Al processo di William Sawyer, la causa si spostò assai lontano dal luogo in cui erano rimbombati gli spari. La giuria sedeva a Londra; l’atto d’accusa situava la morte di Harriet Gaskett a Lisbona, nel regno di Portogallo. Il Weekly Entertainer del 1815 colloca la dimora a Campo Major, nei pressi di Lisbona; Pelham scrive Campo Mayor, «a Lisbona», e l’estratto giudiziario consultabile pone la vicenda a Lisbona. Le cronache divergono altresì sul giorno. Il fascicolo giudiziario conservato nel verbale della causa fissa il 27 aprile 1814 e Lisbona; assumo tale formulazione come quella dell’accusa, senza pretendere di dirimere la discrepanza delle altre fonti.
Sawyer prestava servizio nell’intendenza dell’esercito britannico ed era stato destinato in Portogallo. Condivideva l’alloggio con un collega, il signor Riccord, il quale conviveva con Harriet Gaskett. Le cronache riferiscono che tra Sawyer e Harriet fosse nato un legame affettivo, e che Riccord ne avesse concepito gelosia. Questo triangolo viene descritto da compilatori e da ufficiali; i moti interiori che vi si potrebbero scorgere non sono storicamente accertati. Quanto accadde in seguito risultava del resto già controverso negli scritti firmati all’indomani dei fatti.
Il 27 aprile, secondo Pelham, i tre presero parte a una cena con alcuni ufficiali. Pelham riferisce che Sawyer, Harriet e Riccord toccarono appena cibo e si ritirarono anzitempo. La compilazione settimanale trascritta nel Weekly Entertainer colloca invece l’evento al 17 aprile. In serata, i presenti udirono tre colpi di pistola, stando a tale testata; il resoconto giudiziario ne menziona due. Quando accorsero nel giardino, Harriet giaceva priva di vita e Sawyer ferito, ma ancora vivo.
Sawyer fu trasportato all’interno della casa. Mentre alcuni ufficiali si allontanavano in cerca di un medico, egli afferrò un rasoio e si tagliò la gola. La ferita non si rivelò letale. L’indomani, i compagni d’arme misero l’episodio per iscritto. Le dichiarazioni riportate nelle fonti raccontano che Harriet avrebbe assunto del laudano chiedendo poi a Sawyer di spararle; che egli avrebbe quindi tentato di togliersi la vita con le pistole, e poi col rasoio. Questa è la versione che il foglio firmato attribuisce a Sawyer, ma essa ci perviene per il tramite di cronache indirette, e la difesa scritta dell’imputato ne contestò l’attendibilità.
Il vocabolo «my» era stato, secondo Pelham, interpolato in una frase del documento in cui Sawyer attestava di aver fatto fuoco contro Harriet. Il dettaglio materiale assume un rilievo decisivo, poiché la difesa sosterrà che la confessione fu estorta mentre l’uomo pativa atroci sofferenze, non riusciva a parlare e chiedeva soltanto di essere lasciato in pace. A detta del giornale, gli ufficiali non si erano formati il medesimo convincimento sul suo stato mentale: uno lo riteneva lucido e in grado di intendere; un altro lo giudicava talmente indifferente alla propria sorte che avrebbe firmato qualunque scritto gli venisse sottoposto. Le medesime sottoscrizioni potevano dunque passare per una confessione piena oppure per il segno grafico di un uomo troppo menomato per comprendere la portata del testo.
Sawyer fu ricondotto in Inghilterra e tradotto dinanzi all’Old Bailey in virtù di una speciale commissione di giustizia. Le note bibliografiche indicano un’udienza tenutasi il 7 aprile 1815; il Weekly Entertainer reca la data dell’8. La sua memoria difensiva, redatta per iscritto poiché la ferita alla gola gli impediva di articolare chiaramente le parole, negava qualsiasi intenzione di nuocere a Harriet. Asseriva di serbare un ricordo confuso della serata, di rammentare che la donna aveva manifestato la volontà di morire, ma di ignorare come gli eventi fossero poi precipitati. Dichiarava di non conservare alcuna memoria delle ammissioni sottoscritte durante la convalescenza. Lamentava l’assenza di Riccord, da lui considerato il solo testimone a conoscenza dell’intero contesto e del proposito suicida di Harriet.
I testimoni della difesa non fornirono alcuna ricostruzione di quanto accaduto nel giardino. Diversi ufficiali testimoniarono sulla rettitudine morale di Sawyer. Una locandiera, la signora Nicholls, riferì che Harriet aveva alloggiato presso di lei tra il giugno del 1813 e il febbraio del 1814, descrivendola come una donna violenta e dispotica; aggiunse che costei teneva una pistola nella propria stanza. Tali deposizioni potevano orientare il giudizio della giuria sulla personalità delle parti, ma non supplirono all’assenza di Riccord né chiarirono l’enigma di ciò che si era consumato nel giardino.
Il magistrato riassunse le testimonianze; dopo quasi due ore di camera di consiglio, la giuria dichiarò Sawyer colpevole, raccomandandolo tuttavia alla clemenza della corte. La stampa pose l’accento sulla formula di tale raccomandazione: non sarebbe emersa la prova di una malizia preordinata. A quel punto la difesa abbandonò la ricostruzione del fatto per spostarsi sul terreno della competenza della corte. La prima eccezione era lineare quanto gravida di conseguenze: l’omicidio era stato perpetrato in un regno sovrano e indipendente, non sul suolo inglese. In virtù di quale giurisdizione un tribunale di Londra poteva dunque arrogarsi il diritto di giudicare un delitto consumato in Portogallo?
La memoria pubblicata nei repertori di Carrington and Kirwan riporta tale eccezione, unitamente ad altre due: l’atto d’accusa non avrebbe provato a sufficienza che Sawyer e Harriet fossero sudditi britannici, e si sarebbe dovuto concludere con la formula sacramentale contra formam statuti. Lord Ellenborough si riservò la decisione per sottoporla al collegio dei dodici giudici d'Inghilterra. In quel momento, il verdetto di colpevolezza era stato pronunciato, ma la sentenza non era ancora stata formalizzata. Le gazzette dell’epoca restituiscono così l’immagine di un processo sospeso all’efficacia di uno statuto del XVI secolo e al rigore formale di poche clausole vergate su un capo d’accusa.
Pelham spinge la narrazione oltre la rimessione ai dodici giudici: afferma che le eccezioni preliminari vennero respinte il 12 maggio, che fu allora pronunciata la condanna a morte, e colloca l’esecuzione al 22 maggio. Il Weekly Entertainer e il compendio giuridico conservato si arrestano invece alla devoluzione della questione di diritto. Il verdetto della giuria compare in entrambi i resoconti; il rigetto delle eccezioni e il patibolo appartengono alla compilazione retrospettiva di Pelham.
La causa veniva istruita mediante commissione straordinaria, e l’arringa difensiva non investiva unicamente la condotta di Sawyer. Essa interrogava la validità di un’antica legge e la sua applicabilità alla fattispecie concreta. Il giudice aveva scelto di escutere i testi prima di dirimere il nodo giurisdizionale; la giuria, dal canto suo, era stata chiamata a pronunciarsi senza attendere che i dodici magistrati chiarissero i poteri della commissione.
Il dibattimento scivolò così dal giardino del delitto alla competenza del foro. L’atto d’imputazione descriveva Harriet come posta «sotto la pace del re» e si chiudeva ravvisando una violazione di tale pace; i patrocinatori sostennero che tali espressioni non bastavano a certificare lo status di sudditi di entrambi i soggetti. La dottrina giuridica tramandata riassume il principio applicabile sotto lo statuto di Enrico VIII, mentre Pelham asserisce che la magistratura disattese le doglianze difensive. Nell’aula, all’atto del verdetto, la questione restava ancora aperta. La traversata di Sawyer aveva condotto a Londra carte intrise d’inchiostro e sangue; restava da stabilire se la legge d’Inghilterra avesse braccio abbastanza lungo da giudicare un sangue versato in terra portoghese.
