Ai trentatré capi d’accusa sottopostigli dai consiglieri del re, Thomas Seymour non rispose, sulle prime, una sola parola. Gli fu intimato il dovere di fedeltà feudale: acconsentì infine a replicare ai primi tre, ma si rifiutò di sottoscrivere il verbale. Dietro quelle carte si profilavano l’ombra del nipote, il giovanissimo Edoardo VI, e quella del suo stesso sangue: il lord protettore Somerset. Il prigioniero della Torre non era un nemico venuto da fuori, ma un membro eminente della famiglia che reggeva le sorti dello Stato.
Thomas Seymour, barone di Sudeley e fratello del duca di Somerset, aveva sposato Caterina Parr all’indomani della morte di Enrico VIII. La regina vedova recava in dote a quell'unione un rango straordinario e la più stretta intimità con la corona; Seymour, dal canto suo, era lord grand’ammiraglio, appartenente a quella stessa fratellanza il cui primogenito governava in nome del piccolo re. Una tale vicinanza, tuttavia, non valse a fare scudo all’ammiraglio. Nel resoconto di George Borrow, le intestine rivalità di casa Seymour si intrecciano inestricabilmente con l’imputazione di alto tradimento; la causa era destinata a consumarsi nelle aule del Parlamento, senza il vaglio di una giuria né un regolare contraddittorio.
La fonte indica in Anne Stanhope, consorte del duca di Somerset, una delle figure che più soffiarono sul fuoco della diffidenza fraterna. Avrebbe persuaso il marito che l’ammiraglio ordiva attentati contro la sua vita; dal canto suo, il conte di Warwick avrebbe alimentato quella discordia, lieto di scorgere il discredito abbattersi sul lord protettore. Disegni e moventi, questi, che appartengono alle congetture e al partito preso di Borrow. Il dato storico certo è che Thomas fu tratto in arresto il 16 gennaio 1549 e rinchiuso nella Torre di Londra. Quattro mesi prima era rimasto vedovo di Caterina Parr. La loro bambina, Mary, era venuta alla luce il 30 agosto 1548; appena sei giorni dopo, stando alla cronologia accreditata da Historic Royal Palaces, la regina vedova si spegneva per febbre puerperale, per essere poi inumata nella cappella del castello di Sudeley. Quando i chiavistelli della Torre scattarono alle spalle di Seymour, la figlia orfana di madre non aveva ancora compiuto cinque mesi.
Il fascicolo contava trentatré articoli di alto tradimento e altri gravi delitti. Tra questi, gli si imputava di aver dichiarato che avrebbe convocato «il più nero parlamento» mai vedutosi in terra d’Inghilterra, di aver preteso la mano della principessa Elisabetta e di aver perseguito tale disegno persino dopo il divieto formale del Consiglio. Gli articoli saldavano quell'ambizione matrimoniale alla linea dinastica: nozze con un’erede al trono avrebbero potuto rovesciare gli equilibri che serravano il fanciullo reale. Gli atti lo accusavano altresì di aver sposato Caterina in segreto per poi estorcere al re, tacendo il vincolo già contratto, una lettera che esortava la vedova a cedere alle sue lusinghe, sollecitando al contempo i buoni uffici del protettore. Si aggiungeva l'insinuazione che, se Caterina fosse rimasta incinta a ridosso della morte di Enrico VIII, la prole avrebbe potuto essere attribuita al sovrano defunto o a Seymour, con il rischio di turbare la legittima successione. Borrow riferisce tali sospetti come argomenti propri della pubblica accusa, e non come verità giudiziariamente accertate.
Tra le accuse più infamanti spiccava il sospetto che Seymour avesse avvelenato Caterina al solo fine di convolare a nozze con Elisabetta; Borrow, nondimeno, non reca alcuna prova materiale a sostegno dell'omicidio. Il testo univa a ciò il reclutamento clandestino di soldati e denari, manovre volte a carpire l’animo del re e il piano cruento di un colpo di mano. Si delineava una precisa progressione criminale: Seymour avrebbe dovuto dapprima indurre Edoardo a rovesciare il governo costituito affidandone le redini a lui; in seguito, radunate forze poderose per mare e per terra, avrebbe mirato alla corona. Questa è la trama dell'atto d'accusa tramandata da Borrow, non un disegno eversivo storicamente acclarato.
Le tre risposte prive di firma non bastarono ad arrestare la macchina del processo. Borrow ne annota l’esistenza senza divulgarne il tenore. Il Consiglio si recò al cospetto del giovane re. Il lord cancelliere espose i fatti, poi ciascuno dei maggiorenti prese la parola. Il lord protettore, fratello carnale dell’imputato, dichiarò che quella notizia gli straziava l’animo, ma che la salvezza del re andava anteposta ai vincoli di sangue: se egli stesso si fosse macchiato di simili nefandezze, soggiunse, non si riterrebbe degno di vivere. Edoardo VI rispose di scorgere gravissimi addebiti e di stimare equo che il Consiglio desse corso alla giustizia richiesta. Borrow annota come i consiglieri gli abbiano reso immediata e deferente gratitudine.
Il Parlamento era riunito e i pari del regno optarono per un bill of attainder: una condanna a morte sancita per via puramente legislativa. Le letture dinanzi ai Lord si susseguirono tra il 25 e il 27 febbraio. Ottenuto l’assenso dell'assemblea, il lord protettore chiese licenza di allontanarsi «per naturale compassione», stando agli atti del consiglio. Quell'allontanamento non impedì la convergenza unanime degli altri pari. In quello stesso giorno, la camera alta inviò ai Comuni il Master of the Rolls, Sir James Hales, e il sergente Molineux, domandando se intendessero uniformarsi alla procedura dei Lord; in caso affermativo, i nobili che avevano testimoniato contro l’ammiraglio sarebbero comparsi di persona a deporre a viva voce. I Comuni replicarono che avrebbero esaminato la faccenda e reso nota a breve la propria risoluzione. Non giungendo risposta alcuna, i messi furono inviati nuovamente il 2 marzo, stavolta accompagnati dal sergente Hale, procuratore del re. I deputati scelsero allora di far recapitare la propria risposta al Consiglio per il tramite dello speaker e di una delegazione: esigevano che le prove e i testimoni fossero regolarmente ascoltati. I Lord aggiornarono la seduta, incaricarono il protettore di riferire l'esito alla tornata successiva, quindi tirarono dritto con il bill.
Consumato l'attainder, il 17 marzo il cancelliere e i consiglieri si riunirono attorno al re a Westminster. Ascoltarono la relazione del vescovo di Ely, inviato assieme ad altri prelati presso il prigioniero per istruirlo e confortarlo. Il Consiglio fissò l’esecuzione al mercoledì seguente, tra le nove e mezzogiorno, sulla collina di Tower Hill, disponendo che il capo e il tronco fossero sepolti all’interno della Torre. Al vescovo spettava tornare nella cella per disporre l'anima del condannato a «patire giustizia» con rassegnazione, secondo la formula conservata da Borrow. La sentenza assumeva ormai la concretezza inappellabile di un orario e di un patibolo. In calce al decreto, Borrow riporta una teoria di sottoscrizioni: il cancelliere Rich, Warwick, Paget e gli altri consiglieri di corte. Tra di essi spicca il nome di Somerset. Colui che aveva chiesto di ritirarsi al momento del voto dei pari ricompariva ora tra i firmatari dell’ordine di morte. Al vescovo di Ely fu demandato un secondo compito: recare al condannato la notizia della decisione appena presa, per poi prepararlo alla fine. Non vi tornava più per esigere una risposta agli articoli.
Il 20 marzo 1549, Thomas Seymour fu decapitato su Tower Hill, come confermano gli annali di Historic Royal Palaces. La piccola Mary, figlia di Caterina e di Seymour, era ancora una creatura in fasce. Suo zio aveva pubblicamente immolato il vincolo fraterno all'autorità di lord protettore; per la bambina, quell'atto di Stato significava essere rimasta orfana di entrambi i genitori.
