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Giustizia e scandali · Inghilterra

Il corpo trattenuto dalle paratie

Hertford, marzo 1699. Sarah Stout scompare dopo aver trascorso la serata con l’avvocato Spencer Cowper; il suo corpo viene ripescato nel fiume, incagliato tra le paratie del mulino. Un’esumazione, un fascio di lettere, un tragitto notturno contestato e alcune frasi carpite in locanda trascinano Cowper e altri tre uomini a processo per omicidio. Tutti saranno assolti, senza che gli atti chiariscano mai la vera causa della morte.

All’alba, il corpo di Sarah Stout si impiglia contro i pali del mulino. Una donna che aveva trascorso la serata a Hertford in compagnia dell’avvocato Spencer Cowper viene ripescata nel fiume, la testa e un braccio incastrati fra i legni. I primi testimoni scorgono le sue vesti quasi a fior d’acqua; altri assicurano che giacesse quasi interamente sommersa. Sua madre esige di sapere come sia morta la figlia. La città, dal canto suo, si chiede anzitutto se Sarah non abbia cercato di sparire.

Lunedì 13 marzo 1699, giorno d’assise, Cowper giunge a Hertford al seguito dei giudici. Prende alloggio dapprima da Barefoot, dove la sua famiglia è solita trattenere una stanza. Più tardi, cena a casa degli Stout. Sarah è nubile e dispone di un patrimonio personale. Indirizza a Cowper lettere appassionate; le cronache non consentono di affermare se tali sentimenti fossero ricambiati. La domestica, Sarah Walker, rammenta che l’uomo promette di tornare per la cena e per la notte. Rientra dopo le nove. Chiede dell’inchiostro, scrive a sua moglie, cena con del latte e si trattiene con Sarah e la madre di lei.

Alle undici, la serva sale a scaldare il letto. Ode il portone d’ingresso richiudersi. Quando scende di nuovo, Cowper e Sarah sono svaniti. In casa si attende il loro ritorno: la madre e la domestica vegliano per buona parte della notte, ma non danno l’allarme ai vicini. Al mattino, Sarah viene rinvenuta nel fiume. La salma reca segni scuri vicino all’orecchio e alla clavicola, ma nessuna traccia netta di strangolamento da corda. La prima inchiesta conclude per un annegamento; settimane più tardi, i parenti fanno riesumare il corpo.

L’accusa ricostruisce allora le ore che hanno preceduto il ritrovamento. Cowper è stato l’ultimo uomo visto insieme a Sarah; lascia poi la città senza passare a sincerarsi delle condizioni della madre. Manda a ritirare il proprio cavallo dalla scuderia degli Stout, dirà poi, nel timore che i beni della casa venissero confiscati qualora la morte fosse stata dichiarata un suicidio. Altri testimoni rammentano tre uomini alloggiati da Gurrey, che parlavano di Sarah come di una vecchia fiamma di Marson. Uno dei convitati avrebbe dichiarato che un amico l’aveva «sistemata»; più tardi, la compagnia brinda alla fine dei suoi giorni di corteggiamento. Parole che, riferite dopo il rinvenimento del cadavere, paiono tradire una conoscenza preventiva della sua fine. Gli uomini sosterranno che si trattava di semplici battute da taverna.

Il processo si apre a luglio. Cowper, avvocato di professione, siede al banco degli imputati assieme a John Marson, Ellis Stevens e William Rogers. L’accusa dipinge i quattro uomini come un sodalizio criminoso: strangolare Sarah e gettarne poi il corpo nella corrente. Ma la prova si scinde d’emblée in due quesiti distinti: qualcuno l’ha uccisa prima che entrasse in acqua? E, in caso affermativo, sono gli uomini alla sbarra i colpevoli?

I testimoni che hanno estratto il corpo descrivono una donna adagiata sul fianco, a ridosso delle paratie, talora semisommersa. Diversi giurano che nessun ramo la sorreggesse; altri scorgono canne o sterpi sotto la spoglia. Tutti concordano sulle scarpe e sulle calze intonse, sul corpo non tumefatto e sulla bava alla bocca. Il chirurgo che la esamina il giorno stesso nota zone di sangue raggrumato e un lieve gonfiore al collo, pur ammettendo di non aver riscontrato alcun solco di legatura. I rilievi suggeriscono una violenza, senza però indicarne l’autore né una dinamica incontrovertibile.

Sei settimane dopo la sepoltura, i medici sezionano la salma su istanza della madre. Non trovano acqua né nel torace né nell’addome e deducono che Sarah non sia annegata. I difensori di Cowper contestano il valore di un’ispezione così tardiva: i resti sono già alterati e l’esumazione non è stata disposta dal coroner. I periti citati dall’accusa e quelli della difesa si scontrano su ciò che tali riscontri permettano di stabilire. Alcuni ritengono che chiunque entri vivo nell’acqua debba per forza ingerirne; altri replicano che basta una minima quantità per soffocare, e che i segni svaniscono col tempo. La corte ascolta certezze mediche inconciliabili, formulate sopra un cadavere già restituito alla terra.

La notte si trasforma allora in una mappa da ricomporre. La domestica ribadisce che Cowper si è allontanato insieme a Sarah. L’avvocato sostiene invece di aver lasciato la casa prima delle undici, dopo aver restituito il denaro dovuto alla donna, e di aver raggiunto la locanda del Glove and Dolphin. Diversi garzoni dell’albergo confermano il suo arrivo al rintocco dell’orologio e attestano che non si è più mosso. Secondo il tragitto calcolato dai testimoni, sarebbero occorsi più di trenta minuti per raggiungere il punto in cui Sarah è stata trovata e fare ritorno. Egli poteva dunque trovarsi a letto prima di mezzanotte senza essersi mai accostato al fiume. Ma questa cronologia poggia sull’esattezza degli orologi, sui ricordi e sul racconto della serva, i cui orari divergono di mezz’ora da quelli del borgo.

Le lettere di Sarah complicano ulteriormente il quadro. La donna scrive di voler vivere con Cowper e di non voler rinunciare a lui; una delle missive reca la data del 9 marzo, quattro giorni prima della morte. La difesa le esibisce come la prova di una passione unilaterale che la famiglia aveva tutto l’interesse a celare. Sostiene che Sarah attraversasse periodi di cupo sconforto e avesse già manifestato l’intento di gettarsi da una finestra. Alcuni testimoni affermano di averle sentito invocare la morte. Per la madre e per la pubblica accusa, simili parole non bastano a fare di quella fine un suicidio: l’affetto, la malinconia e un corpo nel fiume non compongono una spiegazione esauriente.

Cowper nega di aver mai toccato la donna e respinge ogni movente economico. Spiega di essersi limitato a consigliare Sarah in merito a un prestito di duecento sterline, saldato diversi mesi prima del decesso; le sei ghinee trovate nella tasca della giovane corrisponderebbero agli interessi che egli le aveva consegnato quella sera stessa. Ribadisce di non aver nulla da guadagnare dalla sua scomparsa. La difesa fa leva anche sull’assenza di prove dirette: nessun testimone ha visto compiere il delitto, nessun’arma o strumento viene rinvenuto, e i discorsi uditi alla locanda sono stati riferiti soltanto a cose fatte.

Gli altri tre imputati forniscono la propria versione del viaggio verso Hertford. Marson dichiara di aver deviato dalla strada maestra per sbrigare un affare a Southwark e di essere arrivato solo a tarda sera; Stevens e Rogers affermano di non aver mai conosciuto Sarah prima che il suo nome risuonasse nella locanda. Liquidano le frasi sinistre come uno scherzo di pessimo gusto e negano l’esistenza del misterioso fagotto di biancheria evocato dall’accusa. Agli occhi dei congiunti di Sarah, questi dettagli disegnano la trama di un piano premeditato. Per la difesa, acquistano coerenza soltanto se si presuppone a priori la colpevolezza.

Per ore il dibattimento contrappone una famiglia che rifiuta di veder liquidata la morte di Sarah come un suicidio a quattro uomini che difendono la propria reputazione prima ancora della vita. L’accusa non riesce a dimostrare che l’annegamento accidentale sia impossibile; la difesa non cancella né l’apparente fuga dopo le undici né i discorsi origliati all’osteria. La giuria si ritira per mezz’ora. Dichiara Cowper, Marson, Stevens e Rogers non colpevoli. Il verdetto estingue l’azione penale, non l’enigma: gli atti non rivelano come Sarah sia morta, né se una mano l’abbia uccisa. La sua ultima sera resta sospesa tra lettere che narrano un tormento, testimoni che ricordano troppo tardi e un fiume le cui paratie ne hanno trattenuto il corpo.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Il resoconto riporta ampiamente le argomentazioni dell’accusa e della difesa, nonché i pareri medici discordanti formulati a seguito di un’esumazione avvenuta sei settimane dopo il decesso. La narrazione non tratta tali perizie alla stregua di riscontri scientifici moderni. I quattro imputati furono assolti; nessuna causa certa di morte né l’identità di un colpevole possono essere desunte da questa fonte storica.

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