Il 7 novembre 1683, Algernon Sidney chiese anzitutto di prendere visione dell’atto che poteva costargli la vita. La risposta del tribunale fu negativa. Alla sbarra, il colonnello aveva appena ascoltato un capo d’accusa che sommava diversi addebiti: aver bramato la morte di Carlo II, ordito un’insurrezione, sollecitato appoggi in Scozia e sostenuto per iscritto che il popolo potesse riprendersi l’autorità delegata al sovrano. Sidney protestò: quegli articoli non erano affatto identici e non gli si poteva imporre di rispondere a un atto che gli veniva precluso alla vista. Il giudice George Jeffreys gli intimò di dichiararsi o di sollevare un’eccezione formale. Sidney domandò un consiglio legale e una dilazione. All’esito di questo scambio, finì per dichiararsi «non colpevole». La corte fissò il dibattimento due settimane più tardi.
Il 21 novembre, al suo ritorno, Sidney si presentò con la trascrizione di un testo di legge e reclamò ancora una copia dell’atto d’accusa. Sosteneva che il diritto glielo riconoscesse; i magistrati replicarono che non era così. Chiese inoltre dei difensori, ma la corte ne concedeva soltanto a chi formulasse preliminarmente una questione di diritto che i giudici ritenessero meritevole di disamina. Il processo si apriva dunque su una contesa procedurale: Sidney lamentava di essere privo degli strumenti necessari a difendersi, mentre Jeffreys presentava tali restrizioni come l’ordinaria prassi applicabile a chiunque fosse imputato di tradimento.
L’esposizione dell’accusa prese le mosse da uomini che avevano riferito di una sollevazione, senza tuttavia indicare tutti Sidney per cognizione diretta. Rumsey riferì quanto udito da West e da Goodenough: un conciliabolo ristretto avrebbe riunito il duca di Monmouth, il conte di Essex, Lord Howard, il colonnello Sidney, Hampden e Lord Russell. Sapeva che altri discutevano della Scozia, ma dovette ammettere che, su tali specifici colloqui, West ne era a conoscenza più di lui. Keeling dichiarò che Goodenough gli aveva rimesso delle carte destinate all’arruolamento di uomini e di aver udito il nome di Sidney associato all’impresa; precisò tuttavia di non conoscere personalmente il colonnello.
Il cardine dell’accusa fu la testimonianza di Lord Howard, uno degli uomini da lui stesso collocati al centro della cospirazione. Raccontò che a metà gennaio, dopo il fallimento di un precedente tentativo, Monmouth, Sidney e lui medesimo avevano convenuto di formare una consulta ristretta. Monmouth avrebbe dovuto abboccarsi con Lord Russell e con Salisbury; Sidney con Essex e con Hampden. Howard affermò di aver presenziato a una riunione in casa di Hampden, poi a un’altra presso Lord Russell, ove si discusse su come raccordare gli oppositori inglesi ai sostenitori scozzesi. Non fu in grado di precisare le date esatte; ricordava la stagione, gli astanti e gli argomenti dibattuti.
Stando a Howard, sarebbe stato Sidney a proporre Aaron Smith come messaggero e a farsi carico del suo invio. Howard asserì di averlo visto estrarre circa sessanta ghinee, affermando che erano destinate a Smith. Ignorava tuttavia se gliele avesse poi effettivamente consegnate. Quanto al viaggio in Scozia, Howard sostenne di aver appreso parte delle notizie da Sidney stesso, il quale gli avrebbe in seguito riferito che Smith si era spinto fino ai dintorni di Newcastle. L’accusa soggiunse che diversi scozzesi — Sir John Cockram, i Campbell e il commissario Monro — erano giunti a Londra con il pretesto di affari legati alla Carolina. Alcuni si sarebbero dati alla macchia non appena l’esistenza della trama fu scoperta. Il procuratore addusse il loro arrivo e i loro spostamenti quali indizi a suffragio dell’accusa.
Un secondo filone probatorio scaturiva da uno scrittoio. Alla fine di giugno, munito di un mandato del re e del Consiglio, Sir Philip Lloyd aveva perquisito il domicilio di Sidney. Dichiarò di aver rinvenuto varie carte sopra un tavolo, nella stanza dove il colonnello soleva scrivere. Lloyd propose a Sidney di apporvi il proprio sigillo a garanzia contro ogni manomissione; Sidney rifiutò. L’ufficiale sigillò allora il forziere di propria mano e lo fece recare alla segreteria. In udienza, riconobbe tra quei fogli un manoscritto politico.
Furono chiamati tre uomini a riconoscerne la grafia. Sheppard aveva visto Sidney apporre girate su lettere di cambio. Carey e Cooke non avevano assistito alla stesura del testo: confrontavano i fogli con firme e girate a loro note. Tutti reputarono la scrittura simile a quella di Sidney. Il procuratore diede lettura di lunghi passi in cui l’autore dissertava del potere del popolo, dei limiti imposti al sovrano e del diritto di resistenza. Per l’accusa, quello scritto conferiva un senso al disegno insurrezionale descritto da Howard. Per Sidney, la grafia non era dimostrata e la mera presenza di quelle carte nel suo studio non ne provava né l’epoca di stesura né la destinazione.
Sidney attaccò quindi la concatenazione delle testimonianze. Rammentò che Howard era il solo ad asserire la sua partecipazione ai conciliabili. Le altre deposizioni, osservava, vertevano su un’organizzazione generale o riferivano discorsi tenuti da terzi. La legge esigeva, a suo dire, due testimoni per sostanziare un medesimo atto di tradimento; non si poteva sommare una presunta adunanza a un manoscritto di data incerta per fabbricare la prova di un unico disegno. Contestò inoltre l’assunto secondo cui un’opinione scritta intorno alla deposizione di un re equivalesse a prepararne l’assassinio.
La difesa chiamò a deporre diversi testimoni per minare la parola di Howard. Lord Anglesey riferì che, prima di testimoniare contro Sidney, Howard aveva assicurato al padre di Lord Russell che suo figlio era uomo virtuoso, che non lo riteneva implicato in alcuna congiura e che non sapeva di progetti omicidi. Lord Clare disse di averlo udito lodare l’innocenza di Sidney. Philip Howard raccontò che il suo congiunto aveva dapprima liquidato la storia del complotto come una favola impossibile o inventata. Il dottor Burnet attestò che, all’indomani della rivelazione, Howard aveva levato le mani al cielo giurando di non saperne nulla e di ritenere l’affare ridicolo. Tali deposizioni ponevano dunque a confronto la narrazione resa in aula con le precedenti smentite di Howard.
Dopo l’ultima requisitoria del solicitor general, Jeffreys prese la parola a nome della corte. Illustrò ai giurati il diritto che reputava applicabile, ricapitolò gli elementi dell’accusa, poi vagliò le obiezioni di Sidney e l’attendibilità di Howard. Le anteriori smentite di quel testimone non gli parevano inficiarne la deposizione: un uomo compromesso poteva pur aver cominciato col dissimulare ciò che sapeva. Quanto al manoscritto, il giudice lo accostò al disegno insurrezionale descritto nelle deposizioni. I principî politici ascritti a Sidney divenivano, in quel sillogismo, la conferma del fine perseguito durante le riunioni. Jeffreys concluse rimettendo ai giurati il compito di stabilire se ritenessero provata l’accusa. Prima che si ritirassero, Withins soggiunse che, senza la rivelazione di Keeling, solo Iddio sapeva se sarebbero stati ancora in vita. I giurati si ritirarono; circa mezz’ora dopo, rientrarono e dichiararono Sidney colpevole.
Il 26 novembre, Sidney fu ricondotto per ascoltare la sentenza. Contestò ancora la composizione della giuria e domandò di poter esporre le proprie eccezioni. La corte gli replicò che avrebbe dovuto sollevarle prima che i giurati prestassero giuramento. La condanna comminata per l’alto tradimento prevedeva l’impiccagione, lo sventramento e lo smembramento. Sidney rispose con una preghiera: se il suo sangue innocente doveva essere vendicato, disse, la colpa ricadesse su coloro che lo avevano perseguitato. Il re rimise ogni pena corporale tranne la decapitazione. Borrow riferisce che Sidney fu condotto su un patibolo a Tower Hill e decapitato.
