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Giustizia e scandali · Inghilterra

Le sferzate impresse sulla carta

Nel 1809, William Cobbett trasforma in satira politica il castigo inflitto ai miliziani di Ely dalla Legione tedesca. Giudicato per diffamazione sediziosa a Westminster nel giugno del 1810, sostiene di aver attaccato la politica di Lord Castlereagh, non il governo; la giuria lo dichiara colpevole e la corte lo destina a due anni di reclusione a Newgate.

Nel Political Register, William Cobbett trasformò una cronaca proveniente da Ely in un sarcastico atto d'accusa. Il suo articolo fingeva di reclamare che i miliziani fossero frustati di nuovo, per poi ritorcere contro i lealisti le medesime rimostranze che costoro muovevano a Napoleone. Un anno più tardi, quella pagina lo avrebbe condotto dinanzi alla Corte del Banco del Re: agli occhi della Corona, si trattava di un libello sedizioso; per Cobbett, di una satira diretta contro un provvedimento di Lord Castlereagh.

Nel giugno del 1810, Cobbett comparve a Westminster Hall. Il procuratore generale Gibbs sostenne che sotto l'ironia si celasse una palese istigazione all'insubordinazione.

La vicenda traeva origine dal distretto di Ely. Nel 1809, alcuni miliziani del luogo si erano opposti a una trattenuta sulla paga. Il Courier attribuiva l'agitazione alle spese per gli zaini; Cobbett avrebbe in seguito parlato di una controversia legata alla ghinea d'ingaggio per la marcia. L'accusa volle vedervi un ammutinamento. Cinque caporioni furono condannati da una corte marziale a cinquecento frustate ciascuno; parte della pena fu condonata, ma una frazione di essa era già stata eseguita. La Legione tedesca fu chiamata per sedare i disordini e sovrintendere all'applicazione della punizione.

La corrispondenza del Courier descriveva l'ingresso a Ely degli squadroni della Legione giunti da Bury, agli ordini del generale Auckland. Cobbett pose quel trafiletto in apertura del proprio articolo, facendone materia di predica politica. Riprese poi i termini del supplizio facendoli risuonare alla stregua di un comando: che quegli uomini fossero frustati ancora, ogni giorno. La reiterazione metteva alla gogna quanti giudicavano meritata la pena e coloro che plaudivano all'intervento di soldati stranieri.

Egli non si limitava all'ingiustizia patita dai miliziani. Il suo scritto accostava quelle sferzate alle costrizioni che gli scrittori lealisti attribuivano a Napoleone per arruolare le truppe. Se i francesi, argomentava, venivano incatenati e trascinati al fronte sotto la minaccia delle baionette, cosa si doveva pensare di soldati inglesi tenuti nei ranghi a colpi di frusta, sotto lo sguardo di una legione venuta dalla Germania? Rovesciava così contro il governo le stesse denunce sulla coscrizione coatta francese. Non risparmiava neppure gli abitanti di Ely, chiedendo loro come avessero potuto assistere a quello spettacolo senza intervenire.

Aperto il dibattimento, la difesa di Cobbett si manifestò prima ancora delle arringhe. Un giurato supplente fu ricusato su sua istanza, senza che egli fornisse motivazioni. Un altro, Henry Faver, fu contestato in quanto straniero. Quando questi dichiarò di essere suddito britannico per nascita, Cobbett si scusò per l'abbaglio. Furono schermaglie brevi, ma rivelatrici della posta in gioco nell'aula: un processo a un foglio a stampa, celebrato dinanzi a uomini la cui stessa selezione poteva risolversi in una disputa di prestigio e parole.

L'Attorney General espose le ragioni del sovrano. Sostenne che l'articolo imputava al governo crudeltà, ingiustizia e tirannia. Deridendo i miliziani per aver subito i colpi, Cobbett li accusava, secondo Gibbs, di aver accettato il castigo senza opporre resistenza. Domandando agli abitanti di Ely come avessero potuto limitarsi a guardare, rimproverava loro di non aver liberato i condannati. Il nodo non consisteva dunque nel stabilire se fosse lecito criticare una misura o un ministro, bensì se quella pubblicazione mirasse a sollevare i soldati contro gli ufficiali e il popolo contro le istituzioni.

Thomas Harvey fu chiamato a deporre per comprovare la pubblicazione. Cobbett riconobbe di essere l'autore e il proprietario del giornale; ammise che il fascicolo era stato acquistato presso il libraio Budd. Il signor Lukin confermò l'esistenza di un corpo militare denominato Legione tedesca. Il testo incriminato fu riletto dinanzi alla corte. L'accusa disponeva così delle parole, dell'autore reo confesso e del contesto immediato cui esse rimandavano.

Cobbett prese allora la parola rivolgendosi al giudice e ai giurati. Affermò che l'intera causa poggiava sull'intenzione. Il ministero, dichiarò, sapeva bene che il suo scritto era una satira volta a colpire la linea politica di Lord Castlereagh, non la persona del re. Non negava di aver preso di mira il ministro; rifiutava che tale attacco venisse trasmutato in libello contro la maestà reale. Se al governo fosse stato consentito confondere i due piani, ogni dissenso verso un atto politico sarebbe divenuto foriero di rovina.

Rammentò le accuse di cui era già stato bersaglio e i manifesti che, a suo dire, lo avevano diffamato. Diede lettura di una missiva di Lord Sidmouth che smentiva un addebito mosso contro di lui. Tornò quindi all'articolo di Ely: il tema non era una subdola esortazione alla rivolta, bensì la vista di giovani fustigati per una contesa di paga, con l'ausilio di mercenari stranieri. Precisò che la presenza di quelle truppe lo aveva indignato più del castigo in sé. Sostenne infine che ci si poteva opporre all'impiego di soldati stranieri senza per questo essere giacobini o nemici della patria.

A sostegno di tali argomenti, Cobbett richiamò remoti dibattiti parlamentari sulla presenza di cavalleggeri tedeschi e lesse brani riguardanti gli abusi imputati a contingenti operanti in Sassonia. Riferì le lamentele che affermava di aver udito nelle località in cui le truppe straniere erano acquartierate, nonché la lettera di un ufficiale inglese critica verso la condotta della Legione a Talavera. Erano elementi prodotti da lui medesimo alla sbarra; Borrow non ne fornisce riscontro indipendente. Cobbett concluse di aver scritto sotto l'impulso dell'indignazione, e che i suoi stessi interessi dipendevano dalla stabilità di quel governo che era accusato di voler sovvertire.

Gibbs replicò che un'opinione non esauriva la portata del testo. La giuria, ammonì, doveva soppesare la reiterazione delle formule, l'effetto prodotto e il momento dell'uscita: all'indomani di un ammutinamento e di una sanzione comminata dalla legge. L'articolo sminuiva la colpa dei condannati e dipingeva l'arrivo della Legione come se avesse avuto il fine precipuo di fustigarli. Il ministero ribadiva che essa era giunta anzitutto per domare la ribellione, e solo in seguito per garantire l'esecuzione della sentenza. Per Gibbs, la satira non peccava soltanto di volgarità: fomentava l'insubordinazione.

Lord Ellenborough invitò la giuria a valutare il tenore dell'articolo nella sua interezza. Un simile concatenarsi di espressioni, osservò, non era frutto di un impeto improvviso; se lo scritto denotava una tendenza perniciosa, i giurati dovevano desumerne l'intenzione colpevole. Dichiarò di non nutrire alcun dubbio: ai suoi occhi, si trattava di diffamazione sediziosa. Dopo una deliberazione di circa due minuti, la giuria dichiarò Cobbett colpevole.

Il verdetto fu pronunciato in luglio. La corte condannò Cobbett a mille sterline di ammenda e a due anni di reclusione a Newgate; la trascrizione di Borrow aggiunge una cauzione di buona condotta per sette anni, precisando che il reo sarebbe rimasto in carcere fino al saldo della sanzione e alla prestazione delle garanzie. I tre coimputati furono giudicati a parte. Thomas Hansard, lo stampatore, ricevette tre mesi di prigione e l'obbligo di cauzione; Richard Bagshaw e John Budd, i librai, due mesi ciascuno. Il tribunale faceva così ricadere sull'autore la sanzione più severa, estendendo nondimeno la responsabilità penale a quanti avevano impresso i caratteri o venduto il foglio.

Cobbett aveva inteso imprimere nella coscienza pubblica le sferzate inflitte a cinque miliziani. In aula, i magistrati scorsero soprattutto il veleno che quell'articolo avrebbe potuto insinuare tra le truppe e nella plebe. Un castigo militare si era mutato in materia di persecuzione politica; una pagina stampata aveva infine condotto il suo artefice a Newgate. Alla giuria erano bastati due minuti per decidere. La sentenza, invece, disponeva due anni di carcere, e forse più, qualora l'ammenda e le cauzioni fossero rimaste inevase.

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Lettura integrale dell'estratto OCR dell'opera di Borrow, vol. VI, righe 3.581–4.207 incluse (4.961 parole secondo il computo degli spazi), a partire dall'intertitolo «Mr. William Cobbett, for libel» sino alle condanne dei tre stampatori e librai. Il titolo successivo, Lambert and Perry, comincia alla riga 4.210 ed è escluso. L'OCR del titolo reca un giorno illeggibile dopo «June»; la narrazione riporta unicamente il giugno del 1810 e il mese della sentenza. I discorsi di Gibbs, Cobbett ed Ellenborough, le prove esibite al processo, il verdetto e le pene sono riferiti da Borrow. Le cifre e le accuse avanzate da Cobbett a carico della Legione tedesca non trovano riscontro in fonti indipendenti nel presente incartamento.

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