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Briganti e strade maestre · Germania

Il prezzo della tranquillità

Schinderhannes: rubare cavalli, vendere protezione e infine negoziare le proprie confessioni

Il ladro tornava talvolta dall'uomo che aveva derubato per proporgli un affare. Sapeva, diceva, dove si trovasse il cavallo scomparso; dietro un compenso ragionevole, avrebbe potuto aiutarlo a ritrovarlo. Il contadino pagava, l'animale rientrava nella stalla e Johannes Bückler si faceva retribuire per riparare il danno di cui egli stesso era l'autore. La biografia pubblicata nel 1890 racconta questo commercio con una precisione che mal si addice all'eroe generoso delle leggende. Prima di diventare Schinderhannes, il re dei briganti, Bückler aveva imparato a vendere due volte la medesima paura.

Il suo soprannome derivava dal mestiere di scortichino esercitato nella sua famiglia e da lui stesso praticato. Non lo gradiva granché. In altre circostanze preferiva presentarsi come mercante o firmare le sue minacce con un nome più solenne: «Johannes attraverso la foresta». Era cresciuto in una famiglia nomade, tra ingaggi militari, partenze, ritorni e mestieri precari. I primi furti riguardarono ciò che conosceva bene: pelli, bestiame, oggetti facili da smerciare. Seguirono arresti, poi evasioni. La prigione sembrava essere soltanto una sosta sgradevole lungo una strada che finiva sempre per ritrovare.

Gli incontri gli procurarono dei complici. Non vivevano tutti insieme dentro una caverna, in attesa degli ordini di un capitano. Alcuni avevano un'occupazione lecita, altri si spostavano tra locande, mulini e fattorie. Ci si riuniva per un colpo, ci si separava dopo la spartizione. I ricettatori, gli affittacamere e gli acquirenti garantivano al furto la sua durata. Un cavallo sottratto da un cortile diventava denaro solo se qualcuno accettava di comprarlo altrove. La banda aveva bisogno non tanto di un accampamento, quanto di recapiti. I vicini che prestavano un fienile o acquistavano un capo di bestiame alimentavano questo traffico, ben oltre l'esiguo numero di uomini presenti durante gli assalti.

Bückler sapeva come trovarli. Poteva associarsi a un compagno per un'impresa, poi a un altro per la successiva. Il cameratismo non risparmiava sempre coloro che gli offrivano alloggio: la vecchia biografia lo ritrae mentre porta via una pecora a un ospite dopo averne condiviso la tavola. Le munificenze del brigante, che i racconti vorrebbero ricordare, provenivano da beni appartenuti ad altri. Ci furono certamente commensali soddisfatti; non rappresentavano tuttavia l'intera tavolata.

Le violenze superarono presto i furti di bestiame. Bückler rimase implicato in fatti di sangue, in particolare quelli di Niklas Rauschenberger e Simon Seligmann. Le sue esatte responsabilità nei gesti di ciascuno sarebbero state a lungo dibattute; la sua partecipazione all'ambiente che li rese possibili non lo era affatto. I mercanti e le comunità ebraiche furono presi di mira con frequenza. Questa selezione contribuì alla sua popolarità presso certi abitanti, i cui pregiudizi rendevano le vittime meno degne di tutela. Essa sottrae al preteso giustiziere una buona parte della sua comoda innocenza.

Arrestato nel 1798 e condotto a Saarbrücken, evase quasi subito. Nel 1799 le autorità credettero finalmente di aver preso cautele sufficienti rinchiudendolo nella torre di Simmern. Riuscì a fuggire ancora una volta, a prezzo di una ferita. Ogni fuga produceva due effetti: gli restituiva la libertà e sminuiva, agli occhi di quanti lo aiutavano o lo temevano, l'autorità di chi lo perseguitava. Un fuggiasco che ricompare sembra talvolta più forte dei magistrati che ne avevano annunciato la cattura.

Passò dal furto all'estorsione. Chi veniva minacciato versava denaro per essere risparmiato e riceveva in cambio una promessa di protezione. Quel foglio attestava, in fondo, che il pericolo aveva ormai una tariffa. Si poteva cedere per simpatia, per calcolo o perché non si aveva alcuna voglia di veder bruciare la propria casa. Gli avversari dell'amministrazione francese traevano per giunta un certo compiacimento dai suoi imbarazzi. Da lì a fare del brigante un patriota in armi il passo era breve, e le leggende lo avrebbero compiuto volentieri.

Juliane Bläsius entrò nella sua vita nel 1800. Figlia di una famiglia di suonatori ambulanti, lo seguì, ne condivise i continui spostamenti e finì per essere incarcerata insieme a lui. Il loro attaccamento conferì più tardi al processo una nota di intimità in mezzo ai capi d'accusa: un uomo poteva aver terrorizzato intere famiglie e mostrarsi tenero verso la propria. I presenti non sempre erano disposti a conciliare queste due verità. Preferivano il volto che scorgevano sul banco degli imputati a quello descritto da testimoni meno seducenti.

La morsa della polizia si strinse dopo la morte del mercante Mendel Löw a Sötern, nel settembre 1801. Le autorità francesi organizzarono le ricerche con maggiore fermezza. Bückler passava da una riva all'altra del Reno, mutava nome e assumeva le sembianze di un commerciante. Ma i confini che lo avevano protetto non bastavano più. Fermato come persona sospetta sulla riva destra, tentò di arruolarsi nell'esercito per sottrarsi alle indagini. Riconosciuto e tradotto a Francoforte, finì per dichiarare la propria identità. Nel giugno 1802 fu consegnato a Magonza.

L'istruttoria durò mesi. Il giudice Wilhelm Wernher lo sottopose a lunghi interrogatori; Bückler fornì informazioni che portarono ad altri arresti. Gli era stata prospettata la speranza della clemenza, stando alle antiche cronache. Bisognava ormai raccontare, distinguere i ruoli dei complici, ricollocare ogni assalto e ogni refurtiva. L'uomo che aveva tratto profitto dalla frammentazione delle giurisdizioni vedeva ora tutti i suoi spostamenti raccolti in un unico fascicolo.

Il dibattimento pubblico si aprì il 24 ottobre 1803 davanti a un tribunale speciale. Sessantotto imputati figuravano nel procedimento; centinaia di testimoni sfilarono alla sbarra. Bückler ammise numerosi fatti, esortò i compagni a parlare e manifestò viva apprensione per il padre e per Juliane. Questo contegno gli attirò una certa benevolenza. Non cancellava tuttavia né le minacce, né i furti, né i morti di cui la corte doveva chiedere conto. I magistrati non dovevano giudicare soltanto l'uomo che adesso sapeva invocare pietà; avevano dinanzi a sé gli anni in cui altri l'avevano implorata da lui.

Il 20 novembre furono pronunciate venti condanne a morte, compresa la sua. Juliane ebbe due anni di carcere. Il giorno seguente, Bückler e gli altri diciannove condannati salirono sulla ghigliottina a Magonza davanti a una folla imponente. Un'esecuzione collettiva chiudeva gli atti giudiziari; non poté impedire alla leggenda di rinascere altrove.

Schinderhannes divenne il protagonista di ballate, romanzi e drammi teatrali. La giovinezza, le evasioni, l'amore e le battute di spirito offrivano facili appigli alla memoria. I nomi dei contadini taglieggiati e dei mercanti assaliti si ricordavano con minore facilità. Il brigante aveva perduto l'ultima libertà, ma guadagnato un nome destinato a viaggiare al suo posto. Per coloro che avevano pagato pur di essere lasciati in pace, tanta gloria somigliava a un nuovo tributo.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

La narrazione si basa principalmente sulla voce redatta da Schüler nell’Allgemeine Deutsche Biographie (1890), messa a confronto con quella di Reinhard Jakob nella Neue Deutsche Biographie (2005). La prima tramanda una visione talvolta pittoresca e pregiudizi antiebraici che non sono stati qui accolti; la seconda chiarisce in particolare gli episodi di violenza e l’articolazione delle reti di complicità. La data di nascita, incerta, non è indicata con esattezza. L’esecuzione ebbe luogo a Magonza il 21 novembre 1803.

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