Nel cuore di Westminster Hall, Henry Sacheverell si inginocchia alla sbarra al cospetto dei pari. I Lord gli ordinano di rialzarsi; il predicatore affronta i capi d’accusa mossi dai Comuni, affiancato dal proprio difensore, mentre due suoi sermoni occupano il baricentro del dibattimento. Da dicembre, le sue considerazioni sulla resistenza all’autorità, sulla tolleranza religiosa e sulle insidie che graverebbero sulla Chiesa hanno preso la forma di articoli d'accusa parlamentare. La questione, il 27 febbraio 1710, risiede nello stabilire se un sermone pronunciato dal pulpito possa essere perseguito alla stregua di un attentato contro lo Stato.
L'azione dei Comuni aveva preso avvio il 13 dicembre 1709. I deputati avevano disposto la lettura di alcuni passi tratti da due prediche date alle stampe sotto il nome di Sacheverell: l’una pronunciata a Derby dinanzi alla corte d'assise, l’altra nella cattedrale di Saint Paul al cospetto del Lord Mayor e della cittadinanza. La prima era stata tenuta nell'agosto del 1709; la seconda, il 5 novembre del medesimo anno. I Comuni deliberarono che tali testi costituissero libelli sediziosi e scandalosi, lesivi della regina Anna, dell’ordinamento scaturito dalla rivoluzione del 1688 e della successione protestante.
Tradotto alla sbarra, Sacheverell ammise di aver pronunciato e fatto stampare i sermoni. Dichiarò di non aver mai supposto che talune espressioni potessero incorrere in una censura tanto severa e deplorò che la Camera non avesse inteso ascoltare le sue ragioni prima di procedere al voto. Ciononostante, fu posto in stato d’accusa. Anche il suo libraio, Henry Clements, venne consegnato alla custodia del sergente d’armi. All'istanza di libertà provvisoria avanzata dal predicatore, la Camera dei Comuni oppose un diniego con 114 voti contrari contro 79 favorevoli.
Tale rigetto aprì una controversia sulla legittimità stessa dei Comuni a concedere la libertà su cauzione. Taluni parlamentari asserivano di non disporre di tale facoltà; altri ritenevano di possederla a pieno titolo, o che una fattispecie passibile di cauzione dovesse senz'altro beneficiarne. Frattanto, i Lord rifiutarono di prendere in consegna Sacheverell prima di aver ricevuto capi d’imputazione precisi, respingendo l'idea di trattenerlo sulla base di un'accusa generica. Dal mese di dicembre fino al 12 gennaio, egli rimase dunque sotto la custodia dei Comuni. Quando gli articoli furono finalmente trasmessi, i Lord accolsero la sua richiesta di cauzione, l'assegnazione di un collegio difensivo e la copia degli atti d'accusa.
Il procedimento mutò allora di proporzioni. I Comuni replicarono alla memoria difensiva del predicatore e designarono i propri delegati all'accusa. Poiché la Camera intendeva presenziare al processo nella sua collegialità, i Lord disposero l'allestimento di un'aula di giustizia a Westminster Hall. Giunto il giorno stabilito, il sergente d’armi intimò a Sacheverell di comparire e di rispondere della propria cauzione. Egli si inginocchiò alla sbarra, per poi rialzarsi su ordine del Lord Cancelliere Cowper. Questi gli rammentò che i Lord gli avevano accordato l'assistenza legale, citato i testimoni e concesso il tempo necessario a predisporre la difesa.
I quattro articoli riconducevano pagine di omiletica a questioni di rilievo costituzionale. Il primo sosteneva che Sacheverell avesse condannato la resistenza che aveva reso possibile la rivoluzione, gettando in tal modo discredito sulla memoria di re Guglielmo. L’accusa non si limitava a censurare una formula isolata: accostava le sue asserzioni sull'obbedienza passiva alle considerazioni sull'avvento al trono di Guglielmo. A giudizio dei procuratori, se ogni moto di resistenza al sovrano era illegittimo, il predicatore finiva inevitabilmente per presentare la rivoluzione come ingiustificabile.
I legali dei Comuni insistettero con forza sulla data e sul luogo del sermone di Saint Paul. Pronunciato durante la commemorazione della sventata Congiura delle polveri e dell’approdo di Guglielmo, esso avrebbe distolto una solennità di ringraziamento per tramutarla in un fomentare dissidi interni alla Chiesa. Agli occhi dell'accusa, le parole di Sacheverell sui falsi fratelli, su coloro che caldeggiavano la tolleranza e sui pericoli incombenti sulla Chiesa costituivano un attacco diretto al governo di Anna. Pur non nominando esplicitamente alcun ministro, il sermone conteneva allusioni che i Comuni intendevano dirette a quanti reggevano le sorti dello Stato.
Sacheverell replicò osservando che i propri articoli di fede e le omelie della Chiesa d’Inghilterra insegnavano da sempre la non-resistenza. Negò di aver applicato tale dottrina alla rivoluzione o di aver mosso accuse alla regina e ai suoi ministri. La sua linea argomentativa faceva leva sul fatto che l’accusa avesse cucito assieme frammenti distanti e frasi mutile per attribuire loro un significato che egli dichiarava estraneo alle proprie intenzioni. I Comuni ribatterono che un'insinuazione poteva sortire effetti politici dirompenti anche qualora il predicatore non avesse formulato l'accusa a chiare lettere.
Il secondo capo d'accusa riguardava la tolleranza accordata ai dissidenti protestanti. I Comuni citarono i passi in cui Sacheverell bollava come falsi fratelli quanti sostenevano la libertà di coscienza e quelli in cui censurava il vescovo Grindal, reo di aver consentito aperture ai dissidenti sotto il regno di Elisabetta. Il predicatore negò di aver condannato la dispensa sancita dalla legge, affermando di aver inteso stigmatizzare gli abusi consumati al suo riparo, e non già le coscienze sinceramente scrupolose.
Il terzo articolo si appuntava sulla figura della Chiesa in pericolo. Sacheverell aveva scritto che la Chiesa era ferita dai propri falsi amici e si era domandato se le fosse lecito dormire mentre si trovava accerchiata dai nemici. I Comuni ravvisavano in ciò un attacco alla regina e all’amministrazione, in aperto contrasto con la risoluzione parlamentare che dichiarava la Chiesa al sicuro da ogni minaccia. La difesa rispose che il predicatore deplorava i vizi, l’incredulità e le contese confessionali, non l’operato del governo di Anna. L’analogia biblica del profeta Eliseo, che i procuratori ritenevano strumentalmente stravolta, assurse a esempio tangibile del dissidio interpretativo.
Il quarto articolo fondeva il motivo dei falsi fratelli nella Chiesa con l’imputazione di attizzare le fazioni. I Comuni posero a confronto i sermoni, le loro dediche e svariati passaggi sparsi per sostenere che Sacheverell additava i ministri come traditori della costituzione e mirava a infiammare l'uditorio. Egli rispose di aver sempre predicato l’obbedienza alla sovrana, di aver prestato i giuramenti di fedeltà e di abiura e di non aver mai esortato alcuno alle armi. Nel corso della sua estesa difesa, domandò che i suoi testi venissero giudicati nella loro interezza, sostenendo che un'interpretazione criminosa non potesse surrogare un'accusa formalmente circostanziata.
La discussione si protrasse per diverse udienze, con i portavoce dei Comuni intenti a scandagliare ciascun articolo prima che i legali del predicatore prendessero la parola per la replica. Il 7 marzo, Sacheverell intervenne personalmente. Presentò la causa come un nodo che travalicava la sua persona: si poteva condannare un ministro del culto per una dottrina desunta dalle omelie della Chiesa stessa? Respinse ogni addebito di intenti sediziosi, rivendicando al contempo la facoltà di segnalare le derive morali che scorgeva attorno a sé. Concluse il proprio discorso con una preghiera per la regina, per i suoi giudici e per i suoi accusatori.
I Lord procedettero infine alla votazione sui singoli capi e, in seguito, sul verdetto di colpevolezza. Il 20 marzo, la maggioranza dichiarò Sacheverell colpevole dei crimini e dei misfatti ascrittigli. Egli sollevò un'eccezione formale sulla procedura d'impeachment, ma i Lord respinsero l'istanza. Stabilirono quindi una condanna a tre anni di interdizione dalla predicazione e ordinarono che i due sermoni fossero dati alle fiamme dal boia dinanzi alla Royal Exchange di Londra.
La cronaca descrive la pena come mite, ma la reazione dei suoi sostenitori ebbe caratteri clamorosi: luminarie e falò si accesero in diverse vie della città, dove i passanti venivano costretti a brindare alla salute del dottore. Il Lord Mayor rifiutò di presenziare al rogo delle prediche, delegandone l'esecuzione agli sceriffi. Allo scadere del divieto, la regina gli conferì il ricco beneficio parrocchiale di Saint Andrew a Holborn. Il 29 maggio 1713, Sacheverell salì sul pulpito davanti alla Camera dei Comuni riunita a Saint Margaret di Westminster.
