Nella primavera del 1862, decine di migliaia di lettere furono rimesse in circolazione a Vienna con un timbro che ne dichiarava il ritardo senza spiegarlo: «Sottratte, infine inoltrate». Presero la via di Parigi, Graz, Linz, dell’Italia o di mete ancor più lontane. Alcune avevano atteso per quasi un anno. Tutte erano transitate dal medesimo ufficio, e molte erano state violate prima di essere restituite ai legittimi destinatari. Il capitolo del Nuovo Pitaval attribuisce questa colossale deviazione a un unico impiegato postale, Karl Kalab, le cui mansioni gli consentivano di accedere alle lettere ordinarie nell’istante preciso in cui passavano di mano.
L’ufficio centrale di Vienna riceveva ogni giorno i dispacci da decine di sezioni rionali e dai paesi circonvicini. La corrispondenza veniva smistata sette volte al giorno in una vasta sala, dove vari impiegati ripartivano i plichi secondo la destinazione. Kalab vi prestava servizio da anni. Aveva scalato la gerarchia, ottenuto una dotazione di valori bollati da rivendere e infine l’incarico di sostituire il controllore preposto alla sorveglianza di determinati banchi di lavoro. Il suo compito abituale consisteva nell’aprire i pacchi della posta cittadina, verificare le raccomandate e depositare le lettere ordinarie sul tavolo dello smistamento.
Tale collocazione costituiva la condizione materiale del furto. Sin dal 1858, Kalab custodiva la chiave di un cassetto chiuso sotto il proprio banco, riservato ai plichi gravati da tasse di porto. Ne fece il proprio nascondiglio. Nello smistare la posta, tratteneva nel palmo alcune lettere ordinarie, voltava le spalle ai colleghi fingendo di occuparsi dei pacchi locali e faceva scivolare le buste attraverso una fessura celata da un’antina ribaltabile. Quel cassetto non veniva quasi mai ispezionato dagli altri impiegati; una volta mutato il sistema di deposito, cadde pressoché nell’oblio.
I primi reclami avrebbero potuto indirizzare i sospetti sull’uomo che maneggiava quei plichi, ma non accadde. I ritardi si accumulavano, e la direzione richiese ad alcuni mittenti di comunicare i recapiti mancanti e le date di spedizione. Il superiore di Kalab lo informò delle indagini affidandogli il compito di rintracciare le lettere segnalate. E Kalab le ritrovò, puntualizza il cronista. Agli occhi dei superiori, tale esito non fece che confermarne lo zelo. In quell’ufficio, l’impiegato che spiava così volentieri i colleghi poté dunque accreditarsi come colui che rimediava alle loro negligenze.
Nella primavera del 1862, il portalettere Mermon notò che Kalab tratteneva spesso dei plichi durante lo smistamento. Dapprima credette che li accantonasse per qualche dubbio sull’indirizzo. Notò tuttavia che Kalab non ripeteva quel gesto sotto lo sguardo del controllore. Mermon prese allora a sorvegliarlo più da vicino, fino a coglierlo sul fatto mentre avvolgeva un fascio di lettere prima di infilarlo nella fessura del cassetto. Ne avvertì il controllore Kurzweil, il quale accertò la presenza di buste occultate nel vano.
L’8 aprile una commissione, di cui faceva parte un commissario di polizia, si riunì nell’ufficio. Fu intimato a Kalab di consegnare la chiave del cassetto. Preso dal panico, l’uomo ammise di avervi appena introdotto un plico: vi si rinvennero ventiquattro lettere, tutte impostate il giorno prima. Nel banco di lavoro da lui occupato vennero alla luce altri quarantaquattro pacchetti. Kalab confessò di sottrarre corrispondenza da tre mesi, di aprirla e di depredarne il contenuto. Stimò il bottino in trecento fiorini. La verifica della sua cassa dei francobolli evidenziò inoltre un’eccedenza di 117 fiorini, che egli giustificò come proprio stipendio; smentito, però, da un collega che quel salario aveva riscosso per rivalersi di un prestito.
La commissione lo scortò quindi verso l’Ospedale dei Cittadini, dove egli dichiarava di risiedere. Durante il tragitto l'uomo crollò, implorando di tornare in ufficio per confessare ogni cosa. Gli inquirenti pretesero invece di perquisire la sua vera abitazione, nel sobborgo di Neubau. La stanza presa in affitto era talmente angusta che aveva dovuto far togliere il tavolo per potervi camminare. Gli armadi, una valigia e un comò traboccavano di pacchi di lettere. Se ne contarono 1.659 ancora legati con lo spago, contenenti 56.284 plichi. Altrove giacevano 799 lettere aperte, 1.655 buste vuote e francobolli staccati, rigommati e predisposti per un nuovo impiego. Il focolare serbava cenere di carta: Kalab aveva bruciato parte di ciò che sottraeva.
Il tribunale dispose l’immediata riconsegna dei plichi all’ufficio centrale, già l’indomani, affinché riprendessero il loro corso. Occorreva salvaguardare il segreto epistolare; il magistrato ritenne che si potessero ricostruire altrimenti, almeno per approssimazione, la durata e il provento di quei furti. In due giornate, venti impiegati contarono le lettere, verificarono i francobolli e apposero su ciascuna busta la dicitura che ne attestava il ritardo. I 56.284 plichi intatti non costituivano che una frazione del totale. Unitamente alle lettere già aperte e alle buste svuotate, la relazione valuta il recupero materiale in quasi 58.000 missive, calcolando in 8.200 fiorini il valore dei francobolli ivi apposti.
I fogli d’involucro permisero di risalire più indietro nel tempo. Circa 1.400 fogli, recanti date comprese tra il novembre 1859 e l’aprile 1862, erano serviti per raggruppare i pacchetti. Parametrandoli al numero medio di lettere per fascio, il cronista computa migliaia di furti accertati per determinati mesi, giungendo a ipotizzare una cifra complessiva di 200.000 lettere a partire dal 1856. Quest’ultimo dato non scaturisce da un computo processuale: si tratta di una deduzione dell’autore, fondata in parte sul quantitativo di carta che Kalab avrebbe bruciato per scaldarsi. La durata e la portata reale delle sottrazioni restano dunque disgiunte da quanto fu materialmente sequestrato.
I plichi contenevano pure oggetti e comunicazioni il cui valore non si misurava a peso. La cronaca ne enumera diversi casi: un ferroviere che attendeva a Vienna la propria famiglia non trovò nessuno alla stazione, poiché la sua missiva era rimasta tra le carte di Kalab; la supplica urgente di una partoriente che invocava una levatrice giunse a destinazione due anni più tardi; manoscritti indirizzati a impresari teatrali non pervennero mai. Tali episodi, riportati dal compilatore, rendono tangibili le conseguenze di una spoliazione di cui le vittime, sovente, ignoravano persino di essere state oggetto.
Gli inquirenti tentarono di spiegarsi come a una retribuzione tanto modesta potesse accompagnarsi il possesso di beni immobili. Kalab era entrato in servizio privo di mezzi; un collega aveva versato per lui la cauzione d’ingresso. Eppure aveva acquistato due stabili a Hietzing, li aveva arredati e manteneva i genitori. A seconda degli interlocutori, raccontava che le case appartenevano a una zia facoltosa o a un conte. Al processo inventò la figura di un creditore, tale Michael Minkov, che gli avrebbe affidato del denaro promettendo di nominarlo erede. Nessun testimone poté confermare l’esistenza di costui. L’accusa mise a confronto simili favole con le entrate e gli acquisti documentati, mentre Kalab insisteva nell’attribuire le proprie fortune a vincite al lotto e alla rivendita di francobolli.
Il 23 settembre 1862 il tribunale provinciale di Vienna aprì il dibattimento. Kalab sostenne di aver ricavato ben poco, affermando di aver agito spinto dal desiderio di denunciare il disordine dell’amministrazione postale e per protesta contro l’esiguità dei salari. Nella confessione scritta precedentemente redatta, asseriva di aver trattenuto la corrispondenza per richiamare l’attenzione delle autorità; riconosceva tuttavia di aver continuato a portarla via e ad aprirla. Il testo contrappone queste discolpe agli immobili acquistati, alle buste sequestrate e alle lunghe serie di fascette datate. La relazione giudiziaria, per come ci è pervenuta, non confonde le scuse dell’imputato con la prova.
L’inquadramento del reato mutò lungo i gradi di giudizio. Il tribunale provinciale lo condannò per abuso d’autorità, escludendo l’appropriazione indebita: le lettere non erano state formalmente affidate a Kalab, bensì intercettate durante la manipolazione dello smistamento. Su ricorso del pubblico ministero, la corte d’appello vi aggiunse il furto, avendo la carica facilitato l’accesso ai plichi poi trafugati. La corte suprema distinse infine l’abuso d’autorità, insito nella sottrazione materiale delle lettere, dal reato di furto per i valori contenuti nelle buste, mai formalmente affidati né alle poste né all’impiegato. Sulla misura della pena, i tre gradi di giurisdizione concordarono: dieci anni di reclusione nel penitenziario di Stein.
L’autore della compilazione asserisce che il danno superò di gran lunga il denaro rinvenuto e che molte lettere avevano diviso famiglie, ritardato notizie capitali o mandato a monte affari cruciali. L’iperbolica stima complessiva da lui avanzata appartiene al campo delle congetture; la sentenza, dal canto suo, si fondò sui pacchi sequestrati, sui verbali, sulle date e sui reperti. A conti fatti, la formula impressa a timbro sulle buste non poteva risarcire ciò che era andato irrimediabilmente perduto. Essa attestava soltanto che una lettera poteva finalmente rimettersi in cammino, quando ormai il segreto, il tempo e la fiducia erano stati consumati dalle mani infedeli di un impiegato.
