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Giustizia e scandali · Spagna

L'uomo che si volle cancellare

Un sacerdote accoltella Isabella II a palazzo. Cinque giorni bastano per giudicarlo e giustiziarlo; nel frattempo, le più alte cariche dello Stato cercano i complici che egli afferma di non avere.

La regina doveva mostrarsi a Madrid; non andò oltre una galleria del suo palazzo. Il 2 febbraio 1852, Isabella II aveva appena lasciato la cappella reale per recarsi ad Atocha quando un sacerdote la colpì con una pugnalata. Era l'una e un quarto. Le cerimonie predisposte per la giornata, i ricevimenti, le luminarie, tutto ciò che doveva offrire al pubblico la sua parte di festa rimase sospeso. Non restava che attendere i medici.

La ferita aveva sfiorato l'avambraccio destro prima di raggiungere il fianco. I sanitari non la ritennero dapprima gravissima, ma i loro bollettini conservavano la cautela tipica di chi esamina una lesione recente. Si annunciò che la sovrana era calma; poi si diede notizia di una reazione febbrile, di sudori, di sonno. Ogni dispaccio passava dagli appartamenti al governo e dal governo al giornale ufficiale. Il corpo della regina disponeva del proprio servizio d'informazione.

L'uomo arrestato si chiamava Martín Merino y Gómez. Ed era a tutti gli effetti un sacerdote. Tale circostanza, lungi dall'attenuare l'allarme, vi aggiungeva un ulteriore carattere di scandalo. La monarchia si presentava circondata dalla Chiesa; un ecclesiastico aveva appena osato alzare le mani su di essa. Le proteste del clero affermarono con insistenza che quell'individuo non rappresentava né la propria vocazione né la dottrina. Occorreva isolare il colpevole sin dentro l'abito che portava.

La giustizia non dovette cercare a lungo l'autore materiale dell'attacco. Ebbe invece il compito di rispondere al quesito che tenne occupati i ministri nei giorni seguenti: alle sue spalle, c'era forse qualcuno? Un assassino solitario resta terribile; un assassino i cui sodali rimangano ignoti lascia la minaccia aperta. Merino era sotto stretta sorveglianza, ma tale incertezza continuava a serpeggiare nelle stanze del palazzo.

Il governo si riunì in seduta permanente. Accanto alla procedura giudiziaria, avviò una propria indagine. Il presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia interrogarono personalmente il prigioniero. Un colloquio di un'ora non rivelò alcun complice. Non per questo considerarono la ricerca conclusa. Altri personaggi, incaricati di avvicinarlo insieme o separatamente, avrebbero dovuto riproporre la questione sotto diversa forma.

Merino non era un perfetto sconosciuto privo di passato. La stampa francese raccolse presto memorie dei suoi anni d'esilio nella Gironda: lezioni di spagnolo, di matematica, di latino; una dimora a La Brède; una familiarità con Orazio che i suoi antichi vicini non avevano dimenticato. Tali testimonianze indirette, pubblicate all'indomani dell'attentato, divergevano persino sul suo appetito. Gli uni descrivevano un uomo sobrio, gli altri un amante della buona tavola. Il ritratto pubblico andava fabbricandosi mentre l'istruttoria già correva verso il proprio epilogo.

La sera stessa dell'aggressione, il giudice del distretto di Palacio, Pedro Nolasco Aurioles, annunciò alle undici che la fase sommaria era conclusa e che trasmetteva gli atti al pubblico ministero per la formulazione d'accusa. Il potere aveva mantenuto il caso dinanzi alla giurisdizione ordinaria, anziché deferirlo al tribunale del Senato. Tale scelta preservava le forme giudiziarie, senza tuttavia concedere alcuna lentezza al loro compimento.

Il 3 febbraio, le prove a discarico dell'imputato furono esaminate alla presenza del suo difensore e del rappresentante della pubblica accusa. Alle sette di sera, il magistrato comunicava d'aver pronunciato la condanna a morte mediante garrota. Il condannato avrebbe dovuto subire preventivamente la degradazione canonica. Il fascicolo partì immediatamente per l'Audiencia di Madrid. La regina era stata colpita il giorno prima; il suo feritore aveva già ricevuto la prima sentenza.

Nel frattempo, a palazzo, la febbre scendeva e tornava l'appetito. Le due notizie procedevano di pari passo sulle colonne della Gaceta: la convalescenza della vittima e la condanna del suo aggressore.

Il 5, un'udienza pubblica si tenne dinanzi a questa seconda corte. Lettura degli atti, osservazioni della difesa, requisitorie: l'udienza terminò prima di mezzogiorno. La pena fu confermata. Si avvertì l'arcivescovo di Toledo affinché la cerimonia religiosa preliminare all'esecuzione potesse avere luogo. Il vescovo di Malaga si recò al Saladero insieme agli ecclesiastici designati per assisterlo.

Alle due del pomeriggio, in un ambiente della prigione coi balconi spalancati, Merino fu degradato. La relazione ufficiale pose in risalto il numero dei presenti e la solennità dell'atto. Il sacerdote veniva pubblicamente reciso da quello stato di cui aveva scandalizzato i confratelli. Indi fu data lettura della decisione giudiziaria; il reo entrò nel tempo della preparazione alla morte. L'esecuzione fu fissata per il sabato, all'una e un quarto: esattamente l'ora dell'attentato.

La ricerca dei complici, tuttavia, continuò. Il presidente del Tribunale supremo riuscì a conquistarsi una qualche confidenza. Merino gli affidò un'ultima volontà e il nascondiglio d'una somma di denaro, con le debite istruzioni per distribuirla. Non fece alcun nome. Tale disparità dovette risultare frustrante per quanti attendevano una rivelazione di natura politica: l'uomo sapeva indicare dove fosse il proprio denaro, ma persisteva nel dichiarare di non aver avuto soci.

Il 6 febbraio consegnò uno scritto destinato a Isabella II. Esigeva che venisse recapitato soltanto dopo la propria morte, affinché non si potesse imputare quel passo alla speranza di ottenere un qualche beneficio. Chiedeva perdono e ribadiva di non lasciare alcuno incaricato di attentare alla vita della regina. Un altro testo, sottoscritto dinanzi a quanti lo circondavano, confermò tale dichiarazione. I visitatori religiosi non raccolsero più nomi di quanti ne avessero ottenuti i ministri.

Il 7, Merino fu giustiziato. Sosteneva ancora, al momento del supplizio, d'aver agito senza alcun complice. Il governo disponeva ormai d'un condannato morto e d'una reiterata affermazione; volle nondimeno ottenere qualcosa di ancor più definitivo dell'uno e dell'altra. Si adoperò per cancellare ogni traccia materiale dell'uomo.

Le disposizioni ordinarono la distruzione del pugnale e del suo fodero, nonché delle armi rinvenute nella sua abitazione. I libri e le carte dovevano essere dati alle fiamme, fatte salve talune eccezioni per gli interessi privati e familiari. Il quaderno di appunti politici, dal canto suo, doveva confluire nel fascicolo inviato al ministero, chiuso e sigillato. Si separava in tal modo ciò che occorreva conservare per il potere da ciò che non doveva più circolare tra gli uomini.

Il corpo fu condotto al cimitero. Le autorità temevano che ne venisse sottratta una qualche parte, per rivenderla o col pretesto di studiarla; ne ordinarono l'incinerazione e la dispersione delle ceneri nella fossa comune. Un verbale registrò presenze e orari. Alle sette e venti l'operazione era conclusa.

L'indomani, la Gaceta pubblicò i provvedimenti destinati a cancellare persino il ricordo di Merino. Ne stampò il nome, le dichiarazioni, gli ordini e le rispettive firme. L'oblio era stato meticolosamente compiuto; per renderne conto, era stato necessario erigergli un monumento di carta.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

La narrazione segue i comunicati giudiziari, medici e governativi della Gaceta de Madrid del 3, 4, 6 e 8 febbraio 1852, in particolare le dichiarazioni di Merino pubblicate post mortem e gli ordini di distruzione. Tali testi ufficiali espongono la versione del potere, non una disamina neutrale dell'intero dibattimento. Le memorie girondine sono riportate quali testimonianze indirette di stampa. Il testo non formula diagnosi a carico di Merino né inventa dialoghi o mandanti.

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