Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio 1879, due uomini si introdussero con la forza nella canonica di Edlingham, nei pressi di Alnwick. L’anziano pastore Buckle, destato da rumori sospetti, scese le scale impugnando una vecchia spada. La figlia lo seguì. Gli intrusi erano armati; partì un colpo di fucile che ferì padre e figlia alla spalla. La giovane Buckle, pur colpita, riuscì ad afferrare uno degli aggressori per i capelli. I due fuggirono da una finestra, portando con sé poco denaro e un orologio d’oro con catena e sigillo. La donna diede immediatamente l’allarme e inviò un uomo a cavallo ad avvertire la polizia.
I primi sospetti condussero gli agenti da Charles Richardson, bracciante, e George Edgell, aiuto giardiniere. Entrambi avevano precedenti penali, ma furono trovati a letto, con le scarpe perfettamente asciutte. I poliziotti si recarono allora presso l’abitazione di Michael Brannagan e Peter Murphy, due noti bracconieri non ancora rincasati. Quando i due ricomparvero, verso le sette del mattino, avevano abiti e calzature inzuppati d’acqua. Ammisero una battuta di caccia di frodo, ma negarono ogni addebito riguardo all’effrazione. La polizia li trasse in arresto.
L’identificazione degli uomini penetrati nella canonica si rivelò oltremodo incerta. Il pastore e la figlia avevano scorto gli intrusi in una luce fioca, prima al chiaro di luna e poi al bagliore di una candela: impossibile distinguerne i volti. Nondimeno, descrissero l’uomo che aveva puntato l’arma: spalle larghe, corporatura robusta, capelli scuri, portamento marziale. Una sagoma che ricordava loro Brannagan, pur senza che alcuno dei due osasse riconoscerlo formalmente sotto giuramento.
L’indagine cercò di puntellare quel ritratto sommario con elementi materiali. Alcune orme rilevate in giardino vennero calcate nel gesso e risultarono corrispondenti agli stivali di Brannagan e agli zoccoli di legno di Murphy. Uno scalpello rinvenuto sul luogo del delitto fu riconosciuto da John Redpath, padrone di casa di Murphy. Un lembo di giornale abbandonato nell’orto combaciava con un foglio rinvenuto nella fodera di un cappotto sequestrato. Infine, un frammento di tessuto repertato accanto alla finestra presentava forti somiglianze con i calzoni di Brannagan. Quest’ultimo indizio, tuttavia, apparve fragile già durante il dibattimento: il bottone non corrispondeva a quelli dell’indumento e un sarto attestò che la striscia di stoffa era stata tagliata con le forbici, non strappata.
I Buckle furono condotti nottetempo a Edlingham per osservare i sospetti negli abiti di quella sera: confermarono una somiglianza di statura e di corporatura, ma non i lineamenti del viso. La giuria ascoltò quindi i riscontri tecnici e le versioni discordanti fornite da Brannagan e Murphy sulla loro nottata di caccia. Il 23 aprile 1879, dopo tre ore di camera di consiglio, li dichiarò colpevoli di furto con scasso e tentato omicidio. Condannati ai lavori forzati a vita, furono tradotti attraverso vari stabilimenti carcerari, da Morpeth a Portsmouth.
Quasi un decennio dopo, due individui già noti alle forze dell’ordine di Alnwick, Edgell e Richardson, si presentarono spontaneamente agli agenti confessando di essere gli unici autori dell’effrazione. Edgell spiegò che il rimorso e le esortazioni del proprio pastore lo avevano spinto a parlare, per restituire la libertà a uomini che sapeva innocenti. La notizia suscitò un’ondata di indignazione nazionale. Il 15 novembre 1888, Brannagan e Murphy furono scarcerati per grazia sovrana. Ad Alnwick, una folla festante li portò in trionfo dalla stazione ferroviaria tra suoni di banda e acclamazioni. Il governo concesse a ciascuno un indennizzo di ottocento sterline.
I vecchi condannati non furono tuttavia semplicemente rimpiazzati dai nuovi rei confessi. Una petizione sottoscritta da migliaia di cittadini di Alnwick accompagnò Edgell e Richardson sino all’aula di tribunale: si chiedeva al giudice di tenere conto della spontaneità della confessione e di concedere una pena mite. La difesa sollevò anzitutto il dilemma che agitava l’opinione pubblica: era lecito processare due uomini per un delitto per il quale altri due avevano già scontato anni di reclusione? Il magistrato replicò che la causa andava istruita: la petizione, rammentò, riguardava le prerogative di grazia della Corona, non l’applicazione della legge. Giudicati a Newcastle, Edgell e Richardson ammisero l’effrazione e il furto, ma negarono qualunque intenzione omicida verso il pastore e la figlia; Richardson sostenne che il colpo fosse partito accidentalmente. L’accusa fece cadere l’imputazione di tentato omicidio, circoscrivendo il capo d’accusa ai fatti confessati. Il giudice inflisse a entrambi cinque anni di lavori forzati. Il loro racconto spiegava alcune tracce all’epoca trascurate — impronte di ginocchia presso la finestra e piedi avvolti in pezzi di sacco —, ma conteneva pure incongruenze su chi avesse ideato il colpo e su chi fosse entrato per primo.
Il dubbio imboccò allora una piega ancora più inquietante. Tre poliziotti — Thomas Harrison, Isaac Gair e Robert Sprot — furono incriminati con l’accusa di aver cospirato insieme al loro defunto superiore, George Harkes, per fabbricare false prove a carico di Brannagan e Murphy. La tesi accusatoria sosteneva che i calchi in gesso fossero stati impressi direttamente sulle calzature dei sospetti e spacciati per orme del giardino; che lo scalpello fosse stato collocato ad arte tra gli attrezzi di Redpath per estorcerne il riconoscimento; e che il brandello di giornale e la stoffa fossero stati depositati per irrobustire un fascicolo altrimenti inconsistente.
Il processo del febbraio 1889 non mirava però a ricostruire la dinamica del furto, bensì a stabilire se gli agenti fossero consapevoli di aver alterato o inventato gli elementi probatori. Le confessioni di Edgell e Richardson costituivano l’architrave dell’accusa, ma il loro movente restava controverso: essi affermavano di aver creduto, su parere di un religioso e di un legale, che non sarebbero stati puniti dopo che altri erano già stati condannati per il medesimo fatto. Eppure avevano accettato cinque anni di carcere duro pur di confermare le proprie dichiarazioni. Il reverendo Perry, dal canto suo, smentì con una lettera alla stampa di aver mai garantito loro l’impunità. Le versioni di una confessione concorde non apparivano dunque meno vacillanti delle testimonianze del 1879.
Anche le prove materiali furono sottoposte a un riesame serrato. L’agente Chambers ribadì che i calchi erano stati eseguiti la mattina successiva al delitto, alla presenza del dottor Wilson. L’arcidiacono Hamilton ricordò che Redpath aveva maneggiato lo scalpello descrivendone due segni particolari prima ancora di confermarne la proprietà; Redpath aveva poi ritrattato solo dopo aver perso il lavoro ed essere stato bandito dalla comunità. Il frammento di pantalone era stato contestato fin dal primo giudizio; quanto al foglio nel cappotto, il medico Wilson lo aveva rinvenuto durante un’ispezione volta a cercare lacerazioni da fendente di spada, ben prima che la vicenda giudiziaria si trasformasse in un processo alla polizia.
Il giudice Denman ammonì i giurati: non spettava loro stabilire se i colpevoli fossero Brannagan e Murphy oppure Edgell e Richardson. A quell’interrogativo due distinti procedimenti avevano già dato risposte inconciliabili; non era quello il mandato della corte. Dovevano unicamente giudicare se i poliziotti avessero ordito una frode consapevole per sviare la giustizia. Un’inchiesta inficiata da eccesso di zelo, quand’anche avesse generato un errore madornale, non bastava a configurare una deliberata macchinazione. E se pure un agente avesse fatto ricorso a un sotterfugio per indurre un testimone alla verità, ciò non costituiva, di per sé, prova di complotto.
Dopo cinque giorni, la giuria dichiarò i tre poliziotti non colpevoli. Gli imputati vennero rimessi in libertà. La sentenza lasciava nell’ombra i veri responsabili della notte del 1879. La cronaca stessa si arresta sulla soglia dell’irrisolto: le tardive confessioni appaiono verosimili, eppure vari indizi della prima indagine conservano una loro tenuta; gli assolti del 1889 poterono agire in buona fede, senza che ciò cancelli l’ingiustizia subita da Brannagan e Murphy. Nell’ordinamento inglese non esisteva un istituto di revisione capace di riaprire con linearità il primo verdetto. La grazia reale aveva schiuso i cancelli della prigione; non aveva sciolto le contraddizioni della verità processuale.
