Le ceste che Françoise Tiers aveva abbandonato a mezza via fecero ritorno con Jacques Sauvan. L’uomo le aveva portate sul capo fino alla stalla dove, sola all’imbrunire, la giovane donna attendeva al governo degli animali. Alle otto della sera, posò il carico dinanzi a lei e ne squarciò una con un colpo di scure. Quel gesto, seguito da un tentativo di violenza carnale, mutò una faccenda ordinaria in una lotta disperata: Françoise afferrò la sbarra di ferro che assicurava la porta.
Sauvan risiedeva a Vachères-en-Diois. Champagnac riferisce che aveva cinquantacinque anni quando prese a perseguitare Françoise, e che nella contrada lo chiamavano Mille-hommes. La cronaca gli attribuisce un’incessante caccia alle fanciulle del cantone, ordita con l’inganno o con la forza, e ricorda come avesse insidiato perfino la propria figliastra. Françoise aveva quindici anni quando Sauvan iniziò a molestarla. Abitavano nello stesso borgo. Dapprima, stando a Champagnac, l’uomo le si accostava con maniere melate, tentando di sedurla; poi cominciò a spiarne i momenti di solitudine. Françoise fuggiva da lui atterrita. La cronaca rimarca il profondo ribrezzo che egli le ispirava e la memoria delle altre donne da lui perseguitate. Per quattro anni la ragazza respinse profferte e agguati, favorita da fortunate contingenze.
Il 28 aprile 1782, giunta all’età di diciannove anni, Françoise si era recata al villaggio di Boue, a circa una lega da casa, per assistere agli uffici divini. Al momento di ripartire, Sauvan le impose di caricare sul proprio asino un paio di ceste appena comprate. Dapprima la giovane oppose un rifiuto, temendo un assalto lungo la via. Bernard, che aveva venduto i recipienti, insistette; Françoise finì col cedere. Mentre Sauvan si attardava a bere con Bernard, ella si mise in cammino in tutta fretta. Quei cesti la rallentavano e la notte avanzava. Giunta a mezza strada, presso la frazione delle Combes, li scaricò al suolo e rientrò a casa all’inclinare del giorno.
Sbrigò quindi le consuete faccende domestiche. Dopo aver foraggiato le bestie, stava per tirare a sé il battente della stalla quando Sauvan apparve, recando sul capo le ceste lasciate alle Combes. Le gettò ai suoi piedi e impugnò una scure che si trovava a portata di mano. Vibrò un colpo contro i vimini e la minacciò della medesima sorte se avesse continuato a negarsi. Secondo il racconto di quella sera tramandato da Champagnac, Sauvan le afferrò la gonna, le cacciò in seno due scudi da sei lire e tentò di sottometterla con la forza. Per quanto riferisce il cronista, l’uomo vantava di aver già sparso la voce di averla posseduta, e che avrebbe comunque ottenuto ciò che voleva.
La fanciulla oppose resistenza cercando un’arma con cui difendersi. Una sbarra di ferro fungeva da puntello alla porta: Françoise la strinse e percosse Sauvan alla nuca. Egli barcollò, rovinò a terra e spirò. Trovatasi sola con il cadavere nella penombra della stalla, la giovane fu presa dallo sgomento. Suo fratello, un ragazzo di undici anni, si era affacciato per capire cosa la trattenesse. Con il suo aiuto, fece ruzzolare il corpo lungo il declivio del prato, sino a una vecchia fornace da calce. Lo ricoprì di calce e terra, occultando poi gli abiti dell'ucciso in un angolo della stalla.
La scomparsa di Sauvan allarmò i parenti. Congiunti e paesani si misero sulle sue tracce, fermandosi presso l'abitazione dei Tiers poiché la sera innanzi si erano uditi clamori e grida provenire da quella direzione. François Tiers, il capofamiglia, fornì loro egli stesso una lanterna. Mentre i terrazzani formulavano congetture e il sospetto rischiava di cadere su innocenti, Françoise si fece avanti. Rivelò di aver ucciso Sauvan mentre questi tentava di violarla, di averlo celato nella fornace da calce e di essere stata la sola a vibrare il colpo letale.
La confessione indicava la ragazza quale unica autrice del fatto, sgravando interamente il fratello da ogni responsabilità materiale. Ciononostante, il padre e i fratelli minori furono arrestati insieme a lei e rinchiusi nelle scuderie del signore del luogo. Il primo maggio 1782 la corte compì un sopralluogo giudiziario; l'indomani il cadavere fu estratto dalla fornace. Al momento del dissotterramento, il corpo apparve intatto. I magistrati raccolsero la perizia del chirurgo e le deposizioni di sedici testimoni, nessuno dei quali aveva assistito alla colluttazione.
Una testimonianza si discostava da tutte le altre. Un uomo affermò che la propria consorte, rincasando dal bosco sul far della sera dopo aver raccolto ghiande, aveva udito urla strazianti ed era svenuta sull'uscio. Rinvenuta, aveva riferito al marito quanto ascoltato e i foschi pensieri che ne traeva. Ella non dichiarava di aver visto la scena, ma solo di averne udito il fragore. Il marito volle uscire a sincerarsi dell’accaduto; benché la donna tentasse di trattenerlo, l’uomo andò. Giunto nei pressi della stalla, sostenne di aver scorto nell'ombra le braccia di un uomo che si difendeva. A suo dire, il piccolo Tiers, di soli undici anni, colpiva ripetutamente Sauvan facendolo perire a rilento. Una versione che smentiva radicalmente la confessione di Françoise, ferma nel proclamare di aver agito da sola.
Champagnac confuta tale ricostruzione: Sauvan era noto per una forza prodigiosa, e il cronista si domanda come avrebbero potuto una fanciulla e un fanciullo averne ragione dopo una lunga agonia. Stupisce inoltre che il teste, qualora avesse realmente scorto l’aggressione, sia rimasto a guardare senza intervenire. François Tiers fu convocato a comparire, mentre per Françoise e il fratellino venne emesso un mandato di cattura. Il giudice interrogò gli arrestati; persuaso dall'istruttoria, dalla conformazione dei luoghi e dall’alibi del genitore, rimise quest'ultimo in libertà. Françoise e il fratello furono tradotti nelle carceri di Valence per esservi giudicati dai magistrati della sénéchaussée.
Gli atti pervennero al Guardasigilli, mentre Françoise, il fanciullo e la loro famiglia attendevano la sorte. Un primo rescritto annunciò che la grazia sarebbe stata concessa. Il 18 settembre 1782, il Guardasigilli comunicò al difensore degli accusati che il re aveva loro accordato le lettere di remissione.
