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Giustizia e scandali · Inghilterra

Il silenzio messo sotto accusa

Rinchiuso nella Torre per aver rifiutato il giuramento di successione e serbato il silenzio sulla supremazia reale, Thomas More vede un colloquio privato trasformarsi in prova di tradimento. Davanti ai giudici, contesta la deposizione di Richard Rich; la figlia Margaret e i suoi congiunti lo accompagnano sino a Tower Hill.

Nel 1532, Thomas More restituì al re il gran sigillo d’Inghilterra. Non si spogliava soltanto di una carica: si ritraeva da un potere che Enrico VIII intendeva trascinare in una contesa in cui la coscienza dell’antico cancelliere non poteva seguirlo. Due anni più tardi, More era rinchiuso nella Torre di Londra. Il sovrano esigeva che riconoscesse la sua supremazia sulla Chiesa d’Inghilterra; l’antico magistrato si sforzava di tacere. Quel silenzio, che More credeva ancora di poter serbare senza condannare alcuno, divenne il cardine di un’accusa di alto tradimento.

Figlio di un giudice londinese, More aveva conosciuto i fasti della corte e la confidenza del monarca. Aveva seduto in Parlamento, rappresentato la Corona all’estero ed era giunto infine al rango di lord cancelliere. Ma il favore non bastò a fargli da scudo quando il re volle sciogliere le nozze con Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena. More aveva deposto il sigillo e disertò l’incoronazione di Anna nel 1533. Aveva inoltre frequentato Elizabeth Barton, la «santa fanciulla del Kent», i cui presagi contro il sovrano avrebbero presto offerto materia a un’istruttoria. A corte, ogni assenza e ogni legame potevano ormai essere letti come una presa di posizione.

La frattura si consumò apertamente quando il Parlamento pretese un giuramento che riconoscesse la successione voluta da Enrico e la sua nuova potestà religiosa. More rifiutò di giurare. Non lanciò alcuna sfida pubblica; spiegò di non poter prestare un assenso che avrebbe vincolato la propria coscienza. Agli occhi del governo, tale riserva non aveva nulla di neutrale. L’ex cancelliere fu condotto alla Torre nella primavera del 1534, mentre gli inquisitori gli intimavano di pronunciarsi senza ambiguità sulla supremazia del re. More comprese che una risposta esplicita lo avrebbe esposto all’accusa di tradimento. Scelse dunque di trattenere le parole.

In principio, quel silenzio difendeva un varco sottile tra il rifiuto e la negazione. More non proclamava che il re non fosse il capo della Chiesa: rifiutava di affermarlo. Sperava che la legge non trasformasse in crimine un pensiero custodito nell’intimo. Gli inquisitori tornavano nondimeno alla medesima istanza: dichiarare apertamente se il monarca detenesse tale autorità. Il vecchio giurista sapeva bene come ogni sua frase potesse essere decontestualizzata; si ostinò nel silenzio e fu ricondotto in cella.

La prigione lo separava dalla sua casa, ma i libri e le visite continuavano a legarlo a quanti amava. Un giorno, il solicitor general Richard Rich si presentò con alcuni uomini incaricati di portar via i suoi tomi. Rich assicurò di non essere stato inviato per discutere della supremazia. La conversazione scivolò tuttavia su quel terreno. Domandò a More se un Parlamento potesse fare di lui, Rich, il re, e rendere reato il negarlo. More rispose che un’assemblea poteva istituire un re; aggiunse però che il paragone non reggeva per l’autorità spirituale, poiché un Parlamento non aveva il potere di trasformare un dogma religioso in verità. La discussione, riferita più tardi da More, restava su un piano puramente ipotetico. Non avrebbe dovuto vincolare nessuno.

Per l’accusa, quello scambio divenne invece una confessione. Al processo, Rich sostenne che More aveva negato la supremazia del re. More si levò, prostrato da oltre un anno di cattività, e contestò la testimonianza. Rammentò che Rich gli aveva promesso di non sollevare quella questione; domandò per quale ragione gli altri uomini presenti al colloquio non fossero venuti a confermare tale versione. Non poteva dimostrare ciò che si era detto tra le mura della Torre. Poteva soltanto denunciare la promessa ricevuta e mostrare la distanza che separava un ragionamento per ipotesi dall’accusa che Rich ne traeva.

Il processo fu celebrato a Westminster il 1° luglio 1535, dopo circa quattordici mesi di prigionia. L’impianto dell’accusa poggiava sull’Atto di Supremazia, sui reiterati rifiuti di More di prestare giuramento e, sopra ogni altra cosa, sulla deposizione di Rich. Ciò che era stato silenzio divenne, dinanzi ai giurati, una negazione attribuita.

More difese la propria condotta da uomo di legge. Non pretendeva di abrogare gli statuti del regno; distingueva l’obbedienza civile dal dovere di professare un’autorità spirituale. La corte ascoltò la requisitoria fondata sulle parole di Rich, che More tacciò di falso giuramento. Agli occhi dell’antico cancelliere, l’accusa mostrava una falla palese: Rich era il solo a riferire quelle parole, sebbene altre due persone si trovassero nella stanza. Chiamati a testimoniare, costoro non confermarono né smentirono il colloquio: dissero di essere stati intenti a imballare i libri e di non aver prestato ascolto. More ricordò che Rich si era impegnato a non interrogarlo sulla sua coscienza, e chiese ai giudici se fosse verosimile che egli si fosse confidato proprio con colui che giudicava indegno di fede. La difesa non poteva cancellare il giuramento di Rich; ma rendeva evidente quanto tutto dipendesse da quel solo giuramento.

I giurati si ritirarono per fare ritorno dopo meno di un quarto d’ora con un verdetto di colpevolezza. Il cancelliere stava già iniziando a pronunciare la sentenza quando More gli rammentò che a un imputato spettava la parola prima del giudizio. Attaccò allora la legge medesima, dichiarandola contraria alle leggi di Dio e della Chiesa, e sostenne che nessun potere temporale poteva arrogarsi la guida di quest’ultima. More fu condannato a essere impiccato, trascinato e squartato, supplizio prescritto per i traditori. Il re commutò la pena nella decapitazione. L’ex cancelliere accolse tale «clemenza» con un’amara battuta, augurandosi che nessuno dei suoi amici dovesse mai ricevere una simile grazia. Gli stazi estremi gli sarebbero stati risparmiati; non vi era tuttavia alcun ritorno possibile.

La famiglia poté vederlo un’ultima volta. Mentre lo riconducevano alla Torre, il figlio gli si gettò ai piedi per implorarne la benedizione; More lo sollevò e lo abbracciò. A Tower Wharf, la figlia Margaret Roper si aprì un varco tra gli armigeri e gli si gettò al collo, incapace di pronunciare altro che «padre mio». Quegli addii, tramandati da Borrow, non mutarono la sentenza né smossero la risoluzione di More; mostrano semmai il prezzo intimo di una fedeltà che le carte d’archivio riducono troppo presto a una mera disputa dottrinale.

Alla vigilia dell’esecuzione, un cortigiano credette di intendere che More avesse mutato avviso. Il prigioniero gli aveva detto di essere «cambiato»; alludeva in realtà alla barba, che non avrebbe più fatto radere. L’aneddoto parrà futile, ma racchiude una punta di sottile ironia: sino all’estremo giorno i suoi interlocutori cercavano una ritrattazione, mentre egli riconduceva le parole al loro senso letterale. La mattina del 6 luglio, Thomas Pope gli recò la notizia che sarebbe morto prima delle nove. More lo ringraziò dell’avviso e domandò che Margaret potesse presenziare alle sue esequie. Ancora il giorno innanzi, il potere poteva sperare che una visita, un’offerta di grazia o l’imminenza del patibolo lo facessero cedere. Non cedette.

Il 6 luglio, More fu condotto a Tower Hill, il volto scavato dalla lunga prigionia. Una donna gli offrì del vino; egli lo rifiutò, accostando il proprio cammino a quello di Cristo, che, disse, non aveva bevuto se non fiele e aceto. Un’altra lo interpellò a proposito di carte che gli erano state affidate quando era cancelliere. Le chiese di attendere un’ora: presto il re lo avrebbe liberato da ogni cura. Un’ora più tardi, gli ultimi affanni terreni non avrebbero più avuto peso; eppure, persino allora, le pretese e i rancori ordinari venivano a esigere il loro tributo.


Ai piedi del palco era così debole da domandare al luogotenente di aiutarlo a salire, promettendo che per scendere si sarebbe arrangiato da sé. Gli fu vietato di pronunciare un lungo discorso. Chiese alla folla di pregare per lui e di testimoniare che moriva nella fede cattolica, fedele a Dio e al re. Prima di posare il capo sul ceppo, scostò la barba, scherzando sul fatto che essa non avesse commesso alcun tradimento. Poi la mannaia calò. La testa fu esposta sul ponte di Londra; dopo alcune settimane, la figlia Margaret la riscattò per impedire che venisse gettata nel Tamigi.


L’antico cancelliere non ribaltò la sentenza né ritrattò il proprio rifiuto. Lasciò dietro di sé un interrogativo che i giudici avevano trasformato in capo d’accusa: può un suddito essere condannato per una parola che il potere gli attribuisce, dopo che egli ha trascorso mesi interi a cercare di non pronunciarla? More aveva creduto che il silenzio lo avrebbe mantenuto al riparo dalla contesa. In quel tribunale, per simile riserva, non vi fu spazio alcuno.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Borrow riferisce il rifiuto di More di prestare il giuramento di successione, il silenzio sulla supremazia reale, il colloquio riportato da Richard Rich, la contestazione della testimonianza al processo e l’esecuzione del 1535. Borrow colloca il dibattimento al 7 maggio; i documenti storici (Historic Royal Palaces) lo attestano al 1° luglio 1535. La presente narrazione adotta la datazione moderna accertata e segnala la divergenza quale limite della fonte. Alcuni aneddoti della vigilia e del mattino dell’esecuzione provengono dalla tradizione biografica raccolta da Borrow; non sono presentati come verbali coevi.

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