Nel 1413, all’inizio del regno di Enrico V, John Oldcastle, signore di Cobham, si trovò stretto tra due fedeltà che i potenti del suo tempo giudicavano inconciliabili. Era cavaliere, nobile e intimo del sovrano; era pure noto per sostenere i lollardi, quei predicatori e fedeli che la Chiesa condannava senza appello. Nel racconto di George Borrow, la vicenda prende le mosse da un’assemblea di chierici convocata a Londra da Thomas Arundel, arcivescovo di Canterbury. L’accusa non riguardava soltanto le dottrine: Oldcastle avrebbe protetto predicatori in diverse diocesi e fornito loro armati, a dispetto delle disposizioni ecclesiastiche. La contesa spirituale assumeva già i contorni di una sfida all’ordine pubblico.
I capi d’accusa toccavano la messa, le penitenze, i pellegrinaggi, il culto delle immagini e l’autorità stessa delle istituzioni religiose. Alcuni prelati esigevano un intervento immediato, chiedendo di procedere contro Oldcastle come eretico. Altri ritenevano imprudente colpire apertamente un uomo di sì nobili natali e tanto favorito dal suo signore. Preferirono rimettere la questione nelle mani di Enrico. Questa deviazione imponeva al re un compito oltremodo scabroso: proteggere un antico compagno senza apparire sordo alla voce dei vescovi, e salvaguardare la pace civile senza trasformare una vertenza religiosa in uno scontro di corte.
Enrico convocò Cobham e lo esortò a sottomettersi alla Chiesa. Secondo Borrow, gli concesse tempo per riflettere, facendogli intendere di volerlo ricondurre all’unità dottrinale anziché consegnarlo a un rigore immediato. Quel consiglio era a un tempo un favore e un’ultima via di compromesso. Oldcastle non la imboccò. Difese le proprie convinzioni, sostenendo di dover rispondere dinanzi a Dio piuttosto che a giudici che non riconosceva come arbitri della propria fede. Da quell’istante, la consuetudine con il re non bastò più a fargli da scudo: rendeva il suo rifiuto fin troppo palese.
Al castello di Leeds, dove Cobham risiede, il primo ufficiale giunto per notificargli la citazione non varca la soglia: con quale diritto osa entrare nella dimora di un nobile senza il suo consenso? L’ufficiale se ne torna con il suo messaggio. Arundel muta allora emissario. John Buller, usciere della camera privata del re, si presenta in nome del sovrano e ottiene udienza. Secondo la narrazione, assicura a Cobham che Enrico desidera vederlo obbedire a quell’atto. Cobham oppone un nuovo rifiuto: sospetta che i preti si servano del nome del re per costringerlo a comparire.
L’arcivescovo rinuncia alle notifiche private. Questa volta, l’ordine di comparizione sarà esposto agli occhi di tutti: i mandati vengono affissi sul portale maggiore della cattedrale di Rochester. Gli amici di Cobham li strappano. Vengono riaffissi; spariscono di nuovo. Ancor prima delle dispute dottrinali, il procedimento si infrange dunque contro porte sbarrate e pergamene lacerate. L’uomo che i vescovi pretendono di interrogare dispone ancora di servitori pronti a respingere i loro agenti e di alleati capaci di cancellarne i decreti. Verrà tuttavia arrestato e tradotto dinanzi al tribunale. Non gli sarà più concesso di replicare congedando il messaggero.
L’arcivescovo lo intimò di ritrattare le proprie dichiarazioni e di riconciliarsi con la Chiesa. Oldcastle non piegò il capo. Si disse pronto a morire piuttosto che mentire alla propria coscienza. Di fronte alla sua irremovibilità, Arundel pronunciò la sentenza definitiva: dichiarato eretico, fu rimesso al braccio secolare «affinché lo mettesse a morte», secondo la formula tradotta da Borrow. Il re, tuttavia, aveva in precedenza accordato un indugio di delibera, disponendo che Cobham fosse custodito nella Torre; il testo precisa che vi rimase per qualche tempo dopo la condanna, prima di evadere.
Trascorse circa quattro anni in Galles, stando a Borrow. Londra non poteva più recapitargli le sue convocazioni. Al suo nome andava ormai legandosi un’altra accusa, destinata a sbarrargli la via del ritorno non meno della condanna religiosa.
Il governo associò quindi Cobham a un disegno insurrezionale. Borrow riferisce che un manipolo di uomini si radunò a St Giles-in-the-Fields, nei pressi di Londra, e che l’episodio fu considerato una ribellione contro il re. Il capitolo non offre una prova autonoma di quanto appartenesse al reale disegno di Cobham e di quanto gli fosse invece imputato dalle autorità. Presenta tuttavia l’insurrezione come l’evento per cui l’accusa di tradimento soppiantò quella di eresia. Il fuggiasco, che aveva sfidato il tribunale ecclesiastico ed eluso il carcere, diveniva ora un nemico dello Stato.
La cattura avvenne solo più tardi, in terra gallese, nella regione di Powis. Sir John Grey, signore di Powis per diritto di nozze, radunò armati non appena seppe che Cobham si trovava nei suoi domini. Borrow narra che questi oppose una fiera resistenza e rimase ferito prima di essere sopraffatto. Il dettaglio non è secondario: l’uomo che la corte aveva dapprima cercato di ricondurre a sé con la persuasione fu condotto a Londra sotto scorta, adagiato su una lettiga, all’indomani di uno scontro cruento. Non vi faceva ritorno da nobile convocato per rendere conto delle proprie credenze, bensì da prigioniero la cui fuga e la cui resistenza erano divenute tessere dell’accusa politica.
Il Parlamento sedeva allora a Londra, e le autorità stabilirono di non scioglierlo prima che Cobham fosse stato ascoltato. Condotto dinanzi al duca di Bedford, reggente in assenza del re, ascoltò l’atto che lo incriminava per l’insurrezione e per altri tradimenti. Invece di difendersi secondo le consuetudini della corte, parlò della misericordia di Dio e sostenne che la vendetta appartiene al Signore. Il giudice lo interruppe, intimandogli di rispondere senza divagare. Cobham dichiarò allora di non riconoscere i giudici presenti, giacché Riccardo II, suo legittimo sovrano a suo dire, era ancora in vita e si trovava in Scozia.
Tale risposta fu fatale: Bedford e i pari vi lessero l’esplicito rifiuto di riconoscere Enrico V. Borrow riferisce che Cobham fu condannato a essere trascinato, impiccato e poi arso sul rogo; l’esecuzione ebbe luogo a St Giles il 14 dicembre 1417. Il compilatore riprende da Walsingham le ultime parole rivolte a Sir Thomas Erpingham: se Cobham fosse tornato in vita il terzo giorno, questi avrebbe dovuto adoperarsi affinché i suoi discepoli potessero serbare le proprie convinzioni senza essere perseguitati. Sono parole tramandate da un cronista, non una finestra sull’animo del condannato. Una catena gli fu cinta attorno alla vita; il patibolo bruciò insieme a lui. Coloro che avevano strappato le citazioni a Rochester avevano potuto distruggere le carte. Non avevano impedito che la giustizia afferrasse l’uomo.
