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Giustizia e scandali · Francia

Le tre firme

Nel processo del 22-24 giugno 1874, tre versioni si scontrano attorno a tratte recanti la firma contraffatta di Joseph Fourcade. Richard ammette di aver fabbricato gli effetti, ma chiama in causa Desroches e Rigaud, i quali negano di averne conosciuto l’origine. Le cifre del rinvio a giudizio, del curatore fallimentare e del perito non concordano. Dopo tre giorni di dibattimento, Desroches e Rigaud vengono assolti; Richard è condannato a sette anni di reclusione e a cento franchi di ammenda.

Stando all’atto d’accusa, una cambiale da ventimila franchi recava a tergo la firma di Fourcade. Egli, tuttavia, non l’aveva né sottoscritta né girata. L’avviso di protesto gli rivelò che il titolo era giunto a scadenza; l’esame dell’effetto gli fece scoprire che il suo nome era stato falsificato. Si recò dapprima da Richard, uno dei giranti, poi da Desroches, di cui Richard non era, a quanto si diceva, che il prestanome. La querela sporta da Fourcade avrebbe ben presto condotto i tre uomini dinanzi alla Corte d’assise della Senna.

Il dibattimento si aprì il 22 giugno 1874. Napoléon-Alcibiade-Sophie Richard, faccendiere, prendeva posto accanto a Constantin-Michel-Eugène Rigaud, cassiere di Desroches, e a Paul-André Desroches, ingegnere e appaltatore di ferrovie. La Gazette precisava che la causa verteva esclusivamente sul reato di falso in scritture commerciali. Desroches, dichiarato in stato di fallimento, doveva rispondere separatamente davanti al tribunale correzionale di bancarotta semplice; l’edizione del 24 giugno rettificò un primo cenno erroneo a una bancarotta fraudolenta.

L’atto d’accusa faceva risalire l’indagine all’autunno precedente. Riferiva come Fourcade, dopo aver ricevuto il protesto per una cambiale da ventimila franchi, avesse riconosciuto la falsificazione della propria firma. Altri effetti, stimati dall’accusa per un valore di duecentotrentamila franchi, recavano anch’essi il suo nome. I tre indiziati furono arrestati. Ma le responsabilità, lungi dall’essere concordi, si dividevano già nelle prime deposizioni: Richard ammetteva di aver fabbricato i titoli, sostenendo però che Rigaud e Desroches ve lo avevano spinto; costoro replicavano di aver sempre ignorato l’origine delittuosa di quei valori.

Il resoconto delle udienze distingueva tre distinte serie di titoli. Nella prima rientravano tratte emesse a nome di persone immaginarie, poi girate sino a Fourcade e Richard. A norma dell’accusa, ventinovemila franchi furono scontati; Richard ne rimise soltanto quindicimila a Desroches e Rigaud, trattenendone quattordicimila per sé. Il perito parlò invece di tredicimila franchi versati a Rigaud e quattordicimila rimasti dovuti a Desroches: i due conteggi forniti dal giornale non combaciano e non consentono di ricostruire i movimenti effettivi del denaro. A garanzia della somma che dichiarava di trattenere, Richard firmò altri biglietti che consegnò loro, senza immetterli in circolazione. Quel debito, argomentava l’accusa, lo consegnava oramai all’arbitrio dei suoi due sodali.

La seconda serie comprendeva quattro tratte e quattro pagherò, stimati ottantamila franchi. Figure fittizie figuravano quali traenti o beneficiari; Fourcade compariva tra i giranti e i titoli transitavano per le mani di Richard prima di essere negoziati da Desroches o da Rigaud. La cronaca riferiva che tali valori erano stati regolarmente saldati alla scadenza dai due uomini e rinvenuti in seguito tra le carte di Desroches, che li avrebbe conservati come giustificativi di cassa.

La terza serie, calcolata dal giornale in centotrentaduemilacentottantacinque franchi, era rimasta insoluta. Gli effetti recavano ancora nomi fittizi e la firma di Fourcade. Un’anomalia complicava tuttavia il quadro: tre effetti da diecimila franchi ciascuno erano stati sottoscritti da Desparjols, impresario e intimo amico di Desroches, il quale avrebbe prestato la propria firma per compiacenza. L’accusa distingueva questi titoli dagli altri, giacché, a suo dire, non recavano che due sole firme false. Essa descriveva le serie successive come le tappe d’un ingranaggio che si era allargato a mano a mano che le scadenze incalzavano.

Richard non tentò di negare la propria mano. Interrogato sul suo studio d’affari e sui suoi vincoli con Desroches, spiegò di aver dapprima ricevuto cambiali di favore, per poi fabbricare tratte su istigazione dei suoi associati. Diceva di aver prestato fede alle concessioni ferroviarie e alle mirabolanti commesse di cui Rigaud gli favoleggiava. Desroches, affermava, teneva alto il tenore di vita; Rigaud gli garantiva che i fondi sarebbero stati pronti a ogni scadenza. Richard sosteneva di aver ceduto alle reiterate insistenze di Rigaud, prima di rimanere stritolato dal meccanismo che egli stesso aveva allestito.

Il presidente gli rammentò il suo passato da cancelliere e da ufficiale giudiziario, dal quale discendeva la piena consapevolezza della portata dei propri atti. Richard rispose di aver esordito con tratte fittizie nella speranza che Desroches vi facesse fronte. Ammise che tutti gli effetti prodotti provenivano dalla sua calligrafia, a eccezione delle modifiche apportate dai soci. Asserì tuttavia di aver negoziato soltanto la prima serie; Rigaud, a suo dire, si era fatto carico delle rimanenti. Quella medesima confessione racchiudeva dunque un’accusa: Richard riconosceva la falsificazione materiale, ma rigettava il ruolo di capofila che i coimputati gli attribuivano.

Rigaud protestò con vigore. Ammise di aver fatto uso di quei titoli, ma sostenne di averli sempre ritenuti semplici effetti di compiacenza, da rimborsare a scadenza. Negò che il suo carteggio dimostrasse la consapevolezza del falso. Il presidente gli oppose lettere in cui Rigaud discorreva di valori da consegnare, di capitali da reperire e di provvigioni; rilevò inoltre che, in un passaggio, egli raccomandava di non presentare determinati effetti a un banchiere. Rigaud replicò di non aver mai ingiunto a Richard di falsificare cambiali e che il tono mutato delle sue missive era da ascrivere unicamente alla confidenza nata dalla consuetudine dei loro affari.

Gli interrogatori riportarono l’attenzione della corte sulla figura di Desroches. L’imprenditore rievocò i cantieri in Russia, le imprese su rotaia e le concessioni che affermava di aver ottenuto. Riconosceva l’affanno momentaneo delle sue finanze, ma insisteva sulle linee di credito ancora aperte e sulle cospicue prospettive a venire. L’accusa gli rinfacciava un passivo di quattro milioni e mezzo di franchi a fronte di un attivo che, stando al curatore fallimentare, non superava i due milioni. Desroches ribatteva che tale stima tralasciava le concessioni acquisite e i contratti in corso d’opera.

Il curatore Barboux e il perito Flory esposero a loro volta un bilancio personale: tre milioni e trecentomila franchi di passivo, seicentomila di attivo. Parlarono di registri lacunosi, di uscite sfarzose e di un ricorso sistematico alla carta di favore. Flory collocava alla fine del 1872 la comparsa dei titoli falsi; precisava che Richard riempiva accettazioni in bianco con firme immaginarie o contraffatte. In base alla sua perizia, Rigaud non poteva ignorare la falsità dei valori che incassava e metteva all’incasso, mentre la sigla di Fourcade avrebbe dovuto insospettire Desroches, il quale aveva già chiesto un prestito al manifatturiere incassando un netto rifiuto. Tali deduzioni vennero fermamente contestate dagli imputati, che ribadirono la loro totale estraneità alla frode.

Il dibattimento non si esaurì nella contabilità fallimentare. Il presidente incalzò Desroches sull’acquisto a credito di locomotive e rotaie, su prestiti contratti a tassi usurari e sulle speculazioni nelle quali aveva impegnato ingenti fortune. Desroches replicò che non si curava dei dettagli amministrativi e che si limitava a fare leva sul proprio prestigio creditizio. Riguardo a un titolo di rendita affidatogli da Belleville e fatto negoziare da Rigaud, affermò di averlo creduto un prestito, ignorando l’operazione di Borsa che ne era scaturita. Il presidente gli contestò che il titolo era stato riscattato a termine con grave pregiudizio del legittimo proprietario; Desroches ribadì di non averne compreso i meccanismi.

Fourcade fu introdotto come testimone. Il presidente lo interrogò sui rapporti d’affari intercorsi con Desroches e su una proposta di concessione ferroviaria da lui intermediata. Fourcade riconobbe una certa leggerezza in quelle relazioni, ma respinse con sdegno il sospetto di essere a conoscenza della falsità delle tratte. Spiegò di aver riposto cieca fiducia in Desroches e di essersi avveduto dell’inganno soltanto a cose fatte. Quando Richard lo accusò di aver egli stesso suggerito l’uso della sua firma, Fourcade protestò; il resoconto non riferisce quale peso i giurati abbiano attribuito a tale scambio.

Fu poi la volta di Tenré, banchiere e creditore di Desroches. Aveva preso parte ad alcune operazioni e confermò che era stata formulata un’offerta di seicentomila franchi per una concessione ferroviaria; Desroches aveva però rifiutato di concedergli procura a trattare. Tenré ammise la propria imprudenza nelle relazioni finanziarie con l’imputato, ma negò categoricamente di aver saputo dell’esistenza di titoli contraffatti. Alla domanda del difensore di Richard se fosse a conoscenza dei falsi, Tenré rispose che la rivelazione lo aveva fatto sobbalzare. Galetti, nipote e dipendente di Desroches, spiegò di aver sottoscritto alcune tratte per procura, professandosi del tutto all’oscuro delle manovre finanziarie retrostanti.

All’udienza del 23 giugno, i testimoni della difesa sfilarono per attestare la probità e la serietà commerciale di Desroches. Il generale Tamisier raccontò di aver composto in tre sole conferenze una controversia d’affari con lui e di conservarne una stima immutata. Oltrepassate le cinque del pomeriggio, l’escussione dei testimoni era terminata. Il pubblico ministero chiese un rinvio per evitare che le arringhe venissero frammentate; la corte sospese la seduta, aggiornandosi all’indomani.

Il 24 giugno, il procuratore generale Hémar sostenne l’accusa. Thomas parlò per Richard, Arago perorò la causa di Desroches e Martin difese Rigaud. Terminata la ricapitolazione del presidente, la giuria rimase in camera di consiglio sino a mezzanotte e venticinque. Il verdetto fu assolutorio per Desroches e Rigaud, colpevole per Richard, al quale furono tuttavia concesse le attenuanti generiche. I primi due tornarono liberi. Richard fu condannato a sette anni di reclusione e a cento franchi di ammenda.

La cronaca consegnava così ai posteri due verità inconciliabili sulla medesima circolazione di carta. Richard aveva ammesso di aver vergato i titoli, indicando però in Rigaud e Desroches le menti dell’intrapresa; costoro avevano sempre giurato di aver ignorato la truffa. L’assoluzione di Desroches e di Rigaud chiude la vicenda giudiziaria tramandata dalle cronache, mentre la condanna di Richard delimita la misura della colpa che i giurati intesero punire. Quelle tratte non avevano fatto circolare soltanto firme apocrife: avevano costretto alla sbarra tre uomini, ciascuno dei quali attribuiva all’altro la consapevolezza decisiva.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Gazette des Tribunaux, nn. 14672–14674, numeri del 22–23, 24 e 25 giugno 1874. I resoconti coprono le sedute del 22, 23 e 24 giugno; la sentenza è riportata a p. 693 (PDF p. 2) dell’edizione del 25 giugno. Il testo deriva da trascrizione OCR normalizzata e non costituisce edizione diplomatica. Una prima indicazione a p. 602, dovuta a refuso d’estrazione, è stata emendata dopo verifica dell’intestazione tipografica a p. 693. Il foglio giudiziario riporta per esteso l’atto d’accusa e le opposte tesi dibattimentali; le discrepanze tra le somme contestate nel rinvio a giudizio, quelle calcolate dal curatore fallimentare Barboux e quelle dell’esperto Flory sono debitamente distinte nel testo. Il resoconto non include le arringhe per intero.

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