 19 maggio 1885 per protrarsi fino al 29. Bellamy compariva dopo circa diciassette mesi di carcerazione preventiva. Al momento dell'arresto esercitava ancora la professione notarile. La cronaca lo descrive come un ex sindaco, membro del consiglio generale, all’età di sessantaquattro anni e padre di una numerosa prole. Omette tuttavia di indicarne il nome di battesimo. Tale reticenza di dettaglio stride con la mole del fascicolo: rogiti, mastri contabili, interrogatori, deposizioni e perizie formavano una materia che il foglio giudicava troppo vasta per essere data alle stampe.
L’atto di accusa contestava al notaio cinque falsità in atti pubblici, due falsi in scritture private e sessantotto appropriazioni indebite. Descriveva, stando alla cronaca, la consegna di somme o valori destinati a impieghi precisi: investimenti ipotecari, compravendite immobiliari, liquidazioni successorie o altre transazioni patrimoniali. La pubblica accusa sosteneva che ingenti capitali fossero stati compromessi o dissipati e che il disordine contabile avesse consentito di perpetuare tale stato di cose. Erano assunti della procura; non costituivano una declaratoria di colpevolezza, e l’esito del processo ne avrebbe evidenziato il rigore probatorio richiesto.
Originario di Bordeaux, Bellamy risiedeva a Brest da lunghi anni. Il giornale riferisce come egli avesse saputo cattivarsi la stima e la fiducia di una vasta clientela, tra cui spiccavano ufficiali e funzionari della marina coi rispettivi casati. Nel Finistère, il dibattimento portava alla sbarra persone che gli avevano affidato patrimoni, testi che lamentavano ritardi o ammanchi, e altri che continuavano a considerare il notaio uomo degno di fede. Il contrasto non si esauriva in una netta contrapposizione tra accusatori e difensori: persino taluni testi a carico esprimevano una tenace fiducia nella sua probità, mentre altre testimonianze si inasprivano al ricordo delle somme mai restituite.
La perizia contabile non risolveva simile antinomia in una cifra incontrovertibile. Il resoconto riferisce che i periti avevano stimato in 186.000 franchi una delle partite creditorie più cospicue. Il signor Guillard, titolare della posizione così quantificata, contestò un’esagerazione che riteneva infondata sotto ogni profilo, dichiarando di non nutrire alcuna apprensione circa l'integrale recupero del dovuto. Stando al giornale, tale sicurezza trovava eco in altre deposizioni. Il medesimo resoconto soggiunge che i periti non potevano determinare il divario tra attivo e passivo se non per approssimazione: le cifre offrivano una scala di grandezza alla discussione, non la spiegazione esauriente di ciascun versamento.
Guillard testimoniava a discarico. Dichiarò di conoscere Bellamy da trentaquattro o trentacinque anni e di averlo sempre tenuto nella massima considerazione; lo reputava incapace di arrecare scientemente un pregiudizio a un cliente e, a maggior ragione, di fare proprio l'altrui avere. Questa deposizione non scioglieva il nodo di ciascuna imputazione; ricordava piuttosto quanto i vincoli fiduciari stratificati attorno a uno studio notarile pesassero anche dinanzi alla corte. Il senatore Le Guen, avvocato al foro di Brest da trent’anni, manifestò un convincimento analogo, descrivendo l’imputato come un uomo che si era guadagnato fiducia e benvolere grazie alle proprie doti, pur ammettendo che uno studio oberato potesse aver nociuto ai suoi personali interessi.
A mano a mano che le udienze si susseguivano, le somme affidate, le loro destinazioni e le relative scritture contabili tornavano a emergere negli interrogatori. Vi furono testi che rievocarono capitali vincolati a uno scopo preciso; altri restavano persuasi che Bellamy avrebbe finito per restituirli. La cronaca fa emergere questa linea di faglia senza elevarla a canone assoluto. Alcuni testimoni si accoravano o si esasperavano nel rammentare le perdite e le azioni giudiziarie intentate; altri davano prova di un’immutata benevolenza verso il notaio, specie tra le classi più modeste. Simili attestazioni non sostituivano le pezze d'appoggio né il vaglio dei singoli negozi, ma integravano il compendio delle prove discusse.
L’udienza registrò pure un incidente relativo a un giurato. All’avvio dei dibattimenti, un teste affermò di essere stato affrontato e insultato la vigilia da uno dei membri della giuria a motivo della sua deposizione. Verbalizzate le frasi riferite e sentite le conclusioni delle parti, la corte dispose la sostituzione del giurato contestato con un supplente. Il giornale non inquadra l’episodio come un indizio a carico di Bellamy; evidenzia piuttosto quanto un’istruttoria complessa potesse rimanere esposta alle esigenze di rito e ai dissidi accesisi nell’aula.
La difesa era chiamata a un duplice compito: esaminare singolarmente i capi d'imputazione descritti nell’atto d’accusa e replicare alla requisitoria. L’avvocato de Chabre, del foro di Quimper, si dedicò all'analisi minuta degli elementi della causa, dai più trascurabili ai più rilevanti. L’avvocato Demange, del foro di Parigi, riprese quindi le argomentazioni del pubblico ministero. La Gazette annota che la sua arringa fu accolta da applausi, prontamente sedati dal presidente. La presenza dei tre figli di Bellamy sul banco degli imputati, rilevata dal cronista, conferiva a quelle giornate un tratto domestico, benché il resoconto non attribuisca loro alcuna parola.
L’accusa di falsità in atti costituiva un nodo singolare. Chiusa l'istruttoria dibattimentale, i difensori sostennero che tali imputazioni, non essendo state sviluppate dal pubblico ministero, dovessero intendersi definitivamente cadute. Il resoconto non menziona una formale rinuncia; si limita a restituire la tesi dei patrocinatori e le brevi schermaglie scambiate sul punto. Al contempo, l’accusa argomentava che le irregolarità di gestione e le distrazioni contestate avevano potuto perpetuarsi dietro la parvenza della solvibilità e del credito pubblico. Distinguere tra una contestazione discussa, un'accusa sfumata nella dialettica processuale e la decisione finale resta dunque imprescindibile: l’articolo non fornisce le risposte analitiche della giuria.
Dopo otto udienze, la parola passò al procuratore generale Lombard. Questi ripercorse le premesse della vicenda e gli atti dell’istruttoria scritta, per poi raggruppare i fatti che intendeva far valere a comprova della disonestà di Bellamy. Il suo discorso richiamava le querele pervenute alla procura, il dissesto finanziario dell’imputato e l'inconciliabilità di tale condizione con la reputazione di cui aveva goduto, concludendo che una benché minima indulgenza verso un notaio avrebbe rischiato di alimentare la sfiducia nell'intera categoria. Era la tesi accusatoria, fedelmente riportata dal giornale; la cronaca non la spaccia per il giudizio della corte.
La difesa ribatté ai capi d’imputazione uno a uno, tornando poi sui punti della requisitoria. Il confronto fu così serrato che il cronista sottolinea l’animosità del pubblico e le continue interpellanze. Verso le otto di sera, dopo una prolungata camera di consiglio, la giuria fece rientro in aula. La cronaca collega la trepidazione dell’uditorio alla lunghezza della lettura dei verdetti e al loro numero. Non trascrive tuttavia la sequela delle risposte né le motivazioni dei singoli giurati. Riporta l’esito, e soltanto l’esito: il verdetto era negativo.
Nel momento in cui vennero pronunciate l’assoluzione e l’immediata scarcerazione, i tre figli di Bellamy si gettarono verso di lui in lacrime. Il deputato Camescasse, già prefetto di polizia, si fece avanti a sua volta verso il banco degli imputati per restituirgli le insegne della Legion d’onore, che egli non aveva indossato durante il cimento giudiziario. Il giornale precisa che Bellamy non ne era stato privato per indegnità, ma se n’era astenuto per mera opportunità. All’uscita, una folla compatta si aprì, fece ala e scortò l’uomo prosciolto. Di centosettantotto quesiti, la carta stampata non conserva che questo scorcio: tre figli in lacrime, una decorazione restituita, e un uomo che varca la soglia del palazzo da uomo libero.
