Il 20 gennaio 1860, a Rzeszów, un baule tornato intatto da Leopoli prese a diffondere un lezzo così insostenibile che la ditta di spedizioni Reich & Kraus mandò a chiamare un apprendista fabbro affinché ne forzasse l’apertura. I documenti di trasporto dichiaravano lampadari, porcellane e prelibatezze alimentari; la lettera di vettura stimava il peso in centosessantuno libbre e il valore del carico in duecento fiorini. Il giovane fabbro fece saltare la serratura. All'interno, serrato tra lenzuola e cascami di cotone, giaceva il corpo di un uomo in avanzato stato di putrefazione, con il cranio sfracellato.
Quasi un anno prima, Karl Hurk si era allontanato dai propri cari senza lasciare recapito alcuno. Il 14 marzo 1859, il fratello Joseph lo aveva visto a Vienna, intento alla tenuta della cassa e dei libri contabili per l'azienda di famiglia. La ditta gestiva una fonderia e officina meccanica a Leobersdorf, una fabbrica di doratura e un magazzino di vendita nella Bischofgasse. Karl doveva raccogliere i fondi necessari a saldare i pagamenti del giorno successivo. Presso Pichikal aveva riscosso 6.200 fiorini in banconote e una cambiale da duecento fiorini; verso le cinque del pomeriggio, un altro testimone lo aveva notato mentre presentava alla ditta Pollak un effetto cambiario da mille fiorini per conto della casa commerciale.
Non fece più ritorno. Il 15 marzo non si presentò a colazione. Il direttore Rudolf Schönwetter prese informazioni tra gli impiegati, perlustrò i luoghi adibiti al riconoscimento degli annegati e infine telegrafò a Leobersdorf. Joseph Hurk accorse a Vienna. Gli abiti, la biancheria e le carte del fratello erano perfettamente in ordine; mancavano soltanto Karl, il suo portafogli, l'orologio da tasca con catena, il sigillo personale e il denaro appena riscosso. Tra i creditori prese corpo l'ipotesi di una fuga con la cassa, poiché la piazza d'affari viennese attraversava allora una fase critica; lo stesso Joseph temette che quella sparizione potesse precipitare il commercio nel dissesto, pur rifiutando di credere che il fratello avesse deliberatamente abbandonato la famiglia.
I primi sospetti caddero su Johann Schmidt, il commesso che lavorava al deposito sotto gli ordini diretti di Karl. Il giorno in cui Joseph gli domandò dove fosse il superiore, Schmidt diede segni di turbamento. Sostenne tuttavia di aver trascorso l'intera serata con Maria Bichl, la sua amante; costei e la sorella Rosa confermarono che l'uomo le aveva raggiunte subito dopo la chiusura del negozio. Un agente di polizia le sottopose a interrogatorio. Dapprima Maria e Rosa dichiararono di non conoscere alcuno Schmidt, per poi ammettere di conoscerlo con il nome di battesimo «Jean». Quando l'agente tornò conducendo con sé il giovane, le donne ribadirono che si era presentato come al solito. Tale versione allontanò temporaneamente i sospetti.
Schmidt continuava a ripetere che Karl se n'era andato con il denaro. A seconda dell'interlocutore, parlava di sei-ottomila fiorini, poi di ventimila; alla portinaia assicurò persino che il suo principale era salpato per l'America. Davanti a Joseph, che si consumava nell'angoscia, il giovane commesso ostentava l'attaccamento di un amico fidato dello scomparso. Si assentò per qualche tempo in Moravia, dove spese largamente facendo credere che Maria fosse figlia di un ricco possidente terriero. Al ritorno a Vienna fu mantenuto al suo posto nella ditta, nonostante le voci di ammanchi che già gravavano su di lui: Joseph confidava ancora che egli potesse far luce sul destino del fratello.
A riaprire il caso non fu una delazione, bensì una spedizione dimenticata sui binari. A Vienna, un baule acquistato nei pressi del deposito era stato affidato alla ferrovia il 15 marzo sotto il nome di tale Joachim Poppe, diretto a Praga con l'indicazione di «lampadari, porcellana e prelibatezze». Il destinatario non era Poppe, ma Johann Treffler, albergatore alla Blaue Stern, il quale non attendeva alcun collo di quel genere e lasciò cadere l'avviso di giacenza. Una lettera a firma del falso mittente dispose in seguito che la cassa fosse inoltrata più a est, in Galizia. Da Praga il carico giunse a Rzeszów, poi a Leopoli; nessuno si presentò a ritirarlo. Il commerciante David Mahl finì per rispedirlo alla casa di transito Reich & Kraus.
Quando il baule tornò a Rzeszów, il contrassegno rosso tracciato a Vienna era ancora intatto e il lucchetto non mostrava segni di scasso. L'esame autoptico stabilì che l'uomo era stato colpito violentemente e ripetutamente al capo quando era ancora in vita, mediante un corpo contundente, verosimilmente una sbarra o un pesante arnese di ferro. Un colpo aveva letteralmente sfondato il lato sinistro della scatola cranica. Tra le lenzuola che avvolgevano la salma, i periti rilevarono le cifre ricamate «C. H. 20»; un asciugamano recava il medesimo contrassegno. Un funzionario che conosceva la famiglia Hurk riconobbe quegli indizi e avvertì Joseph. Questi identificò la salma del fratello dalla corporatura, dai baffi, dalle mani e, in modo inequivocabile, da un dente otturato di recente. La camicia cifrata mancava dal corredo domestico proprio dal giorno della scomparsa.
La lettera di vettura e la richiesta di rispedizione mostravano una grafia analoga a quella di Schmidt. Joseph riconobbe inoltre il baule, comprato a suo tempo dal proprio commesso. L'orologio e la catena di Karl furono rinvenuti in possesso dello stesso Schmidt; taluni indumenti macchiati erano passati per le mani di Maria Bichl, la quale – secondo quanto ritenuto in seguito dai magistrati – era conscia della provenienza delittuosa dei beni. Il fantomatico «Michael di Berlino», cui Schmidt tentava di attribuire i colpi mortali, non resse al vaglio degli inquirenti. Il commesso aveva favoleggiato di un complice prussiano, ma le indagini condussero a Friedrich Tuschhof, un commesso viaggiatore conosciuto a Vienna. Questi rivelò che Schmidt gli aveva offerto duecento fiorini, oltre alle spese di viaggio, per scortare un baule sigillato fino al confine russo. Tuschhof aveva rifiutato la proposta, apprendendo solo più tardi della sparizione di Karl.
La concatenazione degli indizi serrò in un cerchio coerente il deposito, il denaro, la cassa e la figura del commesso, pur mancando la testimonianza diretta del momento dell'uccisione. L'istruttoria giudiziaria collocò il delitto all'interno dei locali commerciali la sera del 14 marzo, mentre i documenti provavano l'ultima presenza in vita di Karl in città, le lesioni letali, il trasbordo del cadavere e la sparizione dei suoi averi. Schmidt continuò a negare l'omicidio, ribadendo che Karl era stato percosso dal «berlinese» e che egli si era limitato ad aiutarlo a occultare la salma; giustificazioni che i giudici respinsero fermamente.
Maria Bichl ammise di aver ricevuto indumenti insanguinati e altri effetti, provvedendo a farli sparire. Sapeva, stabilì il collegio, che Schmidt aveva soppresso l'uomo e spedito il corpo, ma non fu provata la sua preventiva conoscenza del disegno omicida. Quanto a Rosa Bichl, accusata di aver preso parte all'occultamento, la corte giudicò insufficienti gli elementi raccolti per dimostrare che avesse compreso i discorsi dei due amanti o che conoscesse la provenienza di quei capi. Le due sorelle andarono incontro a esiti processuali distinti.
Il dibattimento si aprì il 30 maggio 1860 dinanzi al tribunale criminale di Vienna. I testimoni ricostruirono le ultime ore di vita della vittima, le somme incassate, le lettere di vettura ferroviarie e gli incontri di Schmidt; i periti settori illustrarono le ferite riscontrate a Rzeszów. Il 5 giugno il tribunale, composto da cinque magistrati, pronunciò la sentenza. L'opinione pubblica la ritenne fin troppo mite; secondo il commento giuridico allegato agli atti, la legislazione dell'epoca precludeva l'applicazione della pena capitale quando la prova di colpevolezza poggiava unicamente su un quadro indiziario in assenza di piena confessione. Schmidt fu dichiarato colpevole di omicidio a scopo di rapina e di appropriazione indebita, venendo condannato al carcere a vita in regime di dura reclusione, con l'obbligo di risarcire Joseph Hurk.
Maria Bichl fu condannata per complicità nel furto, e non nell'omicidio, a quattro anni di carcere duro; fu prosciolta dall'accusa di correità nell'assassinio per difetto di prove circa un accordo preventivo. Rosa fu rimessa in libertà, sebbene la formula adottata non sancisse una patente di limpida innocenza. Sia l'accusa sia i condannati interposero appello. Il 24 luglio la corte superiore confermò l'impianto della sentenza di primo grado, mutando unicamente il dispositivo relativo a Rosa: fu dichiarata non punibile per insufficienza di prove, anziché pienamente prosciolta da ogni addebito di concorso nel furto.
Le rotaie avevano trascinato quel feretro ben oltre le città in cui si cercava ancora Karl in vita. Non erano valse, tuttavia, a cancellare le cifre sulla tela, la grafia sulle missive né la traccia burocratica delle spedizioni. Davanti ai giudici, il viaggiatore di Berlino rimase un'invenzione difensiva; la pena fu misurata sul rigore delle prove accertate e sul limite invalicabile che il diritto del tempo imponeva alla certezza morale dei magistrati.
