Veniva ad autoaccusarsi, e il suo avvocato si apprestava a chiedere che non gli si credesse sulla parola. François Pascoët aveva trovato formule assai piane per consegnarsi alla giustizia. A Brest, la pubblica accusa traeva da quelle parole una conseguenza meno piana: la morte. Tra la confessione del forzato e il supplizio reclamato, l’avvocato Clérec intendeva ripristinare tutto ciò che la fretta di punire rischiava di cancellare: uno stanzone immerso nell’ombra, uomini serrati tra loro, un ferito, e quell’interrogativo elementare di cui l’ammissione pareva dispensare i magistrati: chi aveva visto?
La causa fu discussa il 24 febbraio 1831. Tre giorni prima, in un camerone del bagno penale, erano stati segnalati due colpi. Il giornale che compendia l’udienza intitola senza esitazioni: duplice tentato assassinio. L’esito dell’articolo, tuttavia, non avrebbe accolto né quella duplice imputazione né quella qualifica giuridica. Occorreva ancora attraversare l’arringa per giungere al verdetto.
Dopo il cannone del mattino
Clérec prese le mosse dal luogo. Nella ricostruzione offerta ai giudici, il cannone del mattino era appena echeggiato e un fanale terminava di spegnersi. Il chiarore restava troppo esiguo per scorgere con certezza un gesto in mezzo ai reclusi. Il sottoaiutante Allamagny aveva ricevuto un fendente all’inguine. Un cinto erniario lo avrebbe preservato; stando al difensore, egli non se n’era neppure avveduto e aveva proseguito il cammino. Quasi nel medesimo istante, o poco appresso, Déarcourt, un altro forzato, era stramazzato sul proprio banco, colpito al petto.
Il secondo uomo era ferito. Il primo aveva continuato ad avanzare. A giudizio della difesa, un simile contrasto impediva già di narrare i due accadimenti come una scena unitaria di cui ogni dettaglio fosse stato veduto. Due presunte vittime non costituivano due testimonianze di riconoscimento. La prossimità dei colpi non bastava a rendere visibile l’autore.
Clérec interrogò allora coloro che dovevano giudicare. Chi aveva ravvisato l’aggressore in quella semioscurità? Chi lo aveva tratto in arresto? Chi gli aveva strappato l’arma? A ciascuna domanda opponeva la medesima replica: nessuno. Tale era la sua lettura dei dibattimenti e dell’istruttoria, sostenuta dinanzi al tribunale; la cronaca non ci tramanda, di rimando, tutte le deposizioni su cui poggiava l’accusa. Custodisce però l’obiezione, sollevata con vigore bastante a impedire che il prigioniero fosse condannato ancor prima di vagliarne la confessione.
Giacché Pascoët si era fatto avanti di propria volontà. Clérec gli attribuiva queste parole: «Non cercate altrove, il colpevole è qui». L’uomo designato da quella frase era precisamente colui che la pronunciava. Non era stato necessario strapparlo al gruppo, inseguirlo o estorcergli un nome. Si costituiva. A prima vista, un simile passo avrebbe potuto chiudere le indagini; l’avvocato esigeva al contrario che le rendesse ancor più doverose.
Il peso di una dichiarazione
Pascoët scontava una pena a tempo. Aveva tentato la fuga ed era appena stato condannato, ricordava il patrono, a tre anni supplementari. La velleità di riprendersi la libertà aveva dunque differito il giorno in cui avrebbe potuto sperarla per estinzione naturale della pena. Questo rovesciamento apparteneva alla sua vicenda nota all’udienza. Che cosa egli provasse nell’animo, nessuno scritto di suo pugno soccorre a rivelarcelo.
L’avvocato avanzava una spiegazione. Dipingeva un uomo per il quale l’esistenza si era fatta intollerabile e che cercava nella giustizia lo strumento per morire. Adoperava il vocabolo «monomania», attribuiva al cliente uno spirito inquieto, un’immaginazione esaltata, e riconduceva la sua condizione agli orrori della cattività. Erano gli argomenti d’una difesa nel 1831. Non costituiscono né una perizia medica serbata agli atti né una diagnosi che si possa oggi assumere a fatto acclarato.
Tale congettura mutava di segno la confessione. Se Pascoët anelava alla morte, argomentava Clérec, la solerzia nell’addossarsi le colpe poteva assecondare quel disegno. Prestare fede alla sua parola senza altro riscontro sarebbe equivalso a lasciare che l’imputato dettasse da sé la sentenza. Il difensore non domandava soltanto pietà. Ammoniva i giudici sulla parte che si rischiava di far loro recitare: quella di esecutori d’una volontà che essi credevano invece di reprimere.
Egli denunziò pure le bastonate e gli obbrobri che scortavano le punizioni corporali. La cronaca riferisce la sua indignazione; non precisa tuttavia un castigo determinato che Pascoët avesse patito di persona. Clérec allargava l’orizzonte alle condizioni del bagno penale, a ciò che potevano generare negli uomini costretti a vivervi. Lo stanzone buio del mattino rimaneva sullo sfondo. Bisognava ormai considerare che cosa potesse indurre un recluso a proclamarsi aggressore, non meno di quanto si fosse riusciti a scorgervi.
Due regimi nella stessa aula
L’accusa disponeva tuttavia d’un testo. Un’ordinanza del 16 dicembre 1686 contemplava, così come la cita il giornale, sanzioni particolari contro i forzati che ferissero i compagni. Un altro articolo comminava la morte a chiunque ferisse con un arnese di ferro un ufficiale delle galere o un aguzzino. Il ministero pubblico esigeva l’applicazione della pena capitale per Pascoët; invocava decreti, giurisprudenza e consuetudini del tribunale per sostenere che l’antica ordinanza serbava intatto il proprio vigore.
A Clérec non bastava dunque opporre pochi mesi di novelle leggi a un testo vetusto. I magistrati cui si rivolgeva conoscevano le proprie prassi; il pubblico ministero le aveva appena richiamate. Per strappare il cliente a tale continuità, spostò il confronto sul terreno del mutamento di regime. Si era sotto Luigi Filippo, all’indomani delle giornate del 1830. La Carta del 7 agosto, insisteva, non poteva convivere con i disposti di una monarchia assoluta.
Egli diede lettura di ciò che l’ordinanza riservava a taluni condannati a vita: il taglio del naso e delle orecchie. L’enunciazione bastava a se stessa. Introducendola nel dibattimento, costringeva il collegio ad ascoltare sino in fondo il dettato di cui gli si proponeva di serbare l’autorità. La mutilazione non era la pena richiesta contro Pascoët; diveniva, sulla bocca del difensore, la prova palese d’una legislazione reputata incompatibile con il proprio secolo.
L’avvocato sostenne poi che tali ordinanze non figurassero più nelle raccolte penali, bensì soltanto manoscritte presso le cancellerie marittime. Si trattava di una tesi oratoria, non d’un regesto archivistico verificato dalla cronaca. Citava altresì un’ordinanza del 1748. Le date si succedevano, ma la sua istanza restava concreta: che i giudici cessassero di cercare in quei testi la ragione per mandare a morte l’uomo che avevano dinanzi.
Egli aveva infine previsto la sconfitta. Qualora il tribunale si fosse creduto tenuto a condannare, Clérec ne sollecitava l’intercessione per una grazia o una commutazione. Evocava le umane intenzioni del nuovo sovrano, attribuendogli il voto di veder abolita la pena di morte. Tale speranza non costituiva ancora un’abolizione. Offriva però un estremo rimedio a una difesa che non tralasciava alcun sentiero finché una via potesse ancora scongiurare il patibolo.
La vita, senza termine
Il tribunale stralciò infine il primo capo d’accusa, quello relativo ad Allamagny. Pascoët non fu dunque riconosciuto colpevole di quella prima aggressione. Quanto a Déarcourt, i giudici ritennero sussistenti percosse e ferite, senza tentativo di omicidio. Applicarono il Codice penale ordinario, e non l’ordinanza del 1686. Il titolo della cronaca restava fedele all’imputazione d’origine; la sentenza, essa sola, ne aveva mutato la sostanza.
La condanna pronunciata fu quella dei lavori forzati a vita. Pascoët scampava alla morte invocata dall’accusa. Non otteneva l’assoluzione né il ripristino di una pena di cui avrebbe potuto contare gli anni residui. Il difensore gli aveva salvato la vita; il giudizio sottraeva a quella vita il termine temporale che ancora possedeva prima di questo processo.
Déarcourt non doveva scomparire dietro quella vittoria parziale. Il tribunale riconobbe le lesioni che gli erano state inferte. L’articolo tace sulla sua convalescenza né consente di misurarne la durata. Allo stesso modo, non ci conduce accanto a Pascoët dopo l’udienza. Lascia due uomini nel bagno penale, l’uno ferito, l’altro condannato per quelle ferite, e un avvocato che ha impedito che una duplice accusa si mutasse in esecuzione capitale. Per una volta, le ultime parole non spettarono a colui che si era offerto come colpevole. Appartennero alla sentenza, e non furono quelle sollecitate dall’accusa.
