Della fine di Marat si sa ogni cosa: una tinozza da bagno, un coltello, Charlotte Corday, nel luglio del 1793. Meno noto è il processo che l’aveva preceduta di tre mesi, e che la Gazette des nouveaux tribunaux riferisce con l’esattezza meticolosa d’un cancelliere.
La Convenzione, su relazione del proprio comitato di legislazione, aveva decretato d’accusa uno dei suoi membri, rinviandolo a giudizio dinanzi al Tribunale criminale rivoluzionario, istituito al Palazzo di Giustizia con legge del 10 marzo 1793 per giudicare i cospiratori senza appello. Il resoconto principia con una scena: «Marat entra all’udienza. La sala rimbomba di applausi». E Marat prende la parola prima ancora che lo si interroghi: «Cittadini, non è punto un colpevole che compare dinanzi a voi, bensì l’apostolo e il martire della Libertà; non è se non una consorteria di faziosi e di intriganti ad aver mosso contro di me il decreto d’accusa».
Poi la procedura riprende il proprio corso. Nome, età, condizione: Jean-Paul Marat, dottore in medicina, deputato di Parigi alla Convenzione, quarantanove anni, domiciliato in rue des Cordeliers, sezione del Théâtre-Français. L’accusatore pubblico, Fouquier-Tinville, dà lettura dell’atto d’accusa.
È un documento singolare, giacché non è intessuto se non delle parole stesse dell’imputato. Vi si citano i suoi fogli a uno a uno, con le rispettive date. Gli si fa carico d’aver scritto che «in ogni paese ove i diritti del popolo non siano vani titoli, il saccheggio di alcune botteghe, alle cui porte s’impiccassero gli accaparratori, porrebbe fine alle loro malversazioni»; e si osserva che il giorno stesso in cui il giornale era apparso, il saccheggio s’era puntualmente consumato ai danni dei droghieri parigini, il 25 e 26 febbraio. Gli si imputa d’aver invocato a gran voce un tribuno militare, un dittatore, un triumviro; d’aver scritto che nulla di buono v’era da attendersi da legislatori quasi tutti privi di lumi e di virtù; d’aver denunciato una fazione criminale in seno alla Convenzione.
Non si giudicava un fatto, bensì una prosa. L’accusa tutta intera stava racchiusa in una raccolta di fogli a stampa, riletti dinanzi al loro autore tra gli applausi del suo pubblico.
Il fascicolo della Gazette s’interrompe all’enumerazione dei capi d’imputazione, e tace del verdetto. È ben noto d’altronde quale piega prese la vicenda, e come essa facesse dell’imputato un trionfatore anziché un condannato; ma non è questo l’assunto delle presenti pagine. Ciò che esse trattengono è la prima battuta di Marat: in un’aula di giustizia, egli proclamava sé stesso martire, tre mesi prima di divenirlo altrove.
Gazette des nouveaux tribunaux, 1793, Tribunale criminale rivoluzionario: causa di Jean-Paul Marat.
