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Giustizia e scandali · Francia

L’originale e la copia

Comminges, 1785. Condannata per la morte del padre, Catherine rifiuta ogni occasione di fuga. Un magistrato parte per confrontare gli atti del processo e scopre che persino gli originali sono stati alterati.

Il magistrato chiese di vedere la cancelleria. Non ve n’era alcuna. Da oltre vent’anni, rispose Pourthé, le carte processuali erano custodite a casa sua. Fu dunque nell’abitazione del cancelliere che Rigaud andò a cercare i fascicoli che avevano condotto Catherine Estinès a una sentenza capitale. Era giunto per confrontare un estratto con il suo originale. Avrebbe scoperto che le discrepanze non si limitavano alla copia: il documento stesso da cui si pretendeva di trarre la verità aveva subito aggiunte e alterazioni.

Pochi mesi prima, Catherine viveva a Cazaux, nel Comminges. Suo padre, Barthélemy, gestiva diverse attività: commercio di carni, granaglie, tabacco e una taverna. Aveva raggiunto una discreta agiatezza. Rimasto vedovo, si era risposato con Dominiquète Fontan. La cronaca descrive una casa divenuta ostile a Catherine, che la matrigna desiderava veder partire per raggiungere i fratelli stabilitisi in Spagna. La ragazza lavorava a giornata per provvedere al proprio sostentamento e non mangiava più alla tavola paterna se non quando le mancava l’impiego. Abitava ancora sotto quel tetto, ma non vi trovava più alcun posto.

Nel luglio del 1784, Dominiquète accusò un malore dopo aver mangiato una minestra. Accusò Catherine di avervi versato dell’arsenico. Altri commensali avevano condiviso la pietanza senza patirne alcun disturbo, e questa prima accusa non ebbe alcun seguito giudiziario documentato. Lasciò tuttavia una parola sospesa nelle conversazioni: veleno. Quando Barthélemy cadde gravemente malato qualche mese più tardi, quel termine era già disponibile. Bastava riprenderlo per conferire a una nuova infermità le sembianze di un disegno antico, ordito contro la famiglia.

Il mercante rientrò da Montréjeau preda di violenti dolori. Rimase a letto cinque o sei giorni. La moglie lo accudiva; Catherine, trattenuta fuori dal lavoro, gli si avvicinava soltanto a sera, e con difficoltà. Il 21 gennaio 1785 entrò nella stanza solo dopo le otto. Suo padre spirò alle dieci. L’accusa sostenne che un brodo somministrato diverse ore prima contenesse il veleno e che fosse stata Catherine a versarvelo. La malattia era tuttavia insorta ben prima di quell’ultimo pasto. L’ora della visita e quella della preparazione sarebbero diventate questioni alle quali le voci di paese risposero con troppa fretta.

Dominiquète aveva mandato a chiamare Mounic, barbiere chirurgo d’un villaggio vicino, intimandogli di portare un contravveleno. L’uomo intervenne al capezzale del moribondo dopo averne raccolto i sospetti. Due giorni dopo il decesso, gli ufficiali di giustizia di Rivière giunsero insieme al cancelliere Pourthé. A Mounic e a Soudane, un altro barbiere, fu ordinato di aprire il cadavere. La relazione autoptica venne redatta nell’orto. Più tardi, i due uomini avrebbero dichiarato che essa non rispecchiava le loro constatazioni: certe parole erano state mutate, altre aggiunte, ed era stato imposto loro di firmare senza aver potuto leggere.

Diversi testimoni sollevarono le medesime rimostranze. Uno aveva unicamente riferito ciò che aveva udito dalla vedova; un altro affermava di aver apposto la propria firma senza che gli fosse stata data lettura della deposizione redatta a suo nome. Tali scarti non riguardavano un giudizio sul carattere di Catherine: investivano la materiale fabbricazione degli atti sui quali il giudice doveva pronunciarsi. Tra ciò che una persona aveva detto e ciò che un tribunale poteva leggere, una mano era potuta intervenire. Per il momento, le carte correvano più veloci delle smentite.

Il 28 gennaio, il giudice Barre ordinò l’arresto di Catherine, su istanza di Laguens padre. La giovane si trovava davanti alla soglia quando i cavalleggeri vennero a prenderla, e non tentò di fuggire. Fu condotta a Saint-Gaudens. Nella casa del defunto, anche i beni erano ormai divenuti terreno di scontro. Il cognato aveva preteso l’apposizione dei sigilli; questi furono poi rimossi irregolarmente e diversi effetti venduti all’asta. Il procedimento che pretendeva di tutelare la memoria del padre si accompagnava così a manovre sul suo patrimonio. La figlia, rinchiusa, non poteva sorvegliare quanto veniva sottratto.

L’istruttoria rimase pressoché ferma sino a marzo, quando venti testimoni vennero ascoltati nel corso di una sola giornata. Tra loro figurava la vedova. Le loro dichiarazioni riprendevano sovente le accuse mosse da quest’ultima o da un’altra donna, Jeanne Minotte. Champagnac scorge dietro questa manovra una trama di inimicizie, tra cui l’astio d’un curato ostile a Catherine; il suo racconto denuncia con asprezza queste figure. Ma le responsabilità che la giustizia avrebbe poi sanzionato avrebbero riguardato anzitutto coloro che avevano verbalizzato, inquisito e giudicato. Erano i loro atti procedurali a poter essere finalmente messi a confronto con i documenti.

Il 25 maggio 1785, Catherine fu condannata a una pena capitale di estrema crudeltà. La sentenza suscitò una viva indignazione. Si produsse allora un singolare rovesciamento: le stesse guardie incaricate di sorvegliarla la esortarono a evadere. La cronaca riferisce che le occasioni di fuga le furono moltiplicate, persino durante il trasferimento a Tolosa. Catherine rifiutò. Fuggire avrebbe significato lasciarsi alle spalle una condanna per parricidio; esigeva da altri giudici una decisione che non la costringesse a portare il marchio di quell’accusa ovunque andasse.

A Tolosa, dove giunse ai primi di giugno, la sua fermezza richiamò l’attenzione dei responsabili delle carceri e dei magistrati. Ma la persuasione morale non poteva bastare a smontare un incartamento. Catherine domandò la verificazione degli atti originali. Un giovane magistrato, Rigaud, si offrì di recarsi sul posto a proprie spese; l’avvocato generale de Rességuier ne sostenne l’iniziativa. Il 20 giugno, il parlamento gliene affidò il mandato. A salvare la prigioniera non fu dunque soltanto l’essere creduta: fu l’assenso a verificare ciò che le prime carte avevano fatto credere contro di lei.

Rigaud partì all’indomani e giunse a Montréjeau la mattina del 22. Pourthé lo condusse presso la propria abitazione, dove giacevano gli archivi. Assieme al cancelliere che lo accompagnava, il commissario confrontò l’estratto rimesso a Tolosa con la procedura originale. Le divergenze erano molteplici; lo stesso originale presentava palesi manipolazioni. L’inchiesta mutava segno sotto i loro occhi. Gli atti che dovevano servire a condannare Catherine divenivano a loro volta corpo del reato per un’accusa di falso. Rigaud fece arrestare Pourthé e fece ritorno a Tolosa con gli esiti del proprio riscontro.

Il 7 luglio, la corte ordinò la carcerazione preventiva del cancelliere, l’arresto dei due Laguens e la comparizione personale del giudice Barre. I Laguens si diedero alla latitanza. Fu sporta querela per falso e avviato un nuovo procedimento. Rigaud tornò sui luoghi per proseguire i riscontri e i confronti. In ottobre, anche Barre si rese irreperibile. Catherine non era più sola a dover rendere conto alla giustizia: coloro le cui firme avevano conferito autorità all’accusa si trovavano ormai perseguiti per il modo in cui l’avevano fabbricata.

La sua innocenza fu infine proclamata. Il parlamento di Tolosa condannò i Laguens, padre e figlio, in contumacia, a dieci anni di galera; Barre e Pourthé furono condannati a dieci anni di bando e al risarcimento dei danni a favore di Catherine. Il capitolo non reca la data di questo arresto finale. Né riferisce condanne a carico della matrigna o del curato, a dispetto delle accuse che formula contro di loro. La sanzione aveva colpito i responsabili accertati della procedura; ciò non autorizza a trasformare ogni altra imputazione del racconto in una sentenza giudiziaria.

Catherine aveva chiesto cinquantamila lire; la decisione riferita ne accordò quattromila a titolo di indennizzo. Le cifre non restituiscono i mesi trascorsi nell’attesa d’un supplizio atroce, ma segnano il mutamento della sua condizione: era lei, ormai, a esigere ragione da chi l’aveva accusata. Al principio le erano stati opposti testimoni le cui parole erano state scritte da altri. Alla fine, due testi accostati avevano reso visibile l’impostura. Un magistrato aveva preteso gli originali; quella richiesta aveva aperto alla prigioniera una porta che altri le proponevano soltanto di forzare con la fuga.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Fonte integrale IV43, priva di scansioni o atti processuali originali. Procedura compresa tra gennaio e ottobre 1785; sentenza definitiva priva di data precisa, da cui la collocazione generica nel 1785 per l'esito risarcitorio. Decesso del padre: 21 gennaio; arresto: 28 gennaio; sentenza capitale: 25 maggio; commissione a Rigaud: 20 giugno; arrivo a Montréjeau: 22 giugno; rientro a Tolosa: 6 luglio; arresto giudiziario dei complici: 7 luglio; latitanza di Barre: 18 ottobre. Proclamata innocente; condanna contumaciale dei Laguens (padre e figlio) a 10 anni di galera; Barre e Pourthé a 10 anni di bando e 4000 lire di danni (a fronte di 50000 richieste). Le responsabilità di curato, matrigna e Minotte appartengono alla narrazione della cronaca e non ad accertamenti di corte; omesse ipotesi accessorie non provate.

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