Quando i commissari di Elisabetta giunsero a Fotheringhay, non si trovavano al cospetto di un’imputata comune. Maria Stuarda era regina di Scozia, trattenuta in Inghilterra da quasi diciott’anni, e la sovrana che la sottoponeva a giudizio era al tempo stesso sua cugina. La commissione era stata istituita in virtù di uno statuto recente, concepito per punire quanti cospirassero contro la vita di Elisabetta. Ma una questione ne precedeva ogni altra: poteva una regina essere giudicata alla stregua di un suddito, per mano di uomini designati da un’altra regina?
L’11 ottobre 1586, diversi commissari si riunirono nel castello di Fotheringhay, nel Northamptonshire. L’indomani, tre di essi consegnarono a Maria le lettere che notificavano l’istruttoria. Ella rispose che sua cugina la feriva nell’accarezzare simili sospetti, proprio verso di lei che l’aveva ammonita dei pericoli incombenti. Rifiutava all’Inghilterra il diritto di giudicarla. Le sue carte le erano state sottratte; non disponeva di consiglieri né di avvocati; le leggi del regno le erano ignote. Chiedeva di essere ascoltata in veste di sovrana, non di prigioniera.
I commissari la esortarono a comparire. In un primo momento ella respinse l’autorità della legge su cui poggiava il loro mandato, pur dichiarandosi disposta a rispondere dinanzi a un parlamento libero e, a determinate condizioni, al cospetto della regina e del suo Consiglio. Il confronto fu serrato. Maria ribadiva che mai avrebbe acconsentito a riconoscersi suddita di Elisabetta; i commissari replicavano che chiunque commettesse un crimine sul suolo inglese era tenuto a risponderne dinanzi alla legge d’Inghilterra. Alla fine, acconsentì a presentarsi per difendere il proprio onore, mantenendo nondimeno intatta la sua protesta.
La sala era stata allestita come una tesi dottrinaria. Nella camera di presenza, una poltrona di Stato attendeva Elisabetta sotto il baldacchino. Di fronte, posta più in basso e a debita distanza, un’altra sedia era riservata a Maria. La regina d’Inghilterra non venne. Attorno a quei seggi presero posto il cancelliere, i conti, i pari, i giudici e i giuristi incaricati di condurre l’interrogatorio. Quel giorno, la scenografia proclamava già quale sovranità la corte intendesse imporre.
Non appena si fu accomodata, Maria si alzò per protestare. Dichiarò di non essere suddita della regina d’Inghilterra, ma di comparire unicamente per confutare i fatti che le venivano ascritti. Il cancelliere le obiettò che tale riserva non poteva eludere la legge del regno. Il sergente della regina espose quindi l’accusa: Maria avrebbe avuto contezza del disegno di Anthony Babington, lo avrebbe approvato e avrebbe cooperato alla preparazione dell’assassinio di Elisabetta, nell’ambizione di succederle sul trono.
Maria negò di aver mai conosciuto Babington, di aver ricevuto le sue missive o di aver scritto allo scopo di sopprimere Elisabetta. Ammise di aver intrattenuto corrispondenze con diversi interlocutori e di aver cercato la libertà; non riteneva tuttavia che quegli scambi costituissero la prova di una congiura sanguinaria. Se le venivano opposte lettere a sua firma, chiedeva che le fosse mostrata la propria grafia. I giuristi le replicarono esibendo trascrizioni, dichiarazioni di Babington e confessioni di altri cospiratori. Rispondeva che le parole altrui non potevano esserle imputate, e che i segretari ben potevano redigere quanto ella non aveva mai dettato.
La contesa si strinse attorno a due figure: Claude Nau e Gilbert Curle, i suoi segretari. Le loro deposizioni, riferite dai commissari, sostenevano l’accusa e servivano a ricondurre a Maria le lettere cifrate. Ella chiese che venissero ascoltati in sua presenza. Sospettava che Nau potesse essere stato corrotto o intimidito, e che Curle avesse vergato sotto dettatura senza verificare ciò che consegnava alla pergamena. Sosteneva che non si potesse condannare una regina sulla scorta di testimonianze di segretari e di copie di cui ella non aveva il controllo. Ciononostante, i due non furono chiamati al confronto diretto durante l’udienza.
Si discussero le lettere, i cifrari e i progetti di un intervento straniero. I consiglieri asserivano che l’epistolario palesasse il proposito di spalancare l’Inghilterra a un esercito spagnolo e di togliere Elisabetta di mezzo. Maria riconosceva che principi stranieri le avevano offerto soccorso e che cercava di ottenere la propria liberazione; contestava però che simili passi provassero la sua complicità in un regicidio. Ricordò come molti cattolici la supplicassero di patrocinare la loro causa, negando di aver mai voluto che quel riscatto fosse comprato col sangue di alcuno. In quell’aula, le medesime parole — soccorso, religione, successione — potevano essere lette come invocazione d’aiuto o come attentato alla corona.
Il giorno seguente, Maria domandò nuovamente le proprie carte, un difensore e un colloquio con Elisabetta. I commissari opposero il gran sigillo che sanciva i loro poteri. Nessuno dei due segretari fu introdotto per rispondere innanzi a lei.
Il 25 ottobre, i commissari si riunirono nella Camera Stellata, a Westminster. Ivi Nau e Curle confermarono sotto giuramento le lettere e le copie prodotte. La commissione deliberò all’unanimità che, a partire dal giugno 1584, Maria aveva preso parte, in Inghilterra, insieme a Babington e ad altri complici, a disegni volti a minacciare la vita di Elisabetta. La sentenza la dichiarò colpevole di alto tradimento.
Il verdetto fu ratificato dal Parlamento, quindi reso pubblico a Londra nel mese di dicembre. Maria non lo accolse come un’infamia. Secondo la cronaca, rese grazie a Dio per essere considerata nemica della religione protestante e domandò un sacerdote cattolico per comporre la propria coscienza. Elisabetta, dal canto suo, esitava a sottoscrivere l’ordine di esecuzione. Il testo di Borrow narra che la sovrana consegnò infine il mandato al segretario Davison, per poi rimproverargli di aver agito con troppa fretta; il Consiglio, persuaso che ella approvasse l’atto, spedì il documento a Fotheringhay.
I pari giunti al castello annunciarono a Maria che sarebbe morta all’indomani. Ella chiese di poter ricevere il proprio confessore, ma i lord le negarono quel conforto, proponendole invece un vescovo anglicano. Rifiutò. A sera, cenò con i servitori, ordinò loro di frenare il pianto, rilesse il testamento, distribuì i propri beni e scrisse lettere al re di Francia e al duca di Guisa in favore della sua casa. Riposò poche ore, dedicando il resto della notte all’orazione.
L’8 febbraio 1587, Maria si presentò al patibolo vestita come per una solennità, con un crocifisso tra le mani. Chiese che alcuni servitori potessero rimanerle accanto. Il conte di Kent temeva il compimento di un rito che giudicava superstizioso; ella replicò che desideravano soltanto porgerle l’estremo addio. Le fu data lettura della condanna. Il decano di Peterborough le rivolse la parola; ella rifiutò di abiurare la fede cattolica. Mentre gli altri pregavano in inglese, ella pregò in latino con i suoi famigli.
Raccomandò l’anima a Dio, perdonò coloro che l’avevano condannata e si adagiò sul ceppo. La cronaca di Borrow riferisce che occorsero due colpi per reciderle il capo. La regina di Scozia morì in terra d’Inghilterra senza aver mai riconosciuto ai suoi giudici la potestà di giudicarla.
