A Firenze, il corteo che celebrava lo scampato pericolo di re Umberto sfilava lungo vie illuminate da torce e lampioncini. Le fanfare suonavano, le bandiere sventolavano dalle finestre spalancate e gli evviva coprivano la musica. All’angolo tra via Nazionale e via Guelfa, una deflagrazione troncò i canti. Una bomba all’Orsini era appena scoppiata in mezzo ai passanti. La sfilata si spezzò, la calca rifluì, poi le associazioni serrarono nuovamente le file e ripresero il cammino. Diversi testimoni giunti più tardi ignoravano persino che vi fosse stato un attentato.
I primi resoconti parlarono di due morti e undici feriti. Stefano Piccini, calzolaio e padre di otto figli, e Leopoldo Tafanaria, venditore di frutta, furono sepolti pochi giorni dopo lo scoppio. Altri quattro feriti si spensero in seguito alle lesioni riportate: Adolfo Gallori, impiegato militare; Giuseppe Guasti, operaio; Giulietta Falsi, di sei anni; Primo Ricci, di quattro anni. Il testo annota che gli altri feriti guarirono. Il bilancio conclusivo ivi riportato non concorda tuttavia con tale primo conteggio.
L’interrogativo fu immediato: chi aveva scagliato l’ordigno? I sospetti caddero anzitutto su Aurelio Vannini, falegname e meccanico divenuto bettoliere, e su Cesare Battacchi, già noto alla questura per i suoi trascorsi politici. Presso l’abitazione del Vannini le guardie rinvennero parti di esplosivi, capsule e una miccia. Materiale che destava sospetti, ma che non bastava a provare che l’uno o l’altro avesse materialmente lanciato l’ordigno tra la folla. Gli inquirenti allargarono ben presto il raggio dell’istruttoria a nove uomini legati ai circoli dell’Internazionale fiorentina.
Il rinvio a giudizio ricostruiva una riunione presieduta dal Vannini, in cui il Battacchi fungeva da segretario. Secondo il pubblico ministero, i convenuti avevano discusso su come reagire agli arresti operati durante il passaggio dei sovrani; vi era stata la proposta di adoperare ordigni a titolo di protesta. Il testo colloca tale adunanza al 13 novembre, ma l’anno indicato contrasta palesemente con la data dell’attentato del 17 novembre 1878, descritto nelle pagine successive. Non è perciò possibile stabilire con certezza l’anno senza il conforto di altre fonti. L’accusa collegava quella riunione a una conversazione intercettata la mattina stessa dell’esplosione, a scritti rivoluzionari e a un crogiolo sequestrato nella sede dell’associazione. Un fascio d’indizi che pareva attestare la preparazione dell’ordigno.
Il reperto materiale più significativo era l’involucro sventrato. Due periti ne esaminarono i frammenti, riconoscendovi i resti di una bomba all’Orsini, fusa in bronzo e ottone, caricata con circa mezzo chilo di polvere. Pareva scagliata da una certa altezza e fusa con scarsa perizia. I periti non poterono tuttavia stabilire se un mattone sequestrato dalla polizia fosse servito da stampo. La perizia identificava la tipologia dell’arma; non indicava la mano che l’aveva scagliata.
Il dibattimento si aprì nella primavera del 1879. I nove imputati respinsero ogni addebito e tentarono di opporre alibi. La stessa Internazionale fu tratteggiata dal cronista come una congerie sconnessa di operai indigenti, privi di dottrina definita e manovrati da mestatori intenti a sovvertire l’ordine costituito. Tale descrizione riflette il giudizio politico del redattore, non una prova processuale. La corte doveva invece pronunciarsi su un fatto ben circoscritto: una bomba era esplosa in mezzo al corteo, ed era dimostrato il concorso di più imputati nella trama?
Due strilloni, Tito Manelli e Liborio Fedi, dichiararono di aver presenziato a una riunione in cui si era ventilata l’idea di gettare bombe contro la polizia dopo i primi arresti. Il teste Mazzini riferì che Agenore Natta aveva preteso l’uso degli ordigni al posto di una rimostranza scritta. Il Natta smentì la circostanza; il teste confermò la propria versione. Altri deposero che gli affiliati si riconoscevano da una piuma di fagiano infilata nel cappello, segno che l’accusa interpretava quale contrassegno d’appartenenza. Il collegio ascoltò pure le dicerie di operai ciarlieri, a volte rese sotto i fumi dell’alcol: una trama di de relato dalla consistenza assai disuguale.
Una testimonianza più fragile produsse tuttavia un effetto teatrale. Il barbiere Ulisse Romei riferì che un avventore, lo Scacciati, gli aveva confidato di aver visto il Battacchi darsi alla fuga subito dopo lo scoppio. Chiamato alla sbarra, lo Scacciati negò dapprima di riconoscere l’imputato e non seppe spiegare come lo avesse identificato. Il pubblico ministero ne chiese l’arresto seduta stante per falsa testimonianza; condotto in una stanza attigua, il teste rientrò nell’aula e confermò che l’uomo in fuga era proprio il Battacchi. Asserì di averlo scorto di profilo. Il Battacchi gridò che si costringeva la gente a mentire. Il cronista attribuì quelle esitazioni al timore di rappresaglie dell’Internazionale; il mutamento della deposizione resta agli atti, e imponeva perlomeno cautela.
I timori di ritorsione non erano d’altronde un mero ricamo del cronista. Due testi, Mazzini e Martelli, dichiararono di aver ricevuto lettere minatorie contrassegnate dal disegno di due pugnali incrociati. Un ex compagno di cella riferì che il Battacchi aveva sollecitato lo Scarlatti a negare che si trovassero insieme la sera del 17 novembre, recapitando un biglietto analogo al Nencioni. Un altro teste affermò di aver appreso dalla moglie del Nencioni i dettagli di una congiura a cui avrebbero preso parte Battacchi, Vannini, Conti, Scarlatti e Natta; la donna avrebbe fatto cenno anche a una certa Gomez. Erano deposizioni indirette, e la cronaca non offre elementi materiali indipendenti a carico di tutti i nomi citati.
La posizione del Battacchi si aggravò per la condotta serbata all’indomani dell’attentato. Alcuni macchinisti e l’impresario del Teatro Nuovo riferirono che l’imputato si era presentato in teatro il giorno seguente, pallido e atterrito, prima di allontanarsi scortato da due individui in mantello. Tali circostanze non valevano come prova inconfutabile, ma i giudici le raccordarono alle deposizioni sulla riunione e all’identificazione dell’uomo in fuga. Il Vannini, dal canto suo, risultava legato alla fabbricazione clandestina per gli oggetti rinvenuti in casa propria; quanto al Natta e agli altri imputati, l’impianto accusatorio poggiava quasi per intero sulle frasi attribuite loro durante le adunate e sui testi dell’entourage.
Le rivelazioni raccolte in carcere aprirono un ulteriore fronte. Due detenuti per truffa, Alessi e Burci, dichiararono che gli imputati, entrati in confidenza con loro durante la carcerazione preventiva, avevano spiegato come fabbricare la bomba. La difesa insorse: i due reclusi erano forse stati messi alle costole degli imputati per carpirne le confidenze? Il resoconto registra l’eccezione senza risolverla. In mezzo a frammenti metallici e rievocazioni di conciliaboli, bisognava pur stabilire quale fede accordare alla parola che dei galeotti attribuivano ad altri galeotti.
Il quadro probatorio a carico dei singoli non presentava dunque la medesima solidità. Sicuteri e Marchini videro accolto il proprio alibi e furono assolti. La corte ritenne gli altri colpevoli di cospirazione; individuò nel Battacchi l’autore materiale del lancio. Il 4 giugno 1879, il Battacchi fu condannato all’ergastolo, Natta e Scarlatti a vent’anni di reclusione, mentre Vannini, Nencioni, Corsi e Conti ebbero nove anni ciascuno. L’esito non scaturiva dall’individuazione certa della mano omicida mediante perizia, bensì da un giudizio d’insieme fabbricato con testimonianze dirette, voci riportate, condotte sospette e la coerenza che il collegio giudicante volle ravvisarvi.
La cronaca chiosa con asprezza che quegli uomini pretendevano di difendere il popolo colpendo invece una folla in cui si trovavano fanciulli e lavoratori. Tale sdegno non cancella un limite vistoso: il resoconto omette gli atti integrali del fascicolo e le difese puntuali degli avvocati. Consente tuttavia di comprendere come una città abbia trasformato un’esplosione in un sospetto collettivo, e come il rito del processo abbia tentato di distribuire le responsabilità tra nove imputati. Sulle strade, le musiche avevano ripreso a suonare subito dopo il boato; nelle aule di giustizia, la caccia alla mano che aveva scagliato la bomba proseguì lungo il filo di verità mutevoli e imperfette.
